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L'AMERICA HA SCELTO OBAMA

L'inarrivabile democrazia Usa premia un afroamericano, autentico “self made man”

Il 4 Novembre gli elettori americani si sono espressi, e lo hanno fatto in modo inequivocabile, per Barack Obama, chiamato ad essere il 43° successore del mitico George Washington, il primo Presidente degli Stati Uniti d'America. Ma il vero trionfatore dell'arena politica (Obama non ce ne voglia) è stata la democrazia a stelle e strisce. Il 4 Novembre, infatti, gli Usa si sono scrollati di dosso le tante critiche e le troppe zone d'ombra degli ultimi 8 anni e in un solo colpo si sono riappropriati dell'immagine sfavillante di democrazia più importante del mondo.
La vittoria di Obama non è solo quella dell'uomo incarnazione stessa del Melting Pot americano (“padre nero come la pece e madre bianca come il latte” come lui stesso li ha definiti nella sua biografia); non è soltanto quella dell'uomo del ceto medio che, senza grandi patrimoni alla spalle, ha potuto studiare anche grazie ad un sistema universitario, quello americano, che premia il merito e fa emergere i migliori; ma è sopratutto la vittoria di tutti gli afroamericani e con essi gli ispanici, gli asiatici, gli ultimi e gli invisibili d'America insomma. Persone che lottano ogni giorno contro il pregiudizio, la povertà, lo sfruttamento di una società dura, arcigna che non ama i perdenti. Il successo di Obama è sopratutto loro perché è diventato un simbolo di riscatto sociale ed ecco che si scopre che la società americana, dura e arcigna, ha però una forte mobilità sociale (merce rara da sempre nel Vecchio Continente) e tutti possono aspirare a farcela, magari anche a diventare presidente. Ergo è la vittoria della democrazia, potente e delicata allo stesso tempo. Allora si deve ammettere che gli Usa sono davvero il “Paese dove tutto è possibile” come ha detto lo stesso Obama. E' vero, la loro Storia lo conferma e alla notizia ufficiale della vittoria del candidato democratico chi vi scrive ha provato un po' d'invidia per il sogno americano.
IN CASA DELLO SCONFITTO Quella di Obama è stata una vittoria netta, quasi una valanga. Infatti alla fine Barack si è aggiudicato anche Florida, Colorado, Nord Carolina e Indiana, degli Stati una volta feudi repubblicani, rendendo più netto il successo. Ma nonostante l'implacabile durezza dei numeri, che vedono McCain sconfitto anche nelle roccaforti tradizionali, la sua campagna è stata più che dignitosa. Sin dall'inizio il candidato repubblicano ha avuto più “gatte da pelare” del suo avversario. Innanzitutto i fondi, che in America fanno subdorare da chi pende la bilancia.
Infatti, Obama ha raccolto il doppio, facendo rimanere impresse nella mente le immagini di McCain che, all'inizio della sua campagna, viaggiava a bordo di aerei di linea perché a corto di finanziamenti. Ma non è stata solo una questione di soldi. Erano anche altri i problemi irrisolti dei repubblicani: l'indubbio minor fascino personale del loro candidato rispetto ad Obama (da più parti accostato, anche per via dell'età, ad un mito carico di suggestioni come Kennedy), le numerose gaffes politiche di Sarah Palin (come faranno i comici americani ora che lei è uscita di scena?), i profondi dissidi interni al partito repubblicano (inizialmente diviso tra populisti e pragmatici ma successivamente, con i sondaggi sempre più negativi, addirittura lacerato da una lotta fratricida, con numerosi big passati dalla parte dei democratici e la Palin a fare da capro espiatorio).
L'EFFETTO BUSH Ma in realtà la vera zavorra di McCain, il peccato originale di tutto il suo partito, è stato sicuramente il Presidente Bush. Questi, infatti, si potrebbe dire che sia stato il miglior alleato di Obama. Solo tenendo bene a mente una Presidenza repubblicana responsabile, volenti o nolenti, di due guerre con migliaia di morti, della crisi economica e finanziaria più pesante sin dai tempi della catastrofe del '29 e sopratutto del clima di perenne paura, sospetto, depressione e mancanza di fiducia nel futuro (atmosfera descritta bene da Michael Moore nel suo Fahrenheit 9/11), si può capire la voglia di cambiamento degli americani, cha hanno fatto trionfare il leader che più si discostava dallo stereotipo del politico repubblicano.
Quello tra Obama e gli elettori è sembrato quindi un matrimonio perfetto perché gli Usa avevano un disperato bisogno di un uomo che facesse loro dimenticare Bush e che incarnasse la speranza e la giovinezza, dopo 8 anni considerati “bui e polverosi”. Lo slogan YES, WE CAN è stato perfetto e ha sprizzato positività. McCain si è sgolato in tutte le piazze d'America ripetendo che lui non è Bush ma evidentemente non è stato sufficiente. Nonostante il suo passato di “bastian contrario”, spesso in dissenso con le posizioni ufficiali del partito, ha prevalso nell'elettorato il suo voto a favore della guerra in Iraq o il suo essere semplicemente repubblicano, pur con tutte le sfumature di questo mondo.
LA SCELTA DELLA SQUADRA DI GOVERNO Obama ora dovrà attendere il 20 gennaio 2009 per poter prestare giuramento e poter così entrare in carica. Tuttavia, sin dall'ufficializzazione della sua vittoria, non ha ha perso tempo e si è dedicato alle prime incombenze, come la spinosa scelta dei membri dell'Esecutivo: con la prestigiosa poltrona di Segretario di Stato, cha fa gola a molti, ambita dalla grande sconfitta delle primarie dei democratici, Hillary Clinton. Un chiaro segno di riconoscenza per l'appoggio ricevuto dalla sua ex rivale. Ma anche un segno di gratitudine nei confronti di Bill Clinton che, pur essendo stato molte volte attaccato da Obama, alla fine non ha fatto mancare il proprio sostegno al senatore dell'Illinois. Tuttavia per l'incarico agli Esteri c'è anche il Governatore del New Mexico Bill Richardson, che oggi sembra il favorito e in questo caso l'ex first lady potrebbe andare alla Giustizia. Bisognerà attendere più tempo, invece, per avere il nome del Segretario al Tesoro. Sicuramente la poltrona più scomoda e importante di questa America in crisi.
LE PROMESSE DA MANTENERE I giorni seguenti l'elezione sono stati straordinariamente importanti per capire i primi passi della nuova Amministrazione a guida democratica. Il Presidente eletto si è atteggiato a colomba per quanto riguarda gli uomini chiamati ad avere responsabilità di Governo, offrendo addirittura la sua disponibilità per affidare alcuni dicasteri agli sconfitti repubblicani (appare in pole position l'attuale Segretario alla Difesa Robert Gates, sempre nello stesso incarico) ma presentandosi come falco sul programma da seguire.
Ha dichiarato, infatti, che è sua ferma volontà cambiare 200 leggi dell'era Bush: aborto, cellule staminali (causando per questo i primi malumori con il Vaticano), sanità, economia, politica di difesa. Insomma, sarà una Presidenza all'insegna del cambiamento, come lui stesso ripeteva in campagna elettorale e come il popolo americano si aspetta che lui faccia. Mantenere le promesse fatte non sarà facile (qualche economista dice addirittura che sarà impossibile vista la situazione disastrosa), ma rispettare almeno in parte le aspettative degli americani è un imperativo categorico per un Presidente eletto sulle ali dell'entusiasmo.
(di Marco Di Giacomo - del 2008-11-16) articolo visto 1381 volte
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