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GIOTTO E IL TRECENTO: LE RAGIONI DELLA SUA GRANDEZZA

Rassegna d’eccezione per l’arte del trecento presso il Vittoriano a Roma

Al Complesso del Vittoriano a Roma sono in mostra venti capolavori del “più Sovrano Maestro stato in pittura”; tra polittici, pale d'altare, sculture, ecc., sono presenti oltre cento opere di pittori come Cimabue, Pietro Lorenzetti e scultori come Arnolfo di Cambio. Un'occasione unica per una rassegna completa e comparativa della pittura e in genere dell'arte del Trecento.
IL MITO - Considerato a tutti gli effetti il primo pittore italiano, la fama di Giotto è documentata nelle citazioni e trattazioni di tanti artisti ; il suo richiamo alle sacre rappresentazioni e all'arte classica, trovano corpo in uno spazio nuovo, tridimensionale, (non si tratta ancora di prospettiva, ma di una sorta di assonometria) che contiene già i semi della spazialità del Rinascimento; i suoi personaggi dalla delicata intensità dei volti, hanno perso ormai la fissità ieratica medievale, che non rivelavano emozioni, ma erano solo accennate nei gesti. A creare il mito di Giotto ha senza dubbio contribuito l'egemonia fiorentina nella storiografia artistica, codificata nel Cinquecento da Giorgio Vasari nelle sue Vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri.
La sua fama immediata e duratura è dovuta soprattutto alla magistrale velocità e sicurezza con cui impone un nuovo modello di rappresentazione della realtà, che fa apparire vecchio e superato tutto il repertorio figurativo di Cimabue ( ritenuto suo maestro) e di Duccio di Buoninsegna. Cennino Cennini, alla fine dl Trecento aveva già affermato che Giotto “volse la pittura da greco in latino” intendendo che egli aveva abbandonato i rigidi schemi della pittura bizantina, per aprire un nuovo capitolo della pittura occidentale basata sul “racconto” attraverso i cicli di affreschi degli eventi agiografici e sacri; la vera “rivoluzione pittorica“ consisteva nel realismo cromatico ( i personaggi riconoscibili nelle varie scene degli affreschi, sia per le fattezze, che per gli abiti che indossano), nella rappresentazione dello spazio tridimensionale,come già detto, nell'introduzione del pathos nelle scene drammatiche (si pensi agli angeli che si strappano le vesti e si disperano nel cielo sovrastante il Compianto del Cristo, nella Cappella degli Scrovegni, facendo partecipe del dolore l'intero cosmo); il tutto sostenuto da una sapiente costruzione dei volumi, nitidi e definiti nei contorni e con effetti di chiaroscuro.
I MOTIVI DI TANTA CELEBRATA NOTORIETA’ - Al centro del rinnovamento del linguaggio pittorico e dei suoi contenuti, si pone dunque una nuova concezione della realtà; la filosofia medievale rivaluta l'esperienza come strumento di conoscenza e così anche gli elementi individuali, particolari, rispetto all'astrattezza dei concetti universali. Giotto trasferisce nei suoi dipinti questa nuova visione di cose, attenta alla realtà dell'esistenza umana in tutte le sue manifestazioni.
Il valore del pittore (non soltanto di Giotto) non consiste certo nel saper imitare la natura, ma nel riuscire a esprimere la propria concezione del mondo e quella della sua società. Questa è dunque la grandezza di Giotto: egli è interprete della collettività borghese, laica e religiosa al tempo stesso, una collettività che crede nell'importanza del lavoro attraverso il quale elabora la materia e per mezzo dell'intelligenza può dare forma alle cose, costruire città, chiese, case, ornarle con affreschi e con sculture. L'artista, soprattutto a partire da Giotto, attraverso la realizzazione di immagini di straordinaria capacità divulgativa dei contenuti, viene ad assumere così un ruolo sociale fondamentale nella società del suo tempo e prepara gli sviluppi culturali futuri.

(di Sabina Di Rado - del 2009-03-23) articolo visto 8369 volte
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