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LA PRIMA REPUBBLICA E' DAVVERO FINITA

Il cambiamento del quadro politico italiano alla luce del voto del 13 e 14 aprile

Alzi la mano chi si aspettava un risultato simile. Eppure le elezioni ci hanno riconsegnato un quadro radicalmente mutato: negli uomini, nei partiti e nello stesso modo di intendere la politica avuto sinora.
CAMBIO AL POTERE - Escono dal Parlamento i rappresentanti di storiche e gloriose aree politiche e, almeno sulla carta, ci si è nettamente avviati verso una semplificazione che fa avvicinare l'Italia alle altri grandi democrazie europee. Il successo della coalizione di centrodestra, guidata da Berlusconi, è stato schiacciante: i dieci punti percentuali che dividono le due principali forze politiche sono tali da non ammettere dubbi. Proprio con questa netta vittoria, la terza dopo quelle del '94 e del 2001, Berlusconi dimostra la sua forza e smentisce, ancora una volta, coloro che l'hanno dato per morto e sepolto nel corso degli anni o che vedevano in lui solo un fenomeno passeggero. Invece Berlusconi ha ri-vinto, e per giunta, con una formazione politica, il Popolo della Libertà, la cui costituzione è stata annunciata dallo stesso Premier dal predellino della propria auto durante una manifestazione a Milano, in piazza San Babila, all'insaputa degli altri alleati dell'ex Casa delle Libertà.
SCONFITTO MA INNOVATORE - Viceversa, il voto del 13 e 14 aprile ha punito severamente il Partito Democratico guidato dall'ex sindaco di Roma, Veltroni, al quale tuttavia devono essere riconosciuti dei meriti importanti. Innanzitutto ha dato un forte impulso alla semplificazione del quadro politico, rifiutando l'alleanza con la sinistra radicale. Grazie a questa decisione infatti, si è rotto l'equilibrio che teneva in piedi artificiosamente il bipolarismo forzoso che ha governato l'Italia negli ultimi dieci anni. Quella forma bipolare che per un voto in più rispetto agli avversari, tendeva a formare coalizioni eterogenee e “rissose”, all'interno delle quali era forte il potere di ricatto dei micro partiti. A questa idea di concepire la politica è stata data una forte spallata dalla volontà di Veltroni di correre da solo (o meglio, alleati esclusivamente con l'Italia dei Valori di Di Pietro) e come un castello di carte, è bastato questo per far crollare il sistema delle alleanze a tutti i costi. Berlusconi infatti, per non apparire legato a vecchie logiche e vecchi metodi, ha dovuto fare a meno agli storici alleati dell'UDC che non hanno voluto rinunciare allo scudo crociato e correre sotto le insegne comuni del Popolo della Libertà.
SVOLTA AL BIPOLARISMO - Al fine di semplificare la politica italiana e sfoltire il Parlamento dalle decine di formazioni esistenti, se la costituzione del PD, nel centrosinistra, e PdL, nel centrodestra, è stato importante, sicuramente le soglie di sbarramento del 4% alla Camera e dell'8% al Senato per i partiti non coalizzati, introdotte dal tanto vituperato “Porcellum” nel 2005, sono state assolutamente determinanti. Infatti, tutti i partiti (ad eccezione dell'UDC) che non correvano coalizzati con i due principali partiti sono stati esclusi dal Parlamento. L'elettorato ha recepito gli appelli di Veltroni e Berlusconi al “voto utile”, non disperdendo i suffragi per formazioni che difficilmente avrebbero superato le soglie di sbarramento, ma così facendo ha segnato il destino di parecchi partiti, esclusi sia dal Senato che dalla Camera.
DISASTRO DELLA SINISTRA RADICALE - Ad una vera “catastrofe” è andata incontro la Sinistra Arcobaleno, il cartello elettorale che riuniva i tre partiti della sinistra radicale più i Verdi, guidata da Fausto Bertinotti. Per la prima volta dal 1946 non ci sarà una rappresentanza parlamentare per gli eredi di Gramsci e Togliatti. Da oltre 130 parlamentari eletti nel 2006, i quattro partiti della Sinistra Arcobaleno passa a non averne nessuno: un vero “tsunami” politico che travolge un'intera classe politica. Assieme alla Sinistra, resta fuori dal Parlamento anche il più antico partito italiano, il Partito Socialista che aveva sempre eletto un suo rappresentante sin dalla sua fondazione, nel 1892.
UDC TRA I POCHI A GALLA - Invece, l'UDC dell'ex Presidente della Camera, Casini, riesce ad eleggere suoi rappresentanti in entrambi i rami del parlamento ma la presenza del drappello di uomini dello scudo crociato non è tale da costituire una forza rilevante o da poter rappresentare l'ago della bilancia tra le due coalizioni maggiori.
PIU’ VICINI ALL’EUROPA - Alla luce del voto, il Parlamento italiano appare molto più vicino a quello degli altri Paesi europei di quanto non sia mai stato: due grandi coalizioni che si rifanno l'uno al Partito Popolare Europeo e l'altro alla grande tradizione socialdemocratica del nord Europa, con l'aggiunta di poche altre formazioni alleate ma non grandi a tal punto da poter esercitare un potere di ricatto su quelle principali. Ma soprattutto con le ultime elezioni politiche si è concluso definitivamente il processo di cambiamento iniziato nel 1994: fino a ieri infatti erano ancora presenti sulla scena politica italiana molti dei protagonisti di allora e diversi partiti che si rifacevano direttamente ai partiti della cosiddetta Prima Repubblica.
PREMESSE PER UNA SECONDA REPUBBLICA - Oggi l'elettorato ha restituito al Paese un Parlamento dotato di una maggioranza solida, elemento indispensabile per poter governare e fare quelle riforme necessarie per un possibile rilancio dell’Italia. Nei mesi precedenti al voto, la politica italiana ha toccato il suo fondo, stretta tra lo scandalo dei rifiuti a Napoli e la caduta del Governo Prodi dopo appena un anno e mezzo di lavoro. Sarà compito ora del nuovo Governo Berlusconi non deludere le speranze di rinnovamento che sono emerse chiaramente dal voto del 13 e 14 aprile altrimenti la “rabbia popolare” si incanalerà necessariamente nell'antipolitica come il fenomeno del V DAY sta a ricordarci.
(di Marco Di Giacomo - del 2008-05-14) articolo visto 4356 volte
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