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ADDIO HOPPER, IL RIBELLE DI HOLLYWOOD

Se parli di Dennis Hopper non può non venire in mente Easy Rider: un film che non solo ha segnato il suo esordio dietro la macchina da presa, ma che incarna perfettamente l'anima di un'era (quella della controcultura Hippy, per intenderci) divenendone esso stesso manifesto. Succede quindi che, appresa la notizia della sua morte (avvenuta lo scorso 29 maggio all'età di 74 anni per un tumore alla prostata), la sensazione che si ha è quella che una parte della storia del cinema se ne sia andata insieme a lui.
E questo nonostante sia stato sempre un personaggio un po' fuori dalle righe e dalle regole imposte dall'establishment di Hollywood e per tale motivo difficilmente catalogabile. Ciò gli ha permesso ugualmente (sebbene con qualche decennio di ritardo) di conquistarsi il 26 marzo 2010 una stella con il proprio nome sulla celebre Walk of Fame, accompagnato dal collega e dall'amico di sempre Jack Nicholson.
A dare la notizia della morte di Hopper è stato un altro dei suoi amici di vecchia data, Alex Hitz. “È morto circondato dai suoi cari”, ha detto. Ad ottobre del 2009 il manager dichiarò che l'attore soffriva di cancro alla prostata. Furono quindi cancellati tutti gli impegni per concentrarsi totalmente sulle cure mediche.
I suoi ultimi giorni di vita sono stati particolarmente duri: pesava soltanto 45 chili e non era più in grado nemmeno di sottoporsi alla chemioterapia. Per questo motivo non si era presentato al tribunale di Los Angeles per essere ascoltato nell'ambito della causa per il divorzio dalla moglie Victoria. Era stato lo stesso attore a chiedere il divorzio a gennaio, denunciando la “condotta oltraggiosa” tenuta nell'ultimo anno dalla consorte che gli impediva anche di vedere la figlia di sei anni, Galen.
La moglie, al contrario, sosteneva che Hopper, sposatosi cinque volte, voleva solo escluderla dall'eredità. Davvero lunga e intensa la sua carriera, che conta oltre 200 pellicole, molte delle quali hanno segnato la storia della cinematografia mondiale. Solo per citare alcuni titoli, ricordiamo: Gioventù bruciata; Il Gigante (entrambi accanto al mito James Dean); Apocalypse Now (di Francis Ford Coppola), dove interpreta un fotoreporter freelance in cerca di immagini dell'inquietante colonnello Kuntz; Velluto blu (di David Lynch), dove invece veste i panni di un gangster drogato e psicopatico; fino ai più recenti Speed, Ed Tv e Palermo Shooting.
Ruoli sempre diversi e mai banali, capace di grandi interpretazioni anche in pellicole non certo memorabili. Eclettico come pochi, passava dalla commedia al thriller, dai film drammatici agli horror, accettando anche personaggi difficili, come quello dell'avvocato caduto in miseria, alcolizzato e depresso, in Rusty il selvaggio (anche questo di Coppola): una sorta di alter ego di se stesso, spesso alle prese con problemi legati all'abuso di alcool.
L'altrettanto eccentrico regista Wim Wenders, che lo ha voluto la prima volta nel 1977 per L'amico americano, vedeva in lui la perfetta commistione di abilità artistica e pazzia. Hopper ha anche ricevuto una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista nel 1987 per Colpo vincente, e un'altra nel 1970 per la sceneggiatura di Easy Rider, senza contare che ha ricevuto una ventina di premi, inclusi Palma D'Oro e Leone d'Oro e persino un Razzie (gli Oscar al rovescio) per la sua interpretazione al fianco di Kevin Costner in Waterworld. Politicamente Dennis Hopper è stato sempre considerato repubblicano, salvo poi prendere le distanze da George W Bush e schierarsi, nelle elezioni americane del 2008, dalla parte di Barack Obama. Artista eclettico sul grande schermo, quindi, così come nella vita.
Tanto che, oltre che nel cinema, Hopper declinò la propria vena artistica anche in altre discipline, come la pittura, la fotografia, la poesia e la scultura. Tra i suoi lavori ci fu per esempio la copertina del disco River Deep, Mountain High, di Ike & Tina Turner.
Lo scorso aprile è stato selezionato tra gli artisti partecipanti all'inaugurazione del MOCA (Museum of Contemporary Art) di Los Angeles, dove ha allestito una mostra dedicata alle sue opere. E poi tantissimi gli scatti (spesso in bianco e nero) ricchi di fascino. Ritratti intensi di amici e colleghi, ma anche scene dai set hollywoodiani o dalle sale di registrazione, e qualche autoritratto. La sua arte, sbocciata poi a 360 gradi, cominciò proprio dedicandosi alla fotografia di ritratto nel 1960, con una fotocamera regalatagli dalla sua prima moglie, Brooke Hayward.
Il suo stile, influenzato dall'esplosione in quegli anni della Pop Art, spaziò dal fotorealismo alla composizione impressionista e all'astrazione. In seguito divenne persino collezionista, acquistando per 75 dollari una delle prime stampe di Andy Warhol di barattoli di zuppa Campbell’s. Alla fine, però, è sempre a bordo di una Harley Davidson che lo si immagina, con quell'aria da ribelle, gli occhi azzurro ghiaccio e i capelli al vento.
Emblema di una vita anticonformista, vissuta sempre controcorrente. Più che altro un'avventura, in cui l'obiettivo è sovvertire le regole e le certezze dei benpensanti e dei conservatori. Ieri come oggi. Con Easy Rider, Dennis Hopper divenne in un certo senso il punto di riferimento per molti giovani. Il simbolo di un “ribellismo trasgressivo” per un'intera generazione, negli Stati Uniti e in Europa, sia a livello comportamentale che ideologico, e che trova la sua massima espressione a cavallo fra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '70.
Hopper ha saputo raccontare meglio di chiunque altro l'America combattuta tra conservatorismo ed emancipazione, sani valori e ipocrisia, e per questo motivo ne divenne indiscussa icona. Ora che non c'è più, rimane il mito, il ricordo di un uomo che ha basato la propria esistenza sugli eccessi e forse, proprio per questo, più vivo che mai.
(di Matilde Geraci - del 2010-06-26) articolo visto 1836 volte
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