L'Opinionista Giornale Online - Notizie del giorno in tempo reale
Aggiornato a:
 
Silvio Berlusconi

BERLUSCONI E I QUARANTENNI

Il Cavaliere decade e i giovani entrano nella stanza dei bottoni: svolta o ammuina?

Uno dei tanti falsi storici di cui è zeppa la Storia (dunque, non solo quella italiana…) è quello del fantomatico ordine del “facite ammuina” (in napoletano significa fateconfusione) che la vulgata asserisce sia tratto dal Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841. Questo fantomatico ordine stabiliva che, in occasione delle visite delle alte autorità, a bordo delle navi della marina militare borbonica, tutti i marinai che stavano a prua dovessero recarsi a poppa, quelli che stavano a poppa si recassero a prua, quelli di dritta andassero a sinistra e viceversa. Il tutto per dimostrare all’alto papavero di turno che sulla nave ci fosse un gran fermento e che non si battesse mai la fiacca.
Ecco, questa ingegnosa trovata di qualche buontempone magari ignora la Storia, ma rappresenta alla perfezione l’animo italiano e, quindi di riflesso, la politica nazionale. A ben vedere, infatti, sia nella cosiddetta Prima che nella Seconda Repubblica, il susseguirsi frenetico di fatti e avvenimenti, l’avvicendarsi frequente dei governi e i cambiamenti anche repentini del panorama politico, hanno visto come protagonisti, sempre e solo, la stessa ristretta cerchia di persone che magari cambiavano collocazione e poltrona, ma restavano (e restano) sempre sulla scena.
Politici come Andreotti, Cossiga, Scalfaro, Fanfani, Moro (fino alla sua uccisione per mano delle BR), Leone, La Malfa, Craxi (fino all’esilio-latitanza in Tunisia, unica “vittima eccellente” di Tangentopoli) e più recentemente Berlusconi, Prodi, D’Alema, Casini, solo per citarne alcuni, dimostrano come in Italia il cambiamento sia sempre stato più apparente che reale, più superficiale che profondo, più di facciata che di sostanza. Anche nella cosiddetta Seconda Repubblica, pur cambiando l’impianto partitico e con l’innesto di uomini nuovi (in primis il Cavaliere), ma la gran massa della classe politica è rimasta la stessa degli anni precedenti. Una così spiccata unicità è propria solo dell’Italia.
Ovunque nel mondo i leaders dei paesi democratici restano al potere 10, 15 anni al massimo, eppoi passano la mano. La politica, all’estero, è spietata, con gli sfidanti: se hai l’occasione di poter competere alle elezioni guidando un partito e perdi, sei out. Avanti un altro. La tua carriera è finita, almeno nei primissimi posti di potere. Avviene così in Francia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Spagna…
Il nostro Paese, insomma, è rimasto per decenni e fino ad oggi, quello descritto tanto efficacemente da Tomasi di Lampedusa attraverso la massima che ne “Il Gattopardo” fa dire al principe di Salina: “tutto deve cambiare perché nulla cambi”. Un Paese, inoltre, dove vi fu la Controriforma senza avere la Riforma e che non ha mai conosciuto rivoluzioni che potessero innescare dall’interno. Infine, un Paese dove, specie negli ultimi anni, è sempre stato più difficile per un giovane fare carriera in politica e negli affari: tanto che si è definito “gerontocratico”, un sistema che vede leaders in politica e in economia, per l’assoluta maggioranza, ultrasettantenni.
Quest’anima profondamente conservatrice sembra sia stata messa in discussione dagli ultimi avvenimenti: Berlusconi (77 anni, a capo di 4 governi e uomo cardine della politica italiana dal 1994) dichiarato decaduto dal Senato e ineleggibile per i prossimi 5 anni; Enrico Letta (47 anni) a Palazzo Chigi; Matteo Renzi (39 anni l’11 gennaio) a capo del PD; Angelino Alfano (43 anni) messosi a capo degli scissionisti del partito del Cavaliere e ora al vertice del Nuovo Centrodestra; Giorgia Meloni (37 anni il 15 gennaio) leader di Fratelli d’Italia; Matteo Salvini (40 anni) eletto segretario della Lega Nord, addirittura (stra)vincendo il congresso contro il padre nobile Umberto Bossi (72 anni). Tutto bene si direbbe: finalmente una nuova generazione di leaders ha avuto la forza di porsi a capo di alcuni importanti partiti e coloro che li hanno guidati finora si sono o sono stati posti in seconda fila. Tuttavia la politica, come la vita, è complessa e non ammette soluzioni semplici.
