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FERMIAMO LE STRADE ASSASSINE

si fa molto per la sicurezza, ma c'è ancora tanto da fare per fermare le “vie della morte”

Sono almeno 8 mila ogni anno le vittime della strada. Vite divorate dall'asfalto di cui quasi 2 mila sono giovani tra i 12 e i 24 anni; senza contare i 20 mila invalidi e i 300 mila feriti. Sono queste le cifre impressionanti stimate dall'Istituto Superiore della Sanità e sebbene per l'Istat bisogna parlare di un numero di morti inferiore (intorno ai 7 mila decessi), i dati sono ugualmente sconcertanti e gli incidenti stradali in Italia sono comunque una delle principali cause di morte. Soprattutto fra i giovani. Basti pensare che ben il 41% degli italiani in un'età compresa fra i 14 e i 19 anni è incorso almeno una volta nella vita in un incidente stradale. E davvero poco importa se dall'inizio del 2009 ad oggi si sia registrato un trend migliore rispetto all'anno scorso. Solo nei primi tre mesi di quest'anno ci sono stati addirittura 11.496 incidenti, con 263 decessi, di cui 98 di giovani under 30 e oltre 8 mila feriti solamente nei week-end. Ed è il Lazio in cima alla classifica del maggior numero di vittime causate da pirati della strada. A metà aprile erano già 116 i casi di pirateria stradale: 21 le persone uccise e 152 quelle ferite. Nel 2001 l'Unione Europea aveva chiesto all'Italia di dimezzare entro il 2010 le vittime della strada ma, a fronte di queste statistiche, l'ambizioso obiettivo appare quanto mai lontano.
SCARSI EFFETTI DI PATENTE A PUNTI E CAMPAGNE DI SENSIBILIZZAZIONE - La sicurezza stradale dei cittadini (italiani ed europei) non è ancora arrivata evidentemente a livelli soddisfacenti. A poco è servita l'istituzione (in Italia a partire dal 1° luglio 2003) della patente a punti visto che non si è avuta la netta riduzione degli incidenti mortali su strada che si auspicava. E sempre più spesso sembrano essere inutili anche le svariate campagne di sensibilizzazione che vengono istituite ogni anno. Le ormai celeberrime “domeniche a piedi” o altri (singoli) casi come per esempio “Una notte per la vita” a cui aderirono nel 2008 diverse città italiane, non sono nient'altro che dei meri simboli. Fermare le automobili per un sabato sera o una domenica pomeriggio non può certo risolvere il problema delle stragi post-sballo (che sia dato dall'alcool, dalla droga, o da altro, poco importa). In questo modo si rischia solamente di posticipare le morti: se non sarà questo week-end, sarà il prossimo. Il divieto di circolazione non può certo istruire l'individuo, anzi. Prima di ogni cosa è fondamentale riflettere a cosa si possa realmente fare perché non ci siano più “sacrifici inutili”; come si può fermare quella che è a tutti gli effetti una strage iterata. Corpi compressi tra le lamiere accartocciate, di vite a volte ancora troppo giovani per capire persino che la Morte – dopotutto – non è mai così lontana come sembra.
STRADE ASSASINE? MA ASSASSINI - Per quanto tempo ancora dovremo vedere versare il sangue dei nostri figli, dei nostri fratelli, dei nostri amici sulle strade? Vedere mischiare il rosso delle loro vite spezzate con il nero dell'asfalto? Per quanto tempo ancora dovremo sentire il freddo lamento delle sirene spiegate spezzare, all'unisono con il pianto lacerante di una madre, il silenzio di una notte senza fine? No, nessun facile pietismo. Perché quei numeri parlano chiaro. Non mentono. Ed è ora di dire basta a tutto questo. Perché fermare le stragi stradali è possibile. È sufficiente volerlo fermamente, impegnarsi concretamente, puntare innanzitutto l'attenzione sui giovani e avere come parole d'ordine “prevenzione” e “prudenza”. Spesso si sente parlare – forse anche perché più comodo – di “strade assassine”, di “strade mortali” che hanno spezzato la vita di qualche persona, specie all'uscita dalle discoteche il sabato sera. Ma le “strade assassine” non esistono. Esistono invece individui, con nome e cognome, che diventano assassini. Perché se un ragazzo viene travolto alla fermata dell'autobus da un'automobile a tutta velocità con al volante un uomo ubriaco, non bisogna certo dare la colpa alla strada. Se una giovane a bordo del proprio scooter viene investita e trascinata per decine di metri dal SUV guidato da un suo coetaneo, non è nemmeno questa volta colpa della strada. Dilaga una prepotenza sulle nostre strade che al dolore per la perdita di un proprio caro, aggiunge rabbia e sdegno. E allora chi incolpare? Forse lo stupido di turno (termine – lo so bene – assolutamente riduttivo) che con la sua sprezzante arroganza misura la propria esistenza fregandosene delle altre?
