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Duran Duran

"PAPER GODS”: IL VOLTO AVVENIRISTICO DEI DURAN DURAN

La storica band inglese spiazza ancora una volta i fans con un album dai suoni molto attuali che rompe con il passato

I Duran Duran cambiano volto per l’ennesima volta e spiazzano i fans di vecchia data: “Paper Gods”, loro quattordicesimo album in studio in uscita venerdì 11 settembre, è un compendio di sonorità moderne, elettronica spinta e poco di suonato realmente.

Un tentativo di inseguire le mode del momento da parte di una band come i Duran Duran potrebbe apparire forzato, ma allo stesso tempo bisogna capire che i tempi cambiano e che anche loro hanno sentito per l’ennesima volta la voglia di sperimentare proponendosi in un modo totalmente diverso da ogni cosa fatta finora nella loro ultratrentennale carriera.

Apprezzabile il coraggio di osare e cambiare sempre, d’altronde lo hanno fatto costantemente nei dischi in studio che hanno pubblicato, ma francamente forse stavolta si sono spinti ben oltre il dovuto. Dov’è il basso pulsante di John Taylor in queste canzoni? Lo si sente troppo a sprazzi. Dov’è il drumming di Roger Taylor? Assente ingiustificato se non in piccoli momenti in cui fa sentire la sua mano.

Grida “fortemente presente” invece Nick Rhodes che ha fatto sicuramente il lavoro maggiore nella produzione di un album così pomposo nei suoni e forse fin troppo “plastificato”. “Paper Gods” è un disco dunque a tinte forti che molto probabilmente lascerà l’amaro in bocca ai fans più oltranzisti, quelli che si erano esaltati per il precedente “All you need is now” che aveva raggiunto un giusto compromesso fra modernità e “Duran style” e aveva riportato la band di Birmingham a guardare con orgoglio al suo glorioso passato senza disdegnare un tuffo nei tempi moderni.

Di contro “Paper Gods” piacerà molto ai critici che hanno invece fin troppo etichettato i Duran Duran come band simbolo degli anni’80: qui infatti non c’è assolutamente traccia di anni’80, ma si guarda solo ai tempi di oggi e al futuro.

In sostanza com’è “Paper Gods”? Un lavoro affascinante sotto tanti punti di vista, ma sicuramente non facile e tutt’altro che immediato: bisognerà ascoltarlo con l’orecchio di chi ha voglia di non cercare per forza i Duran Duran nelle varie tracce, ma ama la sperimentazione e la ricerca di un gruppo che non ha mai amato ripetersi e anzi è andato ogni volta controcorrente.

Anche stavolta il risultato è proprio questo: come detto “disorientare” gli ascoltatori ed anche i loro stessi fans è quasi un loro dictat e in questo caso ci sono veramente riusciti alla grande. L’album è prodotto da Nile Rodgers, Mark Ronson e Mr. Hudson ed è pieno di illustri collaborazioni: Janelle Monáe e Nile Rodgers (nel primo singolo estratto "Pressure Off"), l’ex chitarrista dei Red Hot Chili Peppers John Frusciante ( in “What Are The Chances?,” “Butterfly Girl”, “The Universe Alone,” e “Northern Lights”), la cantante canadese Kiesza (in “Last Night in the City”), Mr Hudson (in “Paper Gods”), il cantante dei Mew Jonas Bjerre (in “Change The Skyline”), il violinista Davide Rossi (in “Pressure off”, “Face For Today”, “What are the chances?” e “The universe alone”) e l’attrice Lindsay Lohan che fa capolinea con una parte recitata in “Danceophobia”.

Il disco si apre con il brano più affascinante dell’intero lavoro, la title track che inizia con un insolito coro gospel per poi evolversi in un tappeto di suoni elettronici impreziosito dal basso di John Taylor e la voce magica di Simon le Bon: sette minuti di grande musica avveniristica che affascina (qualcuno ha parlato di una canzone alla Depeche Mode e ci può anche stare il paragone, ma ci piace pensare ai Duran Duran come un’entità unica che non deve scomodare questi ingombranti paragoni).

