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IL GOVERNO BERLUSCONI APPESO A UN FILO

Con il voto di sfiducia in Parlamento il Terzo Polo prova a uccidere il berlusconismo

Probabilmente la disamina più esatta dell'attuale crisi politica è quella fornita dal Quirinale: “Nessuno sa come finirà”. Una situazione talmente fluida da mutare di ora in ora, anzi, di minuto in minuto. La crisi, tutta nata all'interno del Pdl, rischia di mettere una pietra tombale sul Governo e apre scenari assolutamente imprevedibili fino a pochi mesi fa. Ma con un epilogo negativo per il Governo nel voto di fiducia del 14 dicembre (richiesta firmata alla Camera da 317 deputati), sul campo di battaglia i veri grandi sconfitti sarebbero Berlusconi e il berlusconismo: una politica che da 16 anni ruota, a sinistra come a destra, intorno al Cavaliere, monopolizzatore della scena e dei riflettori, capace come nessun altro di impostare la discussione nell'agenda politica.
La sua discesa in campo ha trasformato la politica italiana in un plebiscito quotidiano. Si è con o contro Berlusconi, non vi sono vie intermedie. Questo manicheismo ha finora bloccato ogni serio tentativo di riforma costituzionale e dell'assetto istituzionale. Quante volte a destra così come a sinistra ci si è trovati d'accordo sull'abolizione del bicameralismo perfetto, sulla riduzione dei parlamentari o sulla necessità di riformare la giustizia per renderla meno lenta? Ma ogni tentativo in questo senso (come la Commissione Parlamentare per le Riforme Istituzionali presieduta da Massimo D'Alema nel 1997) si è spento per l'assoluta incomunicabilità tra gli schieramenti, per la mancanza di legittimazione politica reciproca, per l'odio (anche talvolta viscerale) che Berlusconi suscita nella sinistra più radicale.
LE DIVISIONI ALL'INTERNO DI FUTURO E LIBERTA' - Il voto di fiducia, dunque, rappresenta uno spartiacque fondamentale per la vita del Governo e della legislatura. Con un gioco al rialzo il Presidente della Camera Fini (a suo modo anche lui passerà alla Storia, infatti, nei 64 anni di Repubblica mai la terza carica dello Stato è stato più attivo politicamente, addirittura fondando un proprio partito e dando per morto pubblicamente il partito di maggioranza relativa in Parlamento) ha, nel giro di poche settimane, ritirato i propri ministri dal Governo e posto il diktat a Berlusconi: dimissioni e governo tecnico aprendo anche ai centristi dell'Udc.
Ma Futuro e Libertà soffre al suo interno di una spaccatura latente tra falchi (Fabio Granata ha detto che si alleerebbe anche con Vendola pur di cacciare Berlusconi) e colombe (Silvano Moffa e Roberto Menia si sono detti disponibili ad un reincarico per il Cavaliere se questi accettasse di dimettersi). Perciò Fini in queste settimane non è stato sempre chiaro sul come procedere nella crisi.
Nelle settimane scorse sembrava che mai avrebbe accettato un Berlusconi Bis (la soluzione adottata nella crisi lampo del 2005 voluta da Follini) e l'unica soluzione era un governo tecnico, istituzionale, di larghe intese o che dir si voglia per affrontare la crisi economica e rifare la legge elettorale (con seri rischi di incostituzionalità perché la nostra Carta Costituzionale non pone limiti ad un governo né temporali né di competenze). Negli ultimi giorni invece sembra aver adottato una posizione più morbida: nel suo ultimo messaggio sul web ha detto che occorre “senso di responsabilità”. Insomma Fini oggi chiede a Berlusconi di dimettersi prima del voto del 14 dicembre in vista di un nuovo governo del Cavaliere ma a determinate condizioni: cambio di politica economico-sociale e riformulazione della legge elettorale.
