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“FIORI DEL MALE”, IL TEMA SI RIPROPONE

sempre più diffusa l'ispirazione dei musicisti inglesi verso il modello tipico di Baudelaire

“Mi sento un vero uomo quando infilo l'ago in vena […] e sto meglio se fossi morto. Perché quando la roba entra in circolo, non me ne frega più niente di voi, di questa città”. Sono trascorsi più di quarant'anni da quando nel 1967 Lou Reed cantò per la prima volta questi versi appartenenti ad “Heroin”, divenuta subito l'inno di un'intera generazione che ha contribuito a creare e consolidare nel tempo il connubio tra musicisti (molto spesso giovani) e droga.
CAMBIA L’ASPETTO E NON LA SOSTANZA - Un legame che purtroppo, invece di scalfirsi, si è diffuso decade dopo decade, cambiando forse solo aspetto e modalità. Sì, perché negli anni '60 le droghe irruppero nel mondo della musica (in particolare rock) inizialmente sottovoce e in maniera potremmo dire enigmatica anche attraverso i testi delle canzoni, dal significato a volte criptico e comprensibile solo agli “adepti”.
Pensiamo per esempio alla hit “Brown Sugar” dei Rolling Stones: lo zucchero grezzo a cui accenna non è altro che, ancora una volta, l'eroina e non un riferimento, come potrebbe sembrare ad una prima lettura dei versi, ad una ragazza di colore resa schiava e costretta a prostituirsi in un bordello di New Orleans. Gli artisti dell'epoca contribuirono così a creare quello stereotipo ancora vivo ai giorni nostri che vuole la musica legata all'(ab)uso di sostanze stupefacenti, capaci – si credeva allora – di portare all'estasi, di stimolare la creatività artistica, di essere la vera fonte d'ispirazione.
LA LUNGA DISCESA AGLI INFERI … - Ma quel rapimento dei sensi, quel trip durava solo pochi attimi. Un viaggio della mente, appunto, che purtroppo era spesso anche senza ritorno. Quanti personaggi dell'epoca, ma anche più recenti, iniziarono infatti la loro personale discesa agli inferi senza mai più riuscire a risalirne? Esiste persino un club ideale, il cosiddetto “Club 27” in cui vengono inclusi perlopiù musicisti morti tutti prima di compiere 27 anni. Decessi illustri dovuti al consumo eccessivo di alcol e di droghe o comunque per “incidenti” causati dall'abuso delle stesse sostanze.
Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones, Ian Curtis, fino al più recente Kurt Cobain. Giovani vite spezzate da un lento quanto costante desiderio di autodistruzione, di annullare la propria vita o, se vogliamo, più semplicemente, di una profonda incapacità di prendere le redini della propria vita e trovare così il proprio posto nel mondo. “Essere giovani e famosi allo stesso tempo è troppo per un essere umano”, diceva proprio Brian Jones, fondatore e chitarrista dei Rolling Stones. È evidente infatti che l'abuso di queste sostanze da parte di tali personaggi, non ha nulla a che fare con la filosofia hippy che promuoveva l'uso di droghe (spesso allucinogeni come l'LSD) perché capaci, si riteneva, di ampliare le proprie capacità percettive alterando lo stato psico-fisico dell'individuo che le assumeva. L'estasi, come si è già detto, era solo momentanea e comunque effimera.
Sotto rimaneva infatti un profondo strato di desolazione e disperazione, un estremo bisogno di vivere la propria vita intensamente cercando di avvicinarsi il più possibile all'idea di felicità, anche se questo significava molto spesso bruciarla. Problemi personali, insicurezza, solitudine facevano il resto. “Sul palco faccio l'amore con 25 mila persone. Poi torno a casa e mi ritrovo completamente sola”, diceva la voce del blues Janis Joplin.
La droga, quindi, diventa compagna fedele, amica nei giorni più bui, per tutti quelli che sperano in un mondo “altro” in cui poter vivere senza dubbi esistenziali, senza sofferenze, senza alcun timore. E loro malgrado questi musicisti sono diventati già subito dopo la loro morte delle icone, delle vere e proprie leggende. Dei simboli, nonostante tutto, di un'epoca in cui la disinformazione sugli aspetti e sugli effetti delle droghe era tanta se non addirittura totale; facilitandone persino la diffusione e mitizzazione.