Innanzitutto, il mero criterio anagrafico non può, da solo, essere sinonimo di buona politica. Per due ragioni principali. In primis perché i politici, essendo uomini, non possono essere divisi soltanto tra giovani e vecchi ,ma avendo presente altre categorie come le capacità, l’onestà, la visione del mondo tra 10 o 20 anni, l’indipendenza dai centri di potere particolari, l’intelligenza, ecc. Insomma un giovane, di per sé, non è automaticamente un buon politico e si dovrebbe saper utilizzare le qualità di ognuno, anche se quella persona ha 70 anni. In secondo luogo, in politica, non basta essere giovani, bisogna avere anche idee nuove. Sembra implicito, ma così non è. Spesso si è assistito a giovani messi in posti di potere che, una volta alla prova, hanno dato un’immagine fotocopia dell’esponente che li aveva precedentemente “beneficiati”. Insomma la solita storia dei giovani che diventano più realisti del re. Giovani con idee antiche.
Altro elemento da non sottovalutare, dopo quello meramente anagrafico, è COME questi giovani sono arrivati al timone dei rispettivi partiti. Ci si riferisce, in questo caso, alle strutture interne degli stessi partiti. I nuovi leaders per essere veramente alla guida e per mettere in pratica idee giovani, nuove, addirittura “rivoluzionarie”, dovranno essere indipendenti e forti. Se, invece, non potranno intaccare le posizioni di potere esistenti all’interno per l’appoggio ricevuto dai capi-corrente nel congresso o nelle varie primarie, allora nulla potrà cambiare davvero. Saranno segretari in ostaggio di un apparato di potere vecchio e responsabile della caduta di fiducia degli italiani nei confronti di politica, istituzioni e partiti.
Proprio questo è il rischio di Matteo Renzi. L’elezione plebiscitaria che l’ha portato alla segreteria del PD non basta a farne un leader capace di incidere. Questo perché il PD è un partito grande, strutturato sul territorio, con tante correnti e tanti, tantissimi (troppi) capi e capetti in Parlamento e sul territorio. Molti di questi avevano appoggiato Bersani solo un anno fa e ora sono saliti sul carro renziano. Per la convinzione che serva un sincero rinnovamento di classi dirigenti, di mentalità e di politiche o per restare a galla? Diceva Andreotti che a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. La nuova segreteria di Renzi, interamente composta da giovani e parecchie donne (gran bel segnale), a ben vedere però, è sempre strutturata col medesimo, vecchio, sistema. Ci sono i renziani della prima ora ma anche coloro che rappresentano la corrente X e lo storico dirigente Y. Insomma cambiare il segretario è stato utile e intelligente, ma se quelli che hanno tirato le fila del partito negli ultimi vent’anni restano, magari sotto mentite spoglie, non è che si risolva granché. Renzi, tuttavia, è persona energica e intelligente, con una immensa ambizione e potrebbe farcela. Ma non sarà facile. Paradossalmente questa sarà per lui la battaglia più complessa: bisognerà distruggere vecchie posizioni di potere (leggi CGIL… negli ultimi vent’anni non s’è fatto nulla senza il suo assenso) e veti di capi-corrente e portatori di voti, al partito e in periferia. Perché riformare non è mai indolore.
Renzi, definito dai suoi nemici, il Berlusconi di Centrosinistra (stessa simpatia, stessa empatia con l’elettorato, stessa torrenziale dialettica e stessa capacità di vendere sé e il proprio prodotto politico), ha promesso mari e monti. Se solo riuscisse a fare il 10%, potrebbe accampare la sacrosanta pretesa di avere un monumento equestre a piazza Navona.
Contemporaneamente, o quasi, all’entrata in scena dei tanti, nuovi volti giovani nei partiti, viene dichiarato decaduto Berlusconi dal Senato per la Legge Severino, in seguito alla condanna definitiva per evasione fiscale. Esce così dal Parlamento, ininterrottamente dal 1994, l’uomo che più di tutti ha rappresentato il potere negli ultimi vent’anni. Il politico (o meglio l’imprenditore prestato alla politica, secondo la sua definizione, per evidenziare la distanza dalla classe politica. Anche se oggi, dopo tanti anni, appare difficile sostenere ancora questa distanza) che ha ricostruito un’area venuta meno sotto i colpi di Tangentopoli e che ha caratterizzato come nessuno un’epoca storica e un modo di fare politica. Berlusconi ha avuto un enorme successo come imprenditore (tralasciando le dietrologie sul suo successo, a volte vere, altre costruite ad arte per dare in pasto ad un Paese da sempre affamato di misteri), mentre il giudizio politico è più complesso. Occorre fare un distinguo innanzitutto.
