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UNA QUESTIONE DI COLORI


Due bambini, vicini di culla, uno africano e l’altro italiano, iniziano a parlare tra di loro:
-“Scusa, ti posso chiedere una cosa? Ma tu, quando hai freddo, di che colore sei?”
-“Blu!”
-“Ah! Io sono come sono… E quando sei arrabbiato?”
-“Sono rosso…”
-“Ah! Io sono come sono…e quando ti senti male?”
-“Quando mi sento male sono giallo”
-“Ah! Io sono come sono…e quando ti spaventi?”
-“Quando prendo paura divento bianco, ma bianco bianco!!!”
-“Ah! Io quando prendo paura sono sempre come sono…tendente al nero! Ma allora…se quelli che cambiano sempre colore sono quelli come te perché chiamano noi ragazzi di colore?!?”


Agli occhi dei più potrebbe sembrare strano ma anche una semplice locuzione di uso comune come “ragazzo di colore” potrebbe facilmente essere espressione di un comportamento discriminatorio. Strano perché generalmente questo appellativo viene utilizzato proprio con l’intento opposto: parlare con un ragazzo di colore, infatti, è certamente tutt’altra cosa rispetto al parlare con un “negro”.
La lodevolezza dell’intento, tuttavia, da sola non riesce a soddisfare il dubbio più che legittimo del ragazzo “incriminato” che si chiede “ma perché di colore? Cosa significa ragazzo di colore?”.
In che modo si può evitare, allora, la nascita di incidenti o incomprensioni? Una soluzione c’è e a prima vista sembra essere di una semplicità disarmante, posto poi che (quasi) nessuno riesca a metterla in pratica. Basterebbe capire che in questo Mondo non siamo tutti uguali e può darsi che soggetti che provengono da culture diverse non sempre siano in grado di percepire il senso delle nostre sfumature terminologiche. L’espressione “ragazzo di colore” potrebbe facilmente essere percepita dai destinatari come discriminatoria e stigmatizzante, come un qualcosa che va a sottolineare ancora di più la loro condizione, già negativa di per sé, di immigrati.
Certo, non è sempre semplice mettersi nei panni degli altri, ma a volte basterebbe solo una maggiore attenzione nell’utilizzo delle parole per evitare la nascita di noiose ed inutili incomprensioni.
(di Chiara Spina e Barbara Angelucci - del 2010-01-18) articolo visto 1671 volte
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