Intervista allo scrittore Andrea Campucci

Andrea Campucci
Andrea Campucci

ROMA – Vi proponiamo questa intervista allo scrittore Andrea Campucci (foto), che si racconta a 360 gradi.

–  Cosa significa per lei scrivere? 

Prima bisogna chiarire cosa si intende per “scrivere”, perché così, a tutta prima, la scrittura può sembrare una semplice tecnica di comunicazione per il trasferimento di dati da un soggetto x a un soggetto y. Questo stadio larvale del linguaggio è un po’ un patrimonio comune dell’umanità, che si può apprezzare in tutta una gamma di varianti che vanno dalle pitture rupestri delle grotte di Lascaux fino alle mail (infarcite di un’isterica contaminazione di italiano e stupido inglese commerciale) che oggigiorno si scambiano i laureati in giurisprudenza ed economia e commercio.

È sempre su questo livello, ad esempio, che insistono tutte le auto pubblicazioni incoraggiate, ahimè, dai social e dagli orizzonti sempre più dilatati della rete. Il risultato? Un generale e disarmante appiattimento pseudo culturale e un ancor più preoccupante vuoto pneumatico che imbastardisce il linguaggio. Da qui la necessità, se si vuol parlare di scrittura vera e propria, di un dialogo costante con i classici, di una continua ricerca attraverso stili, modelli e paradigmi letterari ed extraletterari.

La lettura è una fase imprescindibile. Nel mio caso ad esempio sono stati fondamentali, oltre a tutto il patrimonio otto-novecentesco europeo, anche i postmoderni (posso ben dire di esser stato a “sciacquare i panni nell’Hudson!”). Condannerei al rogo tutti quelli che considerano la lettura un momento di svago, un passatempo, quando in realtà dovrebbe trattarsi dell’equivalente di quello che Ėjzenštejn  chiamava “Cinepugno”, un bel cazzotto alle nostre certezze, al rassicurante mondo che volenti o nolenti ci è toccato costruire intorno a noi. La vita non si lascia racchiudere dentro gli argini dell’ideologia, di un’esistenza sorretta da una qualsivoglia filosofia basata su principi più o meno fondativi. Arriva sempre il momento in cui questi ultimi mostrano la corda per lasciare il posto all’irrazionale, l’inaudito, e se c’è uno spunto narrativamente davvero formidabile è cogliere, in tutta la sua portata comica, l’ingenuità di chi si crede al riparo da questi guasti.

Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere Plastic shop, un romanzo che descrivendo gli eccessi di un certo consumismo di massa e utilizzando, anche da un punto di vista stilistico, le stesse iperboli di cui è pregno quel mondo, vorrebbe gettare uno sguardo un po’ più disilluso sui comportamenti che – mi verrebbe da dire – ci abitano ogni giorno.

– Pensa che gli odierni social possano essere utili per la diffusione di opere letterarie o più in generale per farsi conoscere?

Per quel che riguarda i social il mio pensiero può essere riassunto da una frase di Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività». Sarei tentato di metterci il punto, è una frase di una tale eleganza…

Il guaio vero però è che la gente confonde i concetti di “visibilità” e “qualità”, visto e considerato che uno degli effetti più devastanti della diffusione dei social sta proprio in quest’allargarsi fin troppo democratico della visibilità. Visibilità che si traduce in un livellamento verso il basso, un pollaio di galline starnazzanti – Youtube con i suoi orribili personaggi – o fashion blogger che… (mi auto censuro). Insomma, abbiamo dato visibilità a chiunque abbia una webcam e un microfono. Ci sentiamo davvero meglio adesso?

– Di recente ha avuto una segnalazione di merito per il Premio Firenze città d’Europa. Si sente di poter dire la sua nel panorama letterario italiano?

Me la sentivo anche prima. Fa piacere sapere che ogni tanto, in qualche premio, oltre alle solite storielline di finto amor cortese o all’ennesimo giallo da strapazzo, vengano riconosciuti i meriti di una narrativa che vuol provare a essere diversa, in questo caso la mia…

– Leggendo i suoi romanzi, da La scampagnata a Plastic shop, ci si fa l’idea che lei voglia apparire un tantino “maudit”. Ci spiega perché?

Di solito, intorno alla questione del “maledettismo d’autore”, c’è tanta fuffa… Il più delle volte si tratta di banalissima pubblicità o roba simile. Io invece lo sono davvero…

– Oltre al suo nuovo romanzo, di cui abbiamo capito che non vuol parlarci, ha altri progetti in mente?

Sì. Scrivere la storia di uno youtuber impotente che colleziona soldatini della quinta armata dell’esercito statunitense in forza a Cassino nel 1944, e che ama vestirsi da donna nelle sue Demo sui Pokemon o Resident evil.

– Roma, Torino, Milano e Firenze: dove è andato ha sempre fatto registrare un sold out. Come si spiega la cosa?

Che le devo dire… Sarà perché ho gli occhioni blu e buon gusto nel vestire…