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CERVELLI IN FUGA, LA DIASPORA DEL III MILLENNIO

La ricerca è il propulsore della società moderna ma i nostri politici evidentemente non la pensano così. E in tal modo i “monumenti” all'intelligenza sopravvivono ai monumenti del potere emigrando all’estero

UN PROBLEMA RISAPUTO - La cosiddetta fuga dei cervelli (terminologia formulata nei primi anni ‘60 del secolo scorso dalla Royal Society [1963], per riferirsi all’esodo di scienziati e ricercatori britannici), con la quale s’intende l’emigrazione all’estero degli scienziati, è un fenomeno da tempi non sospetti coinvolgente la Penisola italica e che negli ultimi decenni si sta accentuando in misura allarmante.
Le ragioni che hanno indotto i nostri scienziati a mettere la loro intelligenza a servizio altrove sono le più disparate ma quasi tutte convergono in unico punto: la mancanza di fondi, per la ricerca in senso stretto certo, ma anche per gli stessi luminari che non ottengono un valido corrispettivo in denaro (la borsa di studio per un dottorato di ricerca in Italia è oggi di 810 euro mensili, rispetto ai 1100 euro mensili della Germania, ai 1500 euro della Svezia, ai 4000 dollari degli Stati Uniti). Inoltre gli stessi pochi capitali consacrati alla ricerca sono gestiti in una maniera opinabile ed è così che tutto ciò si traduce in ingiuste distribuzioni dei fondi, ed ad una conseguente soppressione dell'entusiasmo caratteristico di ogni ricercatore.
LA SORDITA’ DEI NOSTRI POLITICI - È ormai assodato che negli USA ci si possa imbattere nei presupposti ideali per mettere a frutto l’ingegno. Lì si denota una maggiore sensibilità nei confronti della ricerca scientifica e tecnologica e vi si attribuisce uno sconfinato valore, che prescinde da ogni ottica politica od economica che sia. Non a caso Democrito teneva a precisare come fama e ricchezza senza l'intelligenza non siano possessi sicuri. Intelligenza che i componenti della casta (i nostri cari Parlamentari) sembrano non possedere…È persino superfluo e si rischierebbe di sprofondare nella retorica se in questa sede ci producessimo nell’approntare una serie di motivazioni che dovrebbero persuadere i nostri politici a cambiare registro.
Possiamo comunque ribadire ai più sconsiderati (e vi assicuro che sono in tanti, ma tanti!) che le scoperte scientifiche hanno portato un certo grado di benessere a cui oggi non potremmo rinunciare. E di certo non ci riferiamo solo ai videofonini o alle antenne paraboliche o al computer sul quale adesso sto dando vita a questo elaborato… Possiamo sottolineare una volta per tutte come sia assurdo che in un paese civile e all’avanguardia sotto qualsivoglia profilo si prenda sotto gamba una materia che è il fondamento della medicina e della nostra esistenza. Grida vendetta quello che è un atteggiamento che va contro ogni principio di logicità, un’anastrofe del buon senso.
Ma a quanto pare il Belpaese ci sta abituando anche a questo. Non c’è quindi da stupirsi se sempre meno giovani si accostano allo studio delle discipline scientifiche, specie ad alto livello. Tale fenomeno è altresì preoccupante non solo perché è suscettibile di frenare il progresso tecnologico europeo ma poiché pregiudica lo stesso ricambio della classe docente. Purtroppo a fungere da deterrente ai ricercatori italiani ci si mette anche l’odiata pratica del clientelismo, del nepotismo, tutti ingredienti (proverbiali in Italia) che finiscono con l’arrecare un gravissimo danno alla scienza. Da precisare, d’altra parte, che la fuga dei cervelli dall'Italia non si palesa essenzialmente nel mondo della ricerca scientifica.
Molti giovani neolaureati intenzionati ad utilizzare e sviluppare le proprie capacità tecniche in ambito industriale, infatti, si vedono costretti a lasciare l'Italia perché non riescono a trovare posizioni consone alle loro potenzialità possibilmente ben remunerate, mentre all’estero trovano migliori prospettive per intraprendere una bella carriera. E quelli che presi da un rigurgito nostalgico si decidono a tornare in Italia, dopo aver superato barricate burocratiche, trincee baronali e ragnatele sindacali, si ritrovano a rimpiangere il posto perduto in America, Olanda, Germania…
Insomma l’esodo dei cervelli è destinato a non arrestarsi per un fenomeno che non ha un'identità ben precisa poiché “colpisce” in egual misura (o quasi) sia giovani ricercatori sia scienziati rinomati (do you remember Dulbecco?, tanto per menzionare il primo che mi viene in mente…). Non a caso i ricercatori italiani che non lavorano in Italia rientrano nei settori più disparati: dalla medicina all'astronomia, dall'ingegneria alla biologia, dalla filosofia alla storia. Estremizzando potremmo paragonare il tutto ad una sorta di “olocausto” di un categoria di lavoratori.
