L'Opinionista Giornale Online - Notizie del giorno in tempo reale
Aggiornato a:
 

INFLAZIONE: QUANDO E COME E PREVEDERLA

definizione e metodi di misurazione, gli effetti. Le cause inflazionistiche e le misure antinflazionistiche

DEFINIZIONE – L’inflazione è l’aumento continuo e generale dei prezzi di beni e servizi misurata in un dato periodo di tempo con riduzione del potere d’acquisto della moneta e, se viene espressa in termini percentuali si ha il tasso d’inflazione. L’inflazione può essere: strisciante, aperta o robusta, galoppante.
La prima, quella strisciante, è caratterizzata da un aumento lento e costante dei prezzi, in genere mai superiore al 5%; l’inflazione aperta o robusta è simile alla precedente ma l’umento dei prezzi è superiore al 5%. Quest’ultima dà origine alla spirale inflazionistica cioè ad un circolo vizioso che origina un’inflazione crescente. Ad esempio: un aumento dei prezzi determina un aumento dei salari, l’aumento dei salari determina a sua volta un aumento della domanda di beni e servizi i quali a loro volta rideterminano un aumento del livello salariale; l’inflazione galoppande scaturisce dal perdurare della spirale inflazionistica.
METODI PER MISURARE L'INFLAZIONE – L’inflazione viene misurata tramite l’indice dei prezzi al consumo, un metodo statistico che prendendo in considerazione le variazioni dei prezzi di un insieme di beni e servizi, costituendo il così detto paniere, rappresenta l’effettivo consumo delle famiglie di un determinato periodo di tempo, in genere di un anno.
Gli indici che sono presi in considerazione sono il NIC, il FOI e l’IPCA. Il NiC misura l’inlazione dell’intero sistema economico. Tale indice viene preso in considerazione dagli organi di governo per le decisioni di politica economica. Il FOI si riferisce all’insieme dei consumi che fanno capo ad una famiglia di un lavoratore dipendente. Tale indice è usato per adeguare periodicamente i valori monetari come, ad esempio i canoni di locazione. L’IPCA viene utilizzatto a livello di Unione Europea quale parametro di convergenza delle economie dei Paesi membri al fine di stabilire l’accesso o la permanenza di un Paese all’interno della stessa UE.
EFFETTI DELL'INFLAZIONE – Il tasso d’inflazione finchè è basso e costante non crea problemi per quanto riguarda le aspettative di imprese e consumatori. Lo diventa, invece, quando il suo tasso è volatile ossia quando i prezzi variano in modo significativo nel tempo impedendo così un’ efficace previsione da parte di imprese e consumatori perché scoraggia investimenti e risparmio.
L’inflazione con un tasso volatile produce degli effetti negativi sui consumatori, sui mutui e sulle imprese. Sui consumatori perché la moneta, perdendo il suo potere d’acquisto, incide sia sui redditi dei consumatori i quali, con la stessa quantità di moneta, acquistano una minore quantità di beni, sia sul risparmio perché in tal modo il cittadino tende a risparmiare meno spendendo subito il proprio denaro. Sui mutui perché le rate sono gravate da un tasso d’interesse legato al tasso d’inflazione. Di conseguenza le banche per assicurarsi da eventuali rischi futuri legati al tasso d’inflazione volatile, tendono ad aumentare i propri tassi d’interesse oppure concedondo mutui a tasso variabile. Sulle imprese perché esse effettuano degli investimenti gravati dal tasso d’interesse.
Finchè quest’ultimo, a causa dell’inflazione, resterà basso e prevedibile le imprese riescono a pianificare i prori programmi d’investimento, se invece l’inflazione è volatile, per le imprese non solo sarà più difficile poter pianificare i propri investimenti ma, dato il costo piuttosto elevato del tasso d’interesse, saranno scoraggiate ad effettuarne dei nuovi. Come conseguenza si avranno deglì impatti negativi sia sull’economia che sull’ occupazione.
CAUSE INFLAZIONISTICHE – Una spiegazione sulle cause dell’inflazione proviene dalla scuola dei monetaristi secondo cui l’aumento dei prezzi è determinato da un tasso di crescita della quantità di moneta in eccesso rispetto alla crescita del prodotto reale dell’economia. La tesi della neutralità della moneta nel lungo periodo deriva dall’ipotesi secondo cui l’andamento reale dell’economia (quantità prodotta e piena occupazione) dipende dal progresso tecnologico e dalla crescita dei fattori produttivi (capitale e lavoro), ma non dall’aumento degli aggregati monetari.