Dal punto di vista elettorale, il Cavaliere è il numero uno, non ci sono dubbi. Ha vinto 3 elezioni politiche (1994, 2001 e 2008), pareggiandone 2 (2006 e 2013) e perdendone una (1996), ma anche quella volta avrebbe vinto se Bossi non si fosse deciso a correre da solo. I prodigiosi recuperi in termini di preferenze, in pochi mesi, fatti nel 2006 e soprattutto nel 2013 rendono l’idea di come sappia capire il Paese, interpretare la sua pancia, intuire nel profondo i suoi umori e scodellargli una ricetta fatta su misura. I suoi nemici mettono in evidenza la sua potenza economica e mediatica. Anche questo è vero. Ma anche la sinistra può godere dell’appoggio di parte dei media, tradizionali e non, oltre che di una larga fetta del mondo della cultura. La differenza sta nella capacità di far presa nell’elettorato, di apparire credibile e di ispirare fiducia.
Invece, dal punto di vista del segno lasciato il giudizio è meno positivo. Berlusconi nel 1994 aveva promesso la “rivoluzione liberale” e questo, dopo tanti anni, non è avvenuto. Sono stati approvati alcuni provvedimenti anche buoni (ad esempio la legge contro il fumo nei locali pubblici o per la patente a punti) ma certamente non basta per imprimere una svolta ad un Paese che è immobile da decenni, frutto degli errori di tutti gli attori in scena, sindacato, politica e imprenditori. Così, mentre l’Italia segnava il passo, gli altri nel mondo correvano, e oggi ci rendiamo conto di quanta strada abbiamo perso nei confronti degli altri paesi. Naturalmente non si tratta solo di responsabilità del Cavaliere, il quale, tuttavia, non ha impresso un segno indelebile come sarebbe stata la riforma dell’assetto istituzionale o il forte taglio della burocrazia. L’impressione è che, anche nei periodi della sua leadership più forte, abbiano prevalso le lobbies, i portatori di interessi di parte, i tanti lacci, lacciuoli e muri di gomma che impediscono a tutti di muoversi in Italia.
Berlusconi è un uomo che ha diviso e dividerà il Paese in due. Da un lato tutti coloro che lo ritengono l’artefice di tutti i mali d’Italia, sentimento che scade spesso nell’odio (per molto ciò scaturisce dall’essere stato un ostacolo all’approdo al governo della sinistra dopo i tanti anni di opposizione nella Prima Repubblica) mentre per tanti altri rappresenta il leader di riferimento, posizione che spesso si è contraddistinta in assenza di analisi critica se non addirittura in manifestazioni d’amore anche imbarazzanti. Tutto ciò si è riverberato nei suoi processi. Ormai le sue vicende giudiziarie non hanno più a che vedere con la giustizia, ma sono diventati dogmi. Per i suoi sostenitori, è un perseguitato politico mentre per gli avversari è un criminale da assicurare alle patrie galere. Le vicende in sé non hanno più alcuna importanza. Analizzando quanto più freddamente il caso, riteniamo particolarmente strano che tutti i guai giudiziari di Berlusconi siano venuti fuori solo la sua decisione di “scendere in campo” nel 1994. Perché delle due, l’una: o precedentemente a quella data la magistratura su di lui aveva entrambi gli occhi chiusi, oppure vi è stato anche qualche caso di accanimento mediatico e giudiziario.
Oggi, comunque, dopo la decadenza (votata il 27 Novembre 2013 a scrutinio palese, al contrario di quanto prevedono i regolamenti del Senato per materie riguardanti la persona) il Cavaliere è un privato cittadino. Ma sarebbe errato considerarlo un uomo finito. Berlusconi è un animale ferito ma si batterà ancora come un leone nell’arena politica. Tante volte sono suonate per lui le campane a morto, ma ha sempre smentito chi lo dava per finito. Avremo ancora a che fare con lui. Questo è certo.
Foto tratta da: it.wikipedia.org/wiki/Silvio_Berlusconi
(di Marco Di Giacomo - del 2014-01-08) articolo visto 4598 volte
sponsor