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“L'ÉDUCATION SENTIMENTALE”: INTERVISTA AI DA HAND IN THE MIDDLE

Il secondo lavoro della band umbra, mescola blues e ritmi caraibici con il cantautorato

I Da hand in the middle sono una band giovane, ma non si direbbe ascoltando “L'éducation sentimentale”, la loro seconda fatica discografica che compendia elementi di un blues ostinato e sincero con ritmi caraibici e delicatezze cantautorali. Unico aspetto da cui emerge la loro età fresca è l'incredibile ironia e la voglia di divertirsi che risuona in ogni loro nota. Li abbiamo intervistati per voi.

Raccontateci un po' la storia della band, come vi siete incontrati umanamente e musicalmente?
R- Ci conosciamo fin dall’infanzia, abbiamo frequentato le stesse scuole, gli stessi corsi di nuoto, gli stessi circoli culturali, pertanto non è stato un problema creare un ensemble musicale così numeroso. Ancora oggi la sera ci ritroviamo nell’osteria del primo batterista Hank Bumba a tracannare vino, parlar di Hegel e lisciarsi le barbe. Da un punto di vista musicale il gruppo nasce con il serio intento di cuccare con il jungle blues. Ancora non si vedono risultati.

Che ricordi avete del vostro primo concerto?
R - Il primo concerto è stato nella montagna del ternano, ad un festival metal denominato “Livin’ on the Eggi”. Data la situazione ci siamo dovuti adattare riuscendo a realizzare un’apprezzata versione di “Painkiller”, cavallo di battaglia dei Judas Priest.

Entrambi i vostri dischi, sia “Shiver animal sensation” che “L'éducation sentimentale” mescolano come in una sapiente ricetta generi diversi, dalla samba al jazz all'improvvisazione pura. La domanda che sorge spontanea riguarda quindi i vostri ascolti: sono differenziati tanto quanto le influenze dei vostri album?
R - Essendo un gruppo assai numeroso è normale che le fonti ispiratrici dei momenti musicali siano assai disparate. É comunque un fatto che le esperienze pop di Robbie Williams sono un legame comune per noi e che il nostro principale paroliere sia un impiegato di banca.

Quali sono gli artisti che più vi ispirano?
R - Senza gli Stone Roses non saremmo qui, questo è certo.

Abbiamo guardato con piacere il videoclip realizzato dal regista Federico Sfascia per “Hong Kong Stories”, ci raccontate qualche retroscena avvenuto durante le riprese?
R - É stato un video che ci ha insegnato come il sale dei prosciutti possa rimanere impregnato nei vestiti per giorni! Per la cronaca il tastierista Mario Dream ha provato ben 22 abiti diversi prima di scegliere quello giusto per il suo assolo di ballo. Inoltre fino alle 5 nessuna delle anziane della via aveva capito che il negozio era chiuso e hanno continuato a chiedere formaggi e crudo di Parma ai finti commessi”.

Quali sono le principali differenze che rilevate nell'esecuzione dei brani in studio e durante i concerti?
R - Il sound che usiamo nei live è sicuramente più garage, i pezzi son più veloci, il tutto per cercare di creare una sorta di musica tribale che il pubblico poi possa convertire in ballo. Certo, il fatto che il disco sia suonato da turnisti pagati è da tenere in conto.

Un ascolto che consigliate ai nostri lettori.
R - Sicuramente Blue Dean Carcione, l’ukulele hero della Valle Umbra Sud che spopola su Youtube.
(di Piero Vittoria - del 2013-06-05) articolo visto 1278 volte
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