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L’EUROPA A DUE VELOCITA’
Stallo economico ma per fortuna esistono realtà in controtendenza

L’Europa, secondo recenti stime dei suoi organi di controllo, è in piena fase di stallo economico: l’economia cresce di pochissimo, e sebbene non si possa parlare di crisi nera, si possono analizzare le cause del fenomeno. Innanzitutto l’approccio alle tematiche della nuova Europa è suscettibile di continui cambiamenti, visto che si tratta di un’entità sovranazionale, che tende sempre più ad amalgamarsi, e che fino a pochi anni fa era poco più che un progetto.
EMPASSE SI’, MA NON PER TUTTI - C’è da fare una precisazione rispetto all’assunto iniziale: è vero che c’è una parte del continente che annaspa, in una congiuntura particolarmente delicata, ma non drammatica. D’altro canto ci sono paesi appena entrati nell’U.E. che crescono rapidamente, facendo prospettare scenari di notevole cambiamento. Ogni paese ha le sue caratteristiche, il suo assetto statuale, i suoi difetti strutturali nel mondo istituzionale ed imprenditoriale, i suoi punti di forza.
L’ITALIA ESEMPIO DI PAESE EUROPEO A CRESCITA 0 - Un paese come l’Italia può ben rappresentare, tra le due facce dell’europa, quella che annaspa. Consoliamoci: siamo in buona compagnia, e anche la Germania e l’Inghilterra, più opulente ma paragonabili in termini di dimensioni e di popolazione al Belpaese, non spiccano certo il volo.
Il perché l’Italia è ferma lo sappiamo bene tutti; innanzitutto, siamo penalizzati da un debito pubblico spaventoso che si è accumulato per decenni; negli anni ’80 i governanti probabilmente pensavano “Il destino provvederà”, e l’economia, non dovendo fare i conti con questo pesante fardello, era piuttosto in salute (eravamo al quinto posto nella classifica delle potenze industriali del mondo, e per un breve periodo al quarto). Nei primi anni ‘90, quando abbiamo dovuto rispettare i parametri d’ingresso nell’Unione Europea, le tasse, già gravose per i cittadini e per le imprese, sono aumentate in maniera esponenziale; bisognava tappare infatti quell’enorme debito pubblico fatto di sprechi, di gestione allegra che una classe politica incollata alla poltrona per decenni sfacciatamente ci aveva consegnato. L’eccessivo statalismo italiano mostrava il suo fiato corto. Solo però negli ultimissimi anni, e in maniera insufficiente, sta prendendo piede nei politici la convinzione di dover andare nella direzione opposta.
IL CROLLO DEL MURO, L’ASCESA DELLA CINA, LA MONETA UNICA - Come se non bastasse, l’industria italiana, già penalizzata dal fisco e da uno stato poco dinamico, che non crea infrastrutture, e che non tutela, con misure protezionistiche, il made in italy, si è trovata di fronte a tre eventi storici rilevanti: il crollo del muro di Berlino e l’ascesa tumultuosa della Cina, che da Deng Xiao Ping in poi fonde comunismo e capitalismo selvaggio e l’euro. I paesi dell’est, attanagliati dalla morsa dell’unione sovietica, se ne sono improvvisamente liberati verso la fine degli anni 80. Ciò ha comportato lo spostamento di industrie, anche italiane, in questi paesi, dove la manodopera costava e continua a costare poco.
Anche chi dall’estero investiva ingenti capitali in Italia è andato via, complice il nostro avvento nella moneta unica: la nostra lira svalutata manteneva bassi i salari, che sono invece lievitati con la cosiddetta “moneta pesante”. La Cina, con la sua crescita indiscriminata, ha convogliato buona parte delle nostre risorse imprenditoriali. Per di più, ha messo in ginocchio alcuni nostri settori, come quello tessile e calzaturiero. Se non è possibile fare del protezionismo tra paesi interni all’U.E., è possibile però farlo verso un paese come la Cina, che non rispetta molti parametri di sicurezza e di qualità a danno dei consumatori. E’ una Cina “antidemocratica”, che ha fatto le sue fortune passando letteralmente sopra i corpi dei suoi stessi cittadini: interi villaggi sono stati rasi al suolo per fare posto ad autostrade, insediamenti industriali o quant’altro. Tanti laghi e fiumi cinesi, vent’anni fa non ancora oggetto della furia programmatrice del governo di Pechino, hanno subito effetti catastrofici di inquinamento. Si comprende allora di come un’Europa invecchiata e poco decisa nel fare le scelte più opportune abbia problemi di tenuta.
LE TIGRI DELL’EST EUROPEO - Nel frattempo, nel suo interno, i paesi dell’est accorpati ad essa volano: la Polonia ha avuto una crescita nel 2007 pari al 5,8% del Pil. La Lituania è stata battezzata, con il suo 7,5% di incremento, come la “tigre baltica”. Ma in questi due paesi è altresì rilevabile un contrappeso negativo: l’aumento indiscriminato dei prezzi riguardante tutti i beni di consumo. E’ questo un fattore che non permette alla gente comune di vivere dignitosamente, e molti ancora sono coloro che emigrano.
I paesi dell’est rappresentano comunque l’Europa che cresce. In Romania possiamo trovare tante aziende italiane, e in Bulgaria vi sono strutture turistiche attrezzate e ultramoderne che hanno solo il difetto di essere poco conosciute e poco collegate dalle rotte aeree internazionali.

(di Andrea Russo - del 2008-10-07) - articolo letto 920 volte

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