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LA DEMOCRAZIA CINESE DEI GUNS N 'ROSES

dopo oltre 15 anni di attesa la band americana torna alla ribalta con un nuovo album

Non ho mai avuto una posizione definitiva su quello che, nella storia della musica rock, i Guns’n roses sono riusciti a significare.
Di certo non hanno mai inventato nulla: hanno pescato a piene mani nell’archivio dell’hard virile e testosteronico, pose ed iconografie comprese, e in un periodo (i tardi anni ottanta) in cui l’heavy era stato relegato al ruolo di caricatura di sé stesso, hanno sfruttato un vuoto di potere dovuto più che altro a latitanze ed assenze di ispirazione altrui, affermandosi prima che il grunge ristabilisse il predominio delle chitarre elettriche sulla desolazione pop della yuppie generation.
LA STORIA - A ben giudicare, nessun album dei Guns è un capolavoro. Il tanto celebrato “Appetite for destruction” alterna masterpieces quali “Welcome to the jungle”, “Paradise city” e “Sweet child o’mine” a brani decisamente assai meno memorabili. Il successivo (se escludiamo il mini album “G’N R lies”) quadruplo “Use your illusion”, opera faraonica distribuita sul mercato nei doppi volume 1 e volume 2, è una sorta di sintesi di tutto quanto l’hard rock aveva prodotto fino a quel momento, metallo fumante e architetture complesse dall’andamento barocco (“November rain” su tutte), tanto da spaccare la critica tra chi lo additò come una sorta di summa imprescindibile e chi invece non si fece scrupolo di liquidarlo come opera disomogenea e troppo ambiziosa, frutto di un ego non più capace di essere dominato e per questo svilito in un autocelebrato narcisismo privo di idee.
E che dire di “The spaghetti incident?”, disco di inutili cover, canto del cigno di un gruppo oramai diviso su tutto, anacronistico documento di una band senza più vedute, copertina di rara bruttura e vuoto pneumatico a togliere ogni alone di mito, mentre Nirvana e compagnia bella insegnavano al mondo che la musica rock stava oramai andando in tutt’altra direzione.
L’ATTESA - Di quello che è successo nei successivi quindici anni, penso davvero che si sia già scritto tutto. Un disco più volte annunciato, altrettante smentito, un titolo diventato sorta di ridicolo mantra (“Chinese democracy”, per l’appunto, orgogliosamente conservato) e fugaci apparizioni live, tra fans che si disperdevano e attese che svaporavano, mentre il secolo finiva e Axl Rose invecchiava, chiuso nel suo ritiro a Malibu, lontano da tutto e da tutti, disinteressato, distante, indifferente.
IL RITORNO - “Chinese democracy” è un album che nulla toglie e nulla aggiunge a quanto già fatto prima, cristallizzato su sonorità spesso addirittura più datate di quelle di “Use your illusion” (a volte sembra addirittura di sentire echi di certo hard progressive di matrice statunitense, tipo Stix o, nella migliore delle ipotesi, Dream Theater), virato verso un sound decisamente più mainstream, che dello sferragliare metallico degli esordi oramai serba ben poco.
Vero è che sono proprio i pezzi lenti, o i mid-time, a risultare più convincenti (“Better”, “I.R.S.”, “Prostitute”), mentre quando Axl Rose decide di esibire i muscoli (“Scraped”, o la stessa title track) il risultato si fa più retorico, come anche quando indugia in canzoni inutilmente dilatate più in là di ogni possibile sbadiglio, molte oltre i cinque minuti.
Ciò premesso, il nuovo album dei Guns non è un brutto disco. E’ ben prodotto (forse troppo), ben suonato, e sa essere sufficientemente vario da farsi ascoltare senza annoiare. Ha alcune tracce ad altissimo potenziale commerciale e almeno sette gioielli che da soli legittimano l’acquisto (oltre a quelli già citati, la progressione elettrica di “Schackler’s revenge”, la melassa ad alto tasso emotivo di “Street of dreams”, le bellissime “Catcher in the rye” e “Sorry”), e in tempi di carestia mi rendo conto che non è poco.
Certo che di qui a dire che sarà un disco destinato a spostare i baricentri della musica rock, o un qualcosa che possa giustificare tre lustri di lavoro, di certo ce ne corre. Ma se quello che cercate è intrattenimento ad altissimo livello, belle canzoni, e cervello spento sulle masturbazioni cerebrali di certa critica spocchiosa, beh, “Chinese democracy” è di certo un bel oggetto con cui passare il vostro tempo.
Da far girare a suonare a massimo volume.
Play it loud, and enjoy!
(di Alessandro Berselli - del 2009-02-05) articolo visto 1300 volte
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