Voglio una vita maleducata – I primi sette anni spericolati di Vasco Rossi

I primi sette anni magici e spericolati del rocker più amato d’Italia che l’anno prossimo festeggerà i 40 anni di carriera a Modena.

Voglio una vita maleducata - I primi sette anni spericolati di Vasco Rossi

Corre l’anno 1980 e in una chiesa di Zocca c’è un ragazzo di 28 anni con i capelli folti che, imbracciando una chitarra, canta l’uguaglianza e l’amore per Dio. Il ragazzo canta ma non lo fa perchè il mondo cristiano lo affascina, anzi, ma si diletta a farlo solo per far contenta la mamma che da tempo ha già capito che suo figlio, che canta l’uguaglianza, non è uguale a nessuno degli essere umani presenti a Zocca e in tutto il resto del mondo che ci circonda. Perchè, parliamoci chiaro, uno come Vasco Rossi non è e mai sarà uguale agli altri e vi facciamo capire il perchè raccontando i suoi primi anni.

L’epoca di Punto Radio e gli esordi

Il teatro e l’università occupano il tempo di Vasco nei primi anni 70′ ma il suo cuore batte per altre cose (oltre a quelle che state già pensando) che vengono fuori nel 1975 quando fonda insieme ad alcuni suoi amici Punto Radio, un’avventura che lo coinvolgerà a 360 gradi cosi come quella del Deejay che lo costringe a passare notti in discoteca insieme a belle ragazze e drink da scolare, insomma c’è di peggio nella vita. L’università viene abbandonata quando mancano solo otto esami, la laurea può aspettare altri 30 anni. L’amica più fidata di Vasco, oltre alla mano, è la chitarra ed è con quella che compone le sue prime canzoni, ma non ha nessuna voglia di portarle su un palco per deliziare l’udito di qualcuno.

Due anni, solo 730 giorni, e si ritrova in una sala di registrazione ad incidere Jenny è pazza e Silvia e sale anche sul palco, ma la prima volta non è delle migliori visto che raccatta più freccette che applausi. Nella vita non si può giocare per sempre, non te lo puoi permettere e, un anno più tardi mentre sta incidendo il suo secondo album (Non siamo mica gli americani), arriva la notizia della morte del padre a causa di un infarto mentre si trova sul suo camion a lavorare. E’ un fulmine macabro, la morte di un genitore ti sconquassa l’anima e non si supera mai soprattutto quando questo succede in giovane età. Vasco fino ad ora si era divertito a giocare con Fegato Fegato Spappolato e Per quello che ho da fare faccio il Militare (anche se poi non lo farà) ma ritrovandosi senza padre e senza una lira deve prendere una decisione senza ritorno. Piangersi addosso o salire su quel palco e smettere di giocare.

La svolta degli anni ottanta

Il 31 ottobre 1979 Vasco smette di giocare, sale sul palco, in ogni dove per esplodere quella rabbia, quella tristezza e la malinconia che ha dentro. Ci salirà sempre e non se ne andrà fino a quando non avrà cantato Albachiara.  Il segno paterno del Leone entra in lui e da li non si scherza più ma nemmeno con la vita visto che inizia a buttare giù quantità enormi di Plegine, che gli faranno saltare il servizio militare. Iniziano gli anni 80′ ed è in questi anni che vediamo il Vasco migliore di sempre: ribellione, trasgressione, rock, sesso e droga, c’è tutto.

Tutto quello che il pubblico Italiano era abituato a vedere in TV con altre lingue ora ce l’ha in casa e lo conferma il terzo album Colpa d’Alfredo, la svolta rock mischiata alla censura e alla presa in giro contro i perbenisti e i sessantottini come dimostra la canzone Asilo Republic. “Non importa se la vita sarà breve, vogliamo godere” canta a Domenica In suscitando la reazione di un noto giornalista, tale Nantas Salvalaggio che  in un suo articolo sul settimanale Oggi, si scaglia contro il cantante e contro la RAI colpevole di ospitare nel suo più popolare programma della domenica, un simile esempio di “ebete, cattivo e drogato”.

