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NESSUNA LINEA ALL'ORIZZONTE

Tornano, a distanza di cinque anni da HOW TO DISMANTLE AN ATOMIC BOMB, gli U2: e senza sorprendere ci regalano comunque il loro miglior disco dai tempi di ZOOROPA

Parlare degli U2, scrivere degli U2, non è impresa facile.
Bisognerebbe riuscire a scorporare dalla propria mente tutto quello che la band irlandese ha prodotto negli anni ottanta, fino ad ACHTUNG BABY, per intenderci, e limitare la recensione di un loro nuovo disco ad un giudizio decontestualizzato che prescinda la storia che lo ha preceduto. Ho sempre pensato che il rock sia una questione anagrafica. Dopo i quarant'anni diventa imbarazzante. A sessanta poi addirittura ridicolo. Il jazz da questo punto ha molta più dignità. Non ha tono muscolare, adrenalina, quindi anche a cent'anni, se sai suonare una tromba, hai una tua valenza estetica. Nel rock non è così. E non è solo questione di idee che si esauriscono. E' proprio che si è rock fino a quando non ti spuntano i primi capelli bianchi, o diventi sovrappeso, o non hai bambini a carico da andare a prendere a pattinaggio.
DIMENTICARE IL RESTO - Parlare degli U2, scrivere degli U2, dicevo all'inizio, non è impresa facile. Non è facile perchè quando ti trovi a trattare di una band epocale, uno dei migliori gruppi rock di tutti i tempi, capace di consegnare alla storia almeno tre dischi che avrebbero fatto invidia anche a Beethoven, se tra il 1984 e il 1991 si fosse trovato a girare da queste parti (THE UNFORGETTABLE FIRE, THE JOSHUA TREE e ACHTUNG BABY, per l'appunto), recensire un semplice buon prodotto come NO LINE ON THE HORIZON lo devi fare con l'indulgenza di chi non mette il presente a confronto con il passato, e giudica il risultato semplicemente per quello che è, il lavoro di quattro (quasi) cinquantenni che hanno già scritto tutto il fondamentale, e che adesso possono permettersi di giocare con il voluttuario, con il non essenziale, con un disco che se non fosse degli U2 sarebbe un decorosissimo disco, ma purtroppo lo è e quindi la commozione all'ascolto tarda a venire.
IL NUOVO DISCO - Ciò premesso, NO LINE ON THE HORIZON è il miglior album degli U2 dai tempi di ZOOROPA. Ha anima ed alcuni momenti di struggente bellezza, che si alternano a colpi di sonno e canzoni che tra due anni avremo di certo dimenticato. La title track e FEZ-BEING BORN hanno un loop da pelle d'oca, dieci minuti complessivi da portarsi su un'isola deserta, a memoria di possibili direzioni da percorrere per la musica del terzo millennio. Il primo singolo GET ON YOUR BOOTS alterna momenti surf che non stonerebbero in un film di Tarantino a chitarre hard rock e cori à la Queen, bello ma poco radiofonico, quasi un suicidio commerciale, tanto da essere stato immediatamente sostituito da MAGNIFICENT, power hit subito passata in heavy rotation da tutte le radio, con The Edge che suona per la milionesima volta la sua chitarra tutta echi e riverberi come in PRIDE e Bono che canta per la milionesima volta la parola LOVE in un ritornello orecchiabile e potente, in un trionfo di prevedibilità da stroncare chiunque abbia passato gli ultimi trent'anni della sua vita ad ascoltare gli album della band irlandese. Il resto, come abbiamo detto, vive di rendita. Alti e bassi, luci ed ombre, bianco e nero. Tra l'altro sembra che si tratti di un primo atto, e che di qui a breve avremo un sequel con altre tracce (speriamo non b-sides, questo non lo sopporteremmo proprio), altri loop, altre chitarre, altri cori.
CIO' CHE RESTA DEGLI ALTRI - NO LINE ON THE HORIZON è il dodicesimo album in studio degli U2. Se vogliamo azzardare paragoni importanti, i mostri degli anni settanta alla lunga distanza non se la sono di certo cavata meglio, a dimostrazione del fatto che anche il genio ha un limite e un'aridità creativa impossibile da evitarsi. Il dodicesimo album dei Genesis, del 1983, è il mediocre GENESIS, quello con MAMA, per intenderci. Il dodicesimo dei Pink Floyd il soporifero THE FINAL CUT, 1981. E se prendiamo altre discografie (provare per credere) vi renderete conto che è ben difficile superare il traguardo dei dieci album continuando a sorprendere, o a stupire. D'altronde dei gruppi che negli anni ottanta sembravano destinati a scrivere la storia, oltre agli U2 rimane ben poco. I Simple Minds, che di Bono e soci sembravano i degni contraltari di un rock epico e ad alto impegno civile, sono riusciti a fare ben peggio, regalandoci non solo malinconiche prove artistiche prive di una qualsiasi illuminazione, ma addirittura disperdendo il loro potenziale commerciale, tanto, attualmente, da non rappresentare oramai più nulla nell'economia della musica contemporanea. E allora ben vengano questi quattro vecchi ragazzi di Dublino che perlomeno continuano ad avere voglia di fare musica con passione e a riempire le stadi, creando attesa ad ogni loro nuova uscita. Nessuna linea all'orizzonte. Vero. Ma per il momento ci accontentiamo.
(di Alessandro Berselli - del 2009-05-08) articolo visto 1226 volte
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