Un figlio di 50 anni

mano anzianaÉ facile fare il figlio quando sei bambino. Ti imboccano, ti cambiano i vestiti, ti lavano con l’acqua tiepida. Sei un cucciolo nelle mani degli adulti. Prima di imparare il significato delle parole, senti la tenerezza, la dolcezza, dai polpastrelli di tua madre o di tuo padre. Ti carezzeranno i capelli, ti baciano sulla fronte. Poi arriveranno le parole, potrai dialogare di piccole e grandi cose.

Ti scontrerai, o andrai d’accordo. Nessuno di carezzerà più tra i capelli. I polpastrelli della gente non avranno più la tenerezza o la dolcezza di quelli di tuo padre o di tua madre. Devi farti largo per sopravvivere. Diventare anche furbo. A volte ti chiederanno persino di diventare spietato.

Ma dentro di te, la parte bambina non morirà mai. Nei momenti più difficili dell’esistenza, quando tutti ti sembreranno contro, sentirai ancora il calore dei tuoi parenti pulsare dentro. Poi gli anni, l’esperienza, le delusioni e le rare soddisfazioni. I capelli diventeranno grigi.

Ma tu ti senti ancora figlio. Perché hai la fortuna di avere una madre viva. Che strano effetto guardarsi allo specchio, e vedersi i capelli grigi, proprio come quelli di tua madre: della stessa tonalità.

Quando arrivi da lei, alla fine di una settimana di lavoro, stanco e demotivato, la guardi quasi bevendo la sua dolcezza. Si somigliano le persone anziane. Soprattutto se le guardi da dietro. Le teste grigie sono tutte come quelle di tua madre.

Donne che non conosci. Che per istinto chiami. Come fossero tua madre. Ma loro non si girano, loro non sono lei.

Mi è capitato spesso di vedere la testa di mia madre in centro altre donne. Ogni volta un effetto tenero. La vedo nelle strade, nelle chiese, sul tram. La vedo curva sotto il sole, o con i capelli scompigliati, nel vento della sera. Il ballo misterioso delle teste bianche.

Se dovessi inventare un sottofondo musicale, per questa danza misteriosa, suonerei un valzer. Un motivo orecchiabile, che potrebbero suonare anche i vagabondi nelle strade. Non è un motivo di successo. Perché ricorda mille altri motivi di troppo tempo fa. Ma non importa, non deve finire in discoteca il ballo misterioso delle teste bianche.

Eccola là, mia madre, che gioca con un ragazzino e una palla rossa. Non ti chinare testa bianca, lascia che sia quella piccola creatura a raccogliere la palla. Eccola là mia madre, che sta frugando nella borsetta, sta cercando per l’ennesima volta le chiavi di casa. Queste scompaiano e ricompaiono quasi a beffare quei capelli bianchi.

Eccola là mia madre, in piedi davanti all’altare, che aspetta la comunione. E il prete le si avvicina, quasi la deve svegliare dal leggero intontimento. Non sa se lei voglia accettare l’ostia tra le mani o nelle labbra. Deciditi mamma, il prete deve procedere: c’è altra gente dietro di te. Poli la testa bianca si alza, e vuole l’ostia nelle labbra.

Eccola là la testa di mia madre, che si allontana nella piazza assolata. Io continuo a chiamarla, ma lei non si gira. Non vuole deludermi: vuole lasciarmi il dubbio che sia proprio lei, mia madre, la donna che adesso si è dileguata tra la folla.

Lo so, lo so che in questo terzo millennio arriverà una telefonata gelida, magari nel pieno della notte. Una voce mi dirà che mia madre se ne è andata per sempre. Senza grida, senza scene di panico, io accetterò quella notizia. Forse senza piangere.

Accettare di ammettere che quella donna, che abita in quella casa, nel centro di Milano, ha finito di vivere… Ma soltanto quella donna, quella che passava dalla poltrona al letto, e dal letto alla poltrona senza mai lamentarsi. Solo lei se ne è andata. Le altre madri, le altre mille teste bianche, continueranno a vivere.

A ingannarmi di spalle, a illudermi che lei sia ancora viva. E finchè una sola donna non si volterà verso di me, io avrò tutto il diritto di credere che mia madre sia viva.

Non vi voltate mai verso di me.