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THE RESISTANCE: IL RITORNO DEI MUSE

a tre anni dal celebratissimo BLACK HOLES AND REVELATIONS esce THE RESISTANCE, quinto album in studio del gruppo di Devon. Un affascinante caleidoscopio di suoni che li proietta come band culto del terzo millennio

Nella musica non si può più inventare nulla. Tutto è già stato scritto, tutto già sperimentato. Non esistono nuove frontiere, o territori da praticare. Cambiano gli arrangiamenti, si perfeziona la tecnologia, ma la musica, sostanzialmente rimane la medesima.
SHAKER MUSIC - I Muse questo lo sanno molto bene. Esordirono dieci anni fa con un disco, a mio avviso bellissimo, pur se ancora embrionale, dal titolo SHOWBIZ, che la critica liquidò come un riuscito replicante dei Radiohead allora in auge di THE BENDS e OK COMPUTER, nonostante l'abbrivio di SUNBURN e MUSCLE MUSEUM, uno dei migliori incipit della storia del rock. Da allora le cose sono cambiate. I Radiohead hanno disperso il loro potenziale di capiscuola dietro criptiche sperimentazioni e inaridimento della vena, mentre i Muse, capito che il popolo del rock aveva bisogno di idoli da venerare, hanno assunto il ruolo di sciamani e virando la loro musica verso un mainstream dalle mille intuizioni si sono trovati a diventare la band che meglio di ogni altra può oggi definirsi la vera erede degli U2 degli anni ottanta.
Non c'è più nulla da inventare? Benissimo, basta prendere quello che c'è già stato e mescolarlo nel dovuto modo. E' questa la ricetta della band di Matt Bellamy.
IL SUONO EPICO - A differenza però degli U2 i Muse non anelano a farsi portavoci dei diritti umani o di grandi battaglie. Trattano temi importanti ma rifiutano il ruolo di guru, la loro musica è staordinariamente EMO, punta a procurare sensazioni, ad entrarti sottopelle.
ABSOLUTION, il loro terzo e a tutt'oggi miglior disco, è la sintesi compiuta del MUSE PENSIERO, chitarre distorte alternate a strabilianti progressioni melodiche, sonorità epiche e alchimie di suoni diversi, elettronica, hard rock, musica classica, progressive.
Dare un seguito a un disco come BLACK HOLES AND REVELATIONS non era facile. Per questo il gruppo si è preso un periodo di tre anni ed è venuto a registrare il nuovo album in Italia, in un posto tranquillo, sul lago di Como. Il risultato, THE RESISTANCE, è sconcertante. Innanzitutto per il coraggio dimostrato nelle scelte sonore, non anthem da stadio da cantare a squarciagola ma un recupero della formazione classica di Bellamy che mai come in questo disco ha preferito il piano alla chitarra. E poi per l'originalità dell'impianto e dei riferimenti, ulteriormente allargati, dai Pink Floyd ai Queen (tributi evidentissimi), dai Depeche Mode a Chopin, dalla musica etnica alla tradizionale francese, dal glam alle avanguardie.
THE RESISTANCE è un disco meno bello di ABSOLUTION e BLACK HOLES ma talmente intraprendente da non poter lasciare indifferenti. Le canzoni non stanno ferme un secondo, si muovono continuamente.
UNITED STATES OF EURASIA inizia come un classico pezzo alla Freddy Mercury per trasformarsi in un riff arabeggiante e concludersi come un notturno pianistico. I BELONG TO YOU e UNNATURAL SELECTION cambiano talmente tante volte tempo e direzione da dare le vertigini, la suite finale EXOGENESIS, divisa in tre parti, è un trip sinfonico che lascia intravedere le possibili sperimentazioni future. Non mancano i momenti più commerciali, certo.
Ma è come se anche la momentanea ricerca di un più facile consenso (UPRISING, UNDISCLODED DESIRES) fosse finalizzata a lasciare respirare l'ascoltatore, salvo poi aggredirlo con l'anarchia sonica delle tracce più dilatate (molti pezzi oltre i cinque minuti).
GENI O MILLANTATORI - Se i Muse siano veramente la storia del rock o solo abili manipolatori di suoni è presto per dirlo. Certo è che i loro dischi creano attesa e si lasciano attorniare da quall'aura di mito che oramai il rock aveva un po' perso. THE RESISTANCE è un disco che va ascoltato in modo non distratto, non facendo altre cose, o guidando. Sono anche convinto che sia un album da metabolizzare lentamente, lasciandosi avvolgere dalla sua mutevolezza e dalla grande eterogeneità.
E se a volte alcuni passaggi dovessero risultare eccessivamente barocchi, ricordatevi che il genio è spesso sinonimo di autocompiacimento. E che di fronte alla banalità imperante anche un narcisistico esibizionismo di talento e possibilità può fare la differenza.
Da amare o da odiare, senza via di mezzo.
(di Alessandro Berselli - del 2009-09-24) articolo visto 1370 volte
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