COME LA PENSANO I DIRETTI INTERESSATI - Il fisico Carlo Bernardini tuonò qualche mese fa: “Mi è sembrato di vivere un vero e proprio incubo: venivo da un mondo in cui esisteva una ricerca libera (USA, ndr) e mi sono invece ritrovato in un mondo in cui i giovani non avevano altra possibilità che scappare via e cercare asilo in altri Paesi”. Gli fanno eco le parole di un’infinità di luminari come il matematico Giunio Luzzatto, il quale ha denunciato come un altro "buco nero" della politica del governo di centrodestra in questi anni sia stata la cancellazione della "dimensione europea" della ricerca: “Bisogna rilanciare - ha detto - una seria politica di europeizzazione, poiché uno dei punti di maggior debolezza dell'Italia è stato proprio questo.
Un esempio? Solo l'Italia e la Polonia si sono opposte all'istituzione di un Consiglio europeo della ricerca che fosse governato dagli stessi ricercatori”. Il biologo Renato Dulbecco affermò qualche tempo fa: “A cosa è dovuta la fuga dei cervelli dall'Italia? Per forza, mancano buone possibilità di lavoro. Per fare ricerca serve un ambiente di lavoro creativo, con mezzi adeguati. In Italia le strutture così sono poche. Se vogliono fare ricerca queste persone devono valicare i confini italici emigrando all'estero. La cosa triste è che poi ci rimangono”.
Non scarseggiano però attribuzioni di responsabilità nei confronti delle imprese private, le quali, si sostiene, non siano in grado di supportare sufficientemente la ricerca scientifica La fuga dei cervelli appare dunque come l’esito di una concatenazione di problemi che gravano sulla ricerca scientifica italiana. Ecco come la pensa in proposito Rita Levi Montalcini: “Servono più posti e serve un dialogo vero tra l’industria e il mondo della ricerca, che non ha spazio perchè poche imprese conoscono il vero senso dell’innovazione che è alla base dello sviluppo. L’Italia in mancanza di adeguate strategie per arginare le migrazioni intellettuali verso Stati Uniti e Canada, rischia di trovarsi impoverita di conoscenze”.
DIAMO I NUMERI - Tuttavia questa è una piaga che interessa in generale un po’ tutta l’Europa visto che i lavoratori ad altissima qualificazione (con visto H1B) provenienti dal vecchio Continente ed immigrati negli Usa nel 2003 erano oltre 100.000; tra i cinque paesi che forniscono questo capitale umano, l’Italia occupa il quarto posto con 5.900 persone, dopo Regno Unito (31.000 persone), Francia (15.000) e Germania (13.000). Sulla stampa quotidiana, quando si parla di fuga dei cervelli, spesso compaiono stime del fenomeno. Su Repubblica nel 2003 si parlava di 12.000 ricercatori che emigrano ogni anno mentre il 10 maggio del 2006, secondo il rettore del Politecnico di Torino, questo numero era salito a 30.000, con un ingresso di 3.000 stranieri.
Dei circa 300 mila italiani altamente qualificati che vivono all’estero nei paesi OECD, il 45% si trova in Nord America, e precisamente il 32% negli USA (cioè circa un terzo del totale) e il 12,6% in Canada. Il 40% rimane in Europa dove le mete privilegiate sono la Francia (9,3%), il Regno Unito (8%), la Svizzera (6,9%) e la Germania (6,2%). Sembra quasi di rivivere la prima metà del ‘900. Cambiano le cause ma non gli effetti per quello che appare una sorta di inversione delle tradizioni. A quei tempi, infatti, espatriavano i poveracci, adesso lo fanno gli studiosi che mai e poi mai dovrebbero avere problemi di trovare un lavoro adeguato alle loro capacità. E pensare che la ricerca di personale qualificato (o il tentativo di frenarne il drenaggio) è considerato uno degli strumenti con cui si cerca la competitività economica, la quale, sarebbe il mezzo con cui garantire il benessere e la sicurezza economica, ovvero la priorità dello stato moderno.
POSSIBILI CONTROMISURE PER ARGINARE IL FENOMENO - Fra le contromisure da adottare per arginare il fenomeno vi potrebbero essere le cosiddette politiche di ritorno (Return): questo insieme di politiche è volto ad adottare degli accorgimenti per far rientrare i cervelli fuggiti all’estero. Si basa sull’idea che i migranti abbiano acquisito delle competenze che possono essere molto utili nel paese di origine. Gli incentivi per scongiurare questa “brachilogia” sociale possono essere di varia natura, ma tendenzialmente riguardano riduzioni fiscali e agevolazioni nell’ottenimento della cittadinanza per le famiglie. Difatti l’idea della competitività basata sulle competenze delle risorse umane ha condotto molti paesi sviluppati ad adottare politiche indirizzate ad elevare il livello di competenza dei lavoratori, tra cui rientrano le politiche volte ad attirare cervelli e a frenarne il drenaggio. E concludiamo questo excursus con un’aforisma doc di Konrad Adenauer.
“All'intelligenza Dio ha posto limiti, alla stupidità no”. E chi ha orecchie per intendere...intenda
(di Alberto Sigona - del 2008-12-28) articolo visto 4920 volte
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