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IL DONO PIU' GRANDE: LA VITA

un mistero imperscrutabile, una perla così preziosa da volerla possedere... ma quanto davvero ci appartiene?

Analizzando un tema così vasto, come quello della vita, s’incorre nel rischio di perdersi nei campi di un orizzonte infinito. Fin dall’antichità, infatti, la donna è portatrice di vita, ma cos’è la vita? Indubbiamente essa rappresenta una grande domanda escatologica poiché da secoli ci si interroga sul destino dell’uomo e dell’universo.
La ricerca di un fine ultimo al di là della morte è rintracciabile già negli antichi Egizi, ma tali raffigurazioni rituali tendono a vedere in modo piuttosto cupo la vita oltre la morte. Se consultiamo la Sacra Bibbia, dalla Genesi, che descrive l’origine del mondo e dell’umanità, giungiamo fino al Nuovo Testamento, dove la materia escatologica viene reinterpretata in una prospettiva più ottimistica; essa ha a che vedere con la resurrezione dei morti, la vita eterna, il giorno del giudizio e l'Aldilà. Per il magistero ecclesiastico la vita é sacra, in quanto dono di Dio.
Questa visione è così lontana da quella della vita come diritto. Già Platone affermava che la vita è sacra perché donata da Dio, al quale va restituita obbedendo alle sue leggi; l’uomo non può decidere a suo piacimento di come disporne, ne può decidere di anticipare la propria morte. D’altro canto Seneca ribatteva questa tesi: “il bene non è vivere, ma vivere bene”, ed è lo stesso filosofo che pur di evitare l’ingiustizia accetta come rimedio il suicidio.
Secondo la Scienza, “la vita è quella condizione che distingue gli organismi animati dagli oggetti animati” contrapponendosi così al concetto di morte. Da un punto di vista metafisico la vita è una distinta, omnipervasiva energia elettrica che anima ogni forma, interpretandola, dal minuscolo atomo all’essere umano. La vita non sorge da, né viene originata in alcuna forma particolare. Precipita nel regno della forma per opera divina. Omnipervasiva.
E’ la Vita, una e sola, che respira in tutte le forme. Anche quando una di queste, in quanto essere umano o animale, viene distrutta e muore, la vita permane. Essa esiste a prescindere dalla forma, di qualsiasi natura essa sia. Questa visione conferma che nessun uomo ha il pieno arbitrio sulla propria esistenza. Ma quanto davvero ci appartiene?
David Hume già nel XVIII secolo affronta il problema chiedendosi: “Se disporre della vita umana fosse una prerogativa peculiare dell’Onnipotente, allora per gli uomini sarebbe ugualmente criminoso salvare o perseverare la vita. Se cerco di scansare un sasso che mi cade sulla testa, disturbo il corso della natura, prolungando la mia vita oltre il periodo che, in base alle leggi generali della materia e del moto, le era assegnato. Se la mia vita non fosse del tutto mia, sarebbe delittuoso sia porla in pericolo che disporne!”.
Secondo l’etica generale il diritto della vita significa diritto a venire alla luce e, poi, a perseverare nell’esistenza fino al suo naturale estinguersi. L’omicidio, il suicidio, l’eutanasia, il genocidio sono tutte forme di soppressione della vita umana. La questione del bambino concepito e non nato, per esempio, è un problema che deve farci riflettere seriamente sul valore della vita. La distinzione fra ciò che è vivo e ciò che non lo è, ha sempre agitato gli animi. La legalizzazione dell’interruzione di gravidanza non è altro che un’autorizzazione data all’uomo, con l’avallo della legge, a privare della vita il bimbo non nato, e, pertanto, incapace di difendersi.
La società moderna giustifica la posizione della donna parlando di una sua libera scelta nei riguardi della vita che porta in grembo. Alla stessa sarebbe pertanto riconosciuto il diritto di scegliere di dare la vita o toglierla, ma lungi dal potersi parlar di “scelta” quando in realtà è presente nient’altro che un chiaro male morale.
“Sento che oggigiorno il più grande distruttore della pace è l’aborto perché è una diretta uccisione, un diretto omicidio, per mano della madre stessa. […] Perché se una madre può uccidere il proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me”. Con queste parole Madre Teresa di Calcutta ci parla dell’aborto. Anche le molteplici tecniche di riproduzione artificiale che sembrano porsi al servizio della vita, in realtà, aprono la strada a nuovi attentati contro la vita; basti pensare a quanti embrioni in soprannumero vengano soppressi o utilizzati in nome della ricerca scientifica, riducendo la vita a semplice materiale biologico di cui poterne liberamente disporre. Il diritto alla vita è poi negato con la pratica dell’eutanasia.
Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae ribadisce che “l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata, moralmente inaccettabile, di una persona umana”. L’enciclica evidenzia il valore della vita, la sua sacralità, il suo inestimabile valore come dono. L’uomo non ha un dominio illimitato sulla vita, proprio perché, come ci insegna Kant, “la vita umana è indisponibile”.
Il Gravina, inoltre, sosteneva che la vita è un diritto-dovere, cui non si può rinunciare; oltre a rispettare la vita altrui, l’uomo è tenuto a rispettare la propria, quale bene fondamentale dell’essere umano. E’ risaputo che l’uomo fin dai primordi si è accanito alla ricerca di un qualche rimedio per così dire miracoloso, attraverso il quale ottenere una vita più longeva possibile. Sempre il Gravina sosteneva, in proposito, che rispettare a pieno la vita significa esimersi sia dall’anticipare la morte con strumenti innaturali sia dal ritardarla con strumenti inutili e dannosi.
L’altro giorno ascoltavo una canzone alla radio, la quale intonava i seguenti versi : “Che cosa c’è di più bello della vita…e neppure ce ne accorgiamo”; è proprio vero, nella società consumistica e materialista di oggigiorno quello a cui ci attacchiamo di più è il denaro, l’oggetto materiale, ma dove sono finiti i valori di cui tanto si parla?
Quando ci si sveglia al mattino, il solo vedere la luce del giorno non è abbastanza meraviglioso! Penso che non esista nessun diritto naturale o legale, nessun buon motivo, qualunque esso sia, per il quale un uomo, forse annegato nella noia di una società alienante, o forse divenuto preda fragile di una situazione difficile, possa, a suo piacimento, privarsi o privare un suo simile della cosa più preziosa di un’intera esistenza: la vita.
(di Francesca Di Lanzo - del 2009-08-01) articolo visto 13614 volte
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