“Last night in the city” va dove mai avremmo voluto andassero i Duran Duran: qui tutto è elettronico e l’influenza di Kiesza si è fatta fin troppo sentire, ma questo brano farà la felicità di tutti i dj del mondo, già pronti a darne diverse versioni (potrebbe essere un altro probabile singolo estratto).

“You kill me with silence” è un altro degli episodi migliori del disco: ancora elettronica alla Depeche Mode protagonista, ma qui anche John e Nick si fanno sentire, il refrain è puramente Duran.

Il singolo di lancio “Pressure off”, frutto della rinnovata collaborazione con Nile Rodgers, è un funkettone immediato che subito entra in testa: canzone già pronta ad essere cantata nei concerti e sicuro classico anche in futuro. Lontani i tempi della straordinaria “Notorious”? Forse, ma questo singolo ha il piglio giusto ed è accattivante quanto basta per far felici i fans, anche se esula dagli schemi del resto dell’album.

Nick Rhodes padrone assoluto della scena in “Face for today”, altro buon momento dell’album: qui è chiaro quanto i Duran Duran si siano divertiti ad osare ma in senso buono , contrariamente a “Last night in the city” che obiettivamente ci aveva lasciato molto perplessi. “Danceophobia” è il brano più debole in assoluto: un inutile sconfinamento in territori non propriamente consoni a Le Bon e soci. La presenza di Lindsay Lohan? A nostro giudizio un semplice cameo vocale che non si segnala più di tanto. “What are the chances?” è la prima delle due ballad e vede la presenza di John Frusciante, tocco di classe qui il suo intervento chitarristico, definita da più parti come la “nuova Ordinary world”: senza dubbio una bella canzone questa , ma comunque ben diversa e lontana dal capolavoro del 1993.

“Sunset garage”: una canzone che avremmo visto meglio come b-side di un singolo che non in un album. “Change the skyline” ? Un altro azzardato viaggio nell’elettronica spinta. La parte finale dell’album, la più interessante, riporta seppur parzialmente ai suoni “veri” dei Duran Duran, quelli più suonati: bella la chitarra distorta in “Butterfly girl” a metà brano e refrain orecchiabile con i cori di Anna Ross grandi protagonisti. “Only in dreams” è un ottimo slow funk con atmosfere accattivanti e suadenti. La conclusiva “The universe alone” è la seconda ballad presente ed insieme alla title track è il momento top del disco: anche qui Frusciante dà la sua inconfondibile impronta. Il brano si chiude con un coro di bambini che sembra quasi voler riprendere e continuare idealmente l’inizio della title track.

Come ci ha lasciato alla fine dell’ascolto “Paper Gods”? Straniti: questo è l’aggettivo giusto per descrivere la sensazione provata. Già con “Red Carpet Massacre” c’era stato un tentativo di cambiamento radicale, ma poi i risultati furono decisamente poco esaltanti (vendite disastrose e critiche non certo morbide per il disco) e la cosa naufragò decisamente. “Paper Gods” è un album sicuramente complesso e ricercato, volutamente atipico in molte sue parti, difficile senza ombra di dubbio da suonare live, che rompe con il passato dei Duran Duran: oggi i quattro di Birmingham strizzano l’occhio, forse pericolosamente, alla modernità intraprendendo una strada ardua e spinosa, ma allo stesso tempo anche per loro stimolante. Il tempo dirà quanto le scelte (azzardate?) fatte con “Paper Gods” siano state giuste o sbagliate.

“Paper Gods” esce in quattro diversi formati: cd standard con 12 brani, versione deluxe con 15 brani (in più le tracce “Planet Roaring”, “Valentine Stones” e “Northern Lights”), doppio vinile e cofanetto in vinile in edizione limitata Vinyl Factory Deluxe.

Inoltre da segnalare l’edizione giapponese che conterrà anche “On evil beach” e quella sul sito target.com (contenente oltre a “On evil beach” anche “Cinderella Ride”).
(di Piero Vittoria - del 2015-09-09) articolo visto 2180 volte

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