La Legge quadro su animali d’affezione e randagismo compie 25 anni

14 agosto 1991 – 14 agosto 2016, una legge di civiltà vanto per l’Italia

La Legge quadro su animali d’affezione e randagismo compie 25 anni25 anni fa, il 14 agosto 1991, veniva approvata la Legge quadro in materia di animali d’affezione e prevenzione del randagismo. Una legge che, con singolare chiarezza per una norma italiana, per la prima volta vietava (e vieta) l’abbandono di animali, vietava (e vieta) di destinare i cani randagi alla vivisezione, vietava (e vieta) di maltrattare e uccidere i gatti randagi, istituiva l’anagrafe canina e l’obbligo di tatuaggio (oggi microchip), promuoveva le sterilizzazioni, dava diritto di vita ai cani accalappiati (che fino ad allora venivano soppressi dopo pochi giorni). “Una rivoluzione normativa e una rivoluzione culturale. Una legge che pochi paesi al mondo hanno”, dichiara il presidente di Gaia Animali & Ambiente, Edgar Meyer. “Una legge che, a 25 anni di distanza, è applicata solo in parte dalle stesse istituzione. Ma che rimane una pietra miliare nel sancire i diritti animali”.

Per vari motivi. Eccone qualcuno.

– Diritto alla vita per i cani accalappiati

“I cani vaganti ritrovati, catturati o comunque ricoverati presso le strutture canile non possono essere soppressi”, diceva (e dice) all’art. 2..

Grazie alla 298/1991 i cani accalappiati hanno avuto diritto di vita. Prima dell’agosto 1991 i cani trovati vaganti sul territorio e portati in canile avevano tempo pochi giorni (in genere 10) per trovare un padrone (o, quando erano semplicemente smarriti, per essere ritrovati dal padrone che li aveva persi). Sennò, morte: venivano soppressi. “Quante volte è capitato che cani di famiglia, smarriti, fossero rintracciati dal padrone disperato che li aveva cercati ovunque quando ormai era troppo tardi”, ricorda Meyer. “Per risolvere il randagismo la soluzione era semplice: iniezione letale”. La 281/1991 ha spazzato via tutto questo. I cani in Italia hanno diritto alla vita. “Una legge rivoluzionaria, che pone l’Italia davanti a tutti i paesi del mondo. Nei civili Usa, In Svizzera, Germania, Francia, Spagna, in quasi tutti i paesi d’Europa e del mondo ancora oggi i cani accalappiati vengono soppressi per legge dopo pochi giorni. Da noi no”.

– Divieto di cedere i cani di canile e i randagi alla vivisezione

La 281/1991 ha vietato che i cani randagi finissero alla vivisezione, prima di allora pratica abituale. Dal 1991 questa pratica è stata spazzata via. “I cani catturati o comunque provenienti dalle strutture di cui al comma 1 dell’articolo 4, (canili ndR) non possono essere destinati alla sperimentazione”.

– Tutela dei gatti liberi e delle colonie feline

La legge 281/1991 ha tutelato, per la prima volta, i gatti liberi. “E’ vietato a chiunque maltrattare i gatti che vivono in libertà”, dice con chiarezza. “I gatti in libertà possono essere soppressi soltanto se gravemente malati o incurabili”. Oggi è normale, fino al ’91 era normale esattamente il contrario.

“Una legge breve, chiara, precisa, frutto del lavoro di un drappello di parlamentari animalisti (prevalentemente dei Verdi) che ha anticipato i tempi e il sentire dell’opinione pubblica”, prosegue Meyer.

Certo, la legge 281/1991, anche per colpa di molte istituzioni, rimane ancora inapplicata in varie parti d’Italia. L’attuazione è carente e disomogenea a livello locale.

Sono ancora numerosissimi gli abbandoni, soprattutto d’estate e al Centro-Sud, e i casi di cani non regolarmente registrati all’anagrafe canina, strumento fondamentale per garantirne la riconoscibilità e promuovere le adozioni responsabili. Non si è raggiunto, soprattutto al Sud, l’obiettivo di assicurare un programma esteso di sterilizzazioni per gli animali abbandonati, nonostante significativi stanziamenti annuali a questo fine. Sono frequenti le denunce di mala gestione nei canili.

“Ma senza questa legge straordinaria, oggi l’Italia sarebbe forse ai livelli vergognosi della Spagna e delle sue perreras, se non ai livelli schifosi della Romania e dei suoi squadroni della morte. E invece, almeno sulla teoria, diamo lezioni di civiltà persino a Germania e Svizzera”, conclude Meyer. “Il problema di alcune parti d’Italia è passare dalla teoria alla pratica. Cioè alla sua applicazione”.