DA DE QUINCEY A BAUDELAIRE QUALCUNO METTEVA IN GUARDIA… - Eppure già nel 1822 lo scrittore Thomas De Quincey descriveva nel suo “Confessioni di un mangiatore d'oppio” come la dipendenza dalla droga facesse “sprofondare in burroni e in abissi senza sole, in voragini dopo voragini senza fondo, […] nella nera malinconia che accompagnava quelle solenni visioni e che infine gettava in un assoluto ottenebramento, in una disperazione di suicidio”.
Anche un altro “artista maledetto” si preoccupò di sottolineare come in realtà gli effetti di oppiacei e simili fossero in realtà nefasti proprio sulla creatività e sull'ispirazione. Il poeta francese Charles Baudelaire metteva infatti in guardia chi credeva che in essi potesse in qualche modo trovare una risoluzione per così dire “farmacologica” ai propri problemi di ispirazione e creatività.
“Ammettiamo per un istante che l'hashish dia, o quantomeno aumenti la genialità. Essi dimenticano che la natura propria dell'hashish è quella di diminuire la volontà; e così esso concede con una mano ciò che toglie con l'altra, cioè l'immaginazione senza la facoltà di approfittarne”.
È passato più di un secolo da quando venivano pubblicati i “Paradisi artificiali”, eppure quel modello, quell'attitudine a consumarsi velocemente, quello spirito trasgressivo non sono passati mai di moda. Anzi, sembrerebbe che il successo e il denaro corrano su un binario parallelo a quello del desiderio di annullarsi e di perdere la propria identità, rendendo così il detto “sesso, droga & rock 'n roll” più di un semplice (e invitante) luogo comune. L'ulteriore rischio però che si corre è quello di essere ricordati più per i propri eccessi ed esperienze sempre al limite, piuttosto che per il proprio talento.
LO SCANDALO CHE RENDE CELEBRI - Genio e sregolatezza che si mischiano, si confondono fino al punto in cui l'estro artistico cede il passo al gossip di serie B. Alzi la mano chi ricorda il titolo di una sola canzone del giovane autore Pete Doherty. Quasi nessuno probabilmente. Mentre non avremmo nessuna fatica a citare l'ultimo scandalo che lo vede protagonista. Oggi si discute di lui per degli scatti che lo ritraggono mentre si inietta una dose di eroina nel bagno di un aereo, mentre solo ieri l'ex di Kate Moss pare abbia fatto fumare del crack al proprio gatto.
Per non parlare dell'altrettanto giovane (ormai ex?) promessa Amy Winehouse, distrutta nella mente e nel fisico. Alle spalle storie uguali e diverse, entrambe drammatiche e dopotutto coinvolgenti. Casi non certo isolati. Sembra quasi che non gli importi degli effetti a dir poco devastanti, soprattutto a livello cerebrale, che l'assunzione di alcol e droghe di vario genere hanno su di loro, ma anzi è come se il drogarsi sia un passo fondamentale, una tappa necessaria per poter entrare nel mito, diventare simbolo (anche se negativo) di una generazione di musicisti che alla resa dei conti dimostra solo di non saper gestire coscientemente il proprio talento e la propria creatività, con la fama che ne consegue e di non essere capaci di trovare “strategie alternative” per affrontare tutto questo, comprendere che serve ben altro per colmare quel vuoto interiore.
Perché “tutte le abitudini di questo genere – diceva ancora Baudelaire – si trasformano ben presto in necessità. Colui che farà ricorso ad un veleno per pensare, ben presto non potrà più pensare senza veleno”. E allora viene da chiedersi per quale sconsiderato motivo, nell'epoca in cui viviamo, in cui la disinformazione sugli effetti degli stupefacenti non può certo essere una scusa, un artista debba sentire ancora il bisogno di abbandonarsi al piacere lisergico per trovare la giusta ispirazione. Per tutti loro dovrebbe valere ciò che disse ormai parecchi anni fa Ritchie Blackmore, chitarrista dei Deep Purple, ma valido ancora oggi: “Come si fa a drogarsi per suonare? La musica è già una droga!”.
(di Matilde Geraci - del 2009-07-11) articolo visto 2308 volte
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