Quell’ebete drogato vive a 300 Km/h e l’anno dopo si permette in lusso di scrivere una pietra miliare come Siamo Solo noi (primo posto nelle canzoni rock Italiane) e lo fa in una buia sera dopo essere caduto dal palco in un’esibizione vicino Zocca. L’inno generazionale che da il nome all’album in cui c’è il rock a 360 gradi come Ieri ho sgozzato mio figlio, Dimentichiamoci questa città ecc. Prima buttava giù anfetamine, ora giù tutto tranne l’eroina che tante volte ha ribadito di non averla mai toccata. Tour frenetici di 100 date, donne e cattive abitudini fanno di lui l’esempio da non seguire ma più viene bersagliato dalla critica e più i giovani lo amano, lo seguono e lo idolatrano.

La svolta, quella vera, arriva nell’82 con la partecipazione al Festival di Sanremo. Vasco ha appena pubblicato il suo quinto album Vado al massimo di cui all’interno ci sono tre canzoni che più di tutte risultano meravigliose e da brividi (non che le altre non lo siano): Ogni volta, Canzone e La noia. Tutti vogliono che si presenti con la prima ma l’intenzione del Blasco non è quella di vincerlo Sanremo ne tanto meno fare la figura del romanticone di provincia e dunque si presenta con Vado al Massimo e la interpreta a modo suo fingendosi sballato, sbagliando le parole e portandosi a casa il microfono salvo poi farlo cadere per terra tra i fischi della noiosa platea dell’Ariston: arriva penultimo ma è la consacrazione di Vasco come Rockstar.

L’anno seguente Vasco si presenta di nuovo a Sanremo con Vita spericolata, la canzone della sua vita. La vita che forse tutti vorremo vivere e quella canzone la scrive in un piovoso pomeriggio Cagliaritano ponendosi una semplice domanda. “Ma io che vita voglio?”. La canzone diventerà uno dei classici della musica italiana e raggiunge lo stesso anno il 6º posto nella classifica dei 45 giri; al Teatro Ariston, entrata in finale, ma si classifica al penultimo posto nella graduatoria ma anche in questa occasione la partecipazione del rocker emiliano fa scalpore: all’attacco dell’ultimo ritornello, Vasco abbandona improvvisamente il palco, mentre la base musicale continuava a suonare, evidenziando che aveva cantato in playback.

Segue l’uscita dell’album Bollicine. Il miglior disco italiano secondo Rolling Stone. È il sesto album in sei anni, quello che consacra definitivamente Vasco Rossi a icona del rock italiano. Resta in classifica per 35 settimane, e si piazza come quinto album più venduto dell’anno contenendo canzoni come Giocala, Portatemi Dio e Una canzone per te. L’ironica canzone Bollicine, farcita di slogan e frasi ad effetto (con chiari riferimenti all’uso della cocaina), vince il Festivalbar ’83, e il tour per promuovere l’album è un trionfo. È sicuramente uno dei periodi di massimo successo dal punto di vista musicale e in quel periodo Vasco sta veramente andando al massimo: è farmaco-dipendente, vive come se fosse sempre su un palco, non dorme per giorni interi mentre continua ad assumere anfetamina e Lexotan.

6 album in 6 anni. Dio il settimo giorno si è riposato e in certo senso lo fa anche Vasco pubblicando il primo album live Va bene, va bene cosi con l’inedito che corrisponde al nome del titolo. In realtà è un modo per dire che non va bene niente perchè il 20 aprile 1984 viene arrestato per detenzione di non modiche quantità di cocaina e si fa 22 giorni di carcere a Pesaro. Cocaina si, ma buona visto i capolavori che sono usciti nell’arco di soli sette anni vissuti a velocità completamente diverse rispetto al mondo fuori. Sette anni in cui si è scritta la storia del rock italiano e di un uomo che poi ha continuato a far della sua vita un’opera d’arte scrivendo capolavori memorabili e riempiendo stadi per un numero illimitato di volte. La stella più bella, leggendaria. Vasco.

“Erano giorni di grandi sogni sai…”