La conseguenza è che una quantità di moneta tenuta dalle banche centrali costantemente superiore a quella necessaria per finanziare le transazioni economiche, origina un aumento dei prezzi causando quella che viene definita inflazione da domanda che si ha quando la domanda sui mercati del lavoro e dei prodotti è superiore rispetto al capacità del pieno impiego.
Altra spiegazione dell’inflazione, sempre dal lato della domanda, è quella legata alla cosiddetta curva di Phillips. Le teoria, proposta nel 1958 ad opera dell’economista inglese A. W. Phillips, si basa su uno studio empirico del mercato del lavoro in Gran Bretagna nel periodo compreso tra il 1861 ed il 1957, confrontando la relazione tra crescita dei salari nominali e disoccupazione. L’ipotesi è che al dimnuire della disoccupazione si ha un aumento del salario nominale il quale, a sua volta, si ripercuote sui prezzi determinando così un loro aumento.
Accanto all’inflazione da domanda vi è anche l’inflazione da offerta. Quest’ultimo fenomeno si ha quando degli shock negativi dal lato dell’offerta vanno ad influenzare in modo diretto i costi delle imprese, come ad esempio avvenne negli Anni ’70 con il forte aumento del prezzo del petrolio. In tale circostanza le imprese, per mantenere inalterati i propri profitti, offrono i propri prodotti a prezzi più elevati.
I lavoratori, per mantenere inalterato il proprio potere d’acquisto, chiedeono aumenti salariali determinando così la crescita del costo del lavoro. In questo modo le imprese aumenteranno di nuovo i prezzi dei propri prodotti dando origine alla cosiddetta spirale prezzi-salari, determinando ancora inflazione. Queste analizzate finora sono le cause inflazionistiche nelle cosiddette economie chiuse. Infatti, accanto ad esse vi sono anche quelle delle economie aperte ossia che attuano scambi commerciali con l’estero. Qui vengono prese in considerazione le variazioni dei tassi di cambio sia fissi che variabili.
Nel regime dei cambi fissi un paese che attua politiche monetarie espansive, se abbastanza grande, fa ricadere anche sugli altri Stati parte del proprio peso inflazionistico in seguito all’aumento sia delle esportazioni che dell’offerta di moneta. In regime di cambi flessibili, le politiche monetarie espansive esercitano una pressione sul cambio facendo deprezzare la moneta, tale deprezzamento incide sul livello di inflazione interna determinando un aumento dei prezzi in valuta nazionale dei beni importati.
MISURE ANTINFLAZIONISTICHE – Tali misure consistono nell’agire sulla domanda o sull’offerta tramite delle politiche monetarie e fiscali. Le politiche che agiscono sulla domanda producono varazioni del potere d’acquisto della moneta. Le politiche monetarie possono detrminare rialzi o ribassi dei tassi d’interesse obbligando le banche a limitare, nel primo caso, la concessione di prestiti oppure concedendo, nel secondo caso, tassi d’interesse più vantaggiosi. Con le politiche di misura fiscale lo Stato può incidere sul livello di tassazione; influenzare il livello dei consumi ed investimenti incoraggiandoli o scoraggiandoli; modificare il livello di spesa pubblica; intervenire direttamente attraverso il razionamento di beni oppure imporre dei limiti al consumo; tramite l’emanazione di leggi, regolare i rapporti tra lavoratori ed imprese al fine di regolare l’attività produttiva.
Le politiche di stabilizzazione dal lato delle offerte sono rivolte a sviluppare una maggiore concorrenza; nell’erogare incentivi alle imprese; nel migliorare il livello di istruzione e la qualifica professionale del personale del lavoro. Altre misure sono quelle delle politiche dei prezzi e del reddito. Con la politica dei prezzi il controllo avviene fissando direttamente il loro livello oppure l’ incremento massimo; nel controllare i margini di profitto; nell’erogare dei sussidi ai consumatori ed ai produttori, oppure, tramite la politica dei redditi, ponendo dei limiti agli incrementi salariali.
(di Giovanna Barone - del 2010-08-18) articolo visto 9234 volte
sponsor