MANCA UNA POLITICA FINALIZZATA ALLA SICUREZZA - Il governo italiano per evitare tutto questo, per la verità, si è impegnato ben poco. Il nostro Paese ha dimostrato di non essere capace (ancora una volta) di gestire questa emergenza. Nessun politico è riuscito a proporre azioni decise, leggi che possano salvaguardare la vita umana, né tantomeno tutelare i parenti delle vittime che spesso hanno dovuto subire una “giustizia inversa”, o più semplicemente un'ingiustizia. Perché non la si può chiamare in altro modo quella che davanti a reati gravissimi come: guida notturna a fari spenti, stato di ebbrezza alcolica, violazione eccessiva dei limiti di velocità, investimento di pedone, omissione di soccorso e fuga; non riesce, o nuovamente non vuole, adottare nessun tipo di adeguata misura preventiva. Sentenze frettolose, che umiliano, che deludono, che trasformano la rabbia di prima in odio. Attese lunghe anni per un riconoscimento dovuto da parte dello Stato per un “danno” comunque irreparabile. Qui in Italia purtroppo non esiste una vera e propria politica finalizzata alla sicurezza. Domina spessissimo un'inerzia totale, come se si accettasse tutto con una serafica indifferenza che lascia migliaia di famiglie in completa solitudine. Perché sebbene col tempo le leggi si siano fatte più severe (come la legge 102/2006 che prevede sanzioni più dure e processi più brevi per chi provoca incidenti stradali) e le pene siano diventate più aspre, dall'altro lato si assiste a sentenze che infliggono agli imputati colpevoli il minimo edittale, ovvero il minimo delle sanzioni previste per quell'infrazione. Di conseguenza non si ha nessun effetto deterrente rispetto a certi comportamenti come l'assunzione di alcol e droghe prima di mettersi al volante.
ARRIVARE ALLA RADICE DEL PROBLEMA… - Che fare quindi? Arrivare alla radice del problema: capire quali siano le motivazioni che spingono i giovani e i meno giovani a concepire che il divertimento passi attraverso l'ebbrezza dell'alcol o il brivido della velocità. Le pene, anche se adesso più dure, servono a ben poco se prima non si cercherà di modificare gli atteggiamenti e i comportamenti dei singoli. Sollecitare le persone impegnate nel campo politico e/o amministrativo ad escogitare e sperimentare nuove forme di prevenzione, come per esempio: limitare le potenze delle auto, diffusione di nuove tecnologie sui veicoli, vietare l'uso delle automobili di grossa cilindrata ai neopatentati, realizzazione di percorsi pedonali e nuove metropolitane con lo scopo entrambe di limitare l'uso del mezzo privato, moltiplicare e rafforzare inoltre i controlli stradali soprattutto sugli incroci più pericolosi sia con l'impiego delle pattuglie (anche notturne) che con l'attivazione di telecamere. E naturalmente bisogna sollecitare anche gli enti informativi-formativi per sensibilizzare prima di tutto i giovani sull'emergenza della sicurezza stradale, sulla responsabilità personale e sociale e soprattutto sulla prevenzione. Tornare, perché no, all'insegnamento della cara vecchia educazione civica sin dai primi anni scolastici, incoraggiare all'uso di mezzi alternativi alle auto, magari avviare per il week-end un sistema di trasporto pubblico gratuito e strutturato che possa facilitare i ragazzi e le ragazze a raggiungere i luoghi di divertimento. Bisogna proporre iniziative che sappiano sviluppare nell'individuo quel senso di responsabilità verso il prossimo che nel tempo si è andato sempre più perdendo. Gli incidenti mortali in strada non si possono certo prevedere, ma si possono prevenire. Il cambiamento può esserci, ma deve cominciare dalla volontà di ognuno di noi. Ci vogliono impegno costante e progetti concreti e tangibili.
(di Matilde Geraci - del 2009-05-11) articolo visto 1686 volte
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