Prosegue la fuga dei cervelli dall’Italia

Prosegue la fuga dei cervelli dall'Italia

Sempre di più cittadini con maggiore livello d’istruzione e capacità professionali trovano lavoro all’estero

Per fuga dei cervelli s’intende la situazione di un paese in cui una parte rilevante dei cittadini con maggiore livello d’istruzione e/o di capacità professionali trova lavoro all’estero. Questa situazione non è di per sé problematica in quanto i mercati accademici e professionali (architetti, medici, avvocati) tendono ad essere sempre più globali. Il problema nasce invece quando un paese non riesce ad attrarre accademici e professionisti di qualità dall’estero perché non in grado d’offrire loro condizioni di lavoro di sufficiente qualità.

Mentre è difficile avere dati accurati per le professioni, qua da noi il problema è certamente presente in buona parte del mondo accademico: ad esempio la percentuale di studenti di dottorato stranieri è attorno al 2% mentre nel Regno Unito è del 35% (dati recenti della Commissione Europea).

Molti sono i fattori che contribuiscono a questa situazione, ma certamente le condizioni poco felici delle università e della ricerca sono determinanti. Nella ricerca come in altri settori, l’Italia tende a non remunerare il merito a sufficienza. La rapidità della carriera di un ricercatore universitario dipende meno dal merito che in altri paesi, anche perché troppo spesso in sede concorsuale il rapporto col professore fa premio sulla ricerca. Una volta raggiunta la cattedra, poi, il salario dipende essenzialmente dall’età, creando incentivi perversi (a smettere l’attività di ricerca e/o a convogliarla verso oggetti di studio vendibili sul mercato non accademico).

Una tale distribuzione delle risorse finanziarie, indipendente dal merito e dalla ricerca, ovviamente comporta che le risorse disponibili per ciascun ricercatore siano relativamente limitate e che quindi i migliori vengano attratti da quelle istituzioni di ricerca straniere che invece hanno deciso di concentrare le proprie risorse sui ricercatori più bravi e promettenti. Il risultato è quindi una quantità e qualità della ricerca dell’università italiana che, nonostante le isole felici che pure esistono, lasciano molto a desiderare. Il Regno Unito ad esempio produce circa il 40-50% in più di citazioni (e il 25% in più di articoli) del nostro paese per unità di spesa (dati recenti Scimago; il confronto con il Regno Unito è particolarmente istruttivo per il Regno Unito è simile all’Italia in popolazione e Pil).

Pur tenendo conto del fatto che il sistema universitario del Regno Unito è da considerarsi la frontiera in Europa (ed infatti un confronto con la Francia non apparirebbe a noi così sfavorevole) è chiaro che il nostro Paese avrebbe molto da guadagnare da una riforma che induca il sistema universitario a premiare il merito e la qualità della ricerca.