PROVE DI TERZO POLO PER SPODESTARE IL CAVALIERE Resta il macigno delle dimissioni del premier e non è un ostacolo da poco. Berlusconi infatti ha fatto sapere di non avere nessuna intenzione di dimettersi. Teme imboscate alla Camera dove Fini e Casini dialogano sempre più fittamente. Gli ultimi voti in Aula dove il Governo è andato sotto, ad esempio su un paio di emendamenti al DdL Gelmini sulla riforma dell'università, grazie al voto unitario del Fli con l'Udc, sono una tangibile dimostrazione della costituzione del cosiddetto Terzo Polo formato da Fini, Casini e Rutelli (l'imprevedibilità della politica...Rutelli con Fini!).
Questa coalizione conta 77 deputati e si pone l'obiettivo, più o meno apertamente, di distruggere la figura politica di Berlusconi e con lui il bipolarismo (vecchio pallino dell'Udc). E' questa l'unica ragione contingente che attrae personaggi e partiti che poco o niente hanno in comune. Un esempio? Fini si definisce di centrodestra e il Terzo Polo come un'altra coalizione di centrodestra ma cosa direbbero Casini e Rutelli a essere etichettati in questo modo? Inoltre chi sarebbe il leader, questione non di poco conto, in un'eventuale scontro elettorale anticipato? Alla lunga questo trittico è destinato a perdere pezzi. Ma in questo momento è funzionale allo scopo di mandare Berlusconi a casa e costituire un governo tecnico. Ecco dunque il programma del Terzo Polo: spazzar via Berlusconi e costituire un esecutivo di responsabilità nazionale con al timone un re più o meno travicello. Si sono evocati i nomi del Governatore Mario Draghi, di Gianni Letta e persino di Maroni. Per Fini lo spettro sarebbero le elezioni anticipate, alle quali non può andare con un partito non ancora strutturato e senza grosso radicamento sul territorio.
BERLUSCONI TIENE DURO E NON SI DIMETTE - Il Cavaliere sa di correre un rischio mortale dimettendosi perché in Parlamento sono molti coloro pronti a fare carte false per un posto nell'eventuale governo tecnico. Perciò è pronto a giocarsi il tutto per tutto alla Camera, sapendo di godere dell'appoggio incondizionato di Bossi. Al Senato il Pdl e la Lega hanno una maggioranza sufficiente anche senza i finiani ma alla Camera i numeri non sono sufficienti. Ma la longa manus di Berlusconi si sta muovendo su tutti i fronti. Ha ottenuto l'astensione dei 2 deputati della Sudtiroler Volkspartei e sta pressando, anche pesantemente, alcuni deputati finiani e dell'Udc. E' sicuro che l'onorevole Catone del Fli non voterà la sfiducia, ponendosi automaticamente fuori dal nuovo gruppo, mentre ci sono altri deputati che sono fortemente indiziati di intelligenza col nemico: tra cui anche Domenico Scipoliti dell'Italia dei Valori. Insomma si rivede il classico mercato delle vacche proprio di ogni drammatico voto di fiducia. Tuttavia il premier sa di avere dalla sua uno straordinario strumento di pressione: le elezioni anticipate con l'attuale legge elettorale.
Il “Porcellum” (secondo la fortunata espressione di Giovanni Sartori), infatti, con le sue alte soglie di sbarramento (4% alla Camera e 8% al Senato per le forze non coalizzate) e soprattutto con il suo abnorme premio di maggioranza del 55% del seggi alla Camera per la coalizione che riporta anche solo un voto in più delle altre, riconsegnerebbe il Paese nelle mani dell'accoppiata Berlusconi-Bossi se si tornasse alle urne ora. Il problema semmai sorgerebbe al Senato, dove con i premi di maggioranza su base regionale, in presenza di tre coalizioni, vi sarebbe quasi certamente una situazione di ingovernabilità e questo equivarrebbe a escluderlo dalla corsa per Palazzo Chigi. Per questo il Cavaliere non ha ancora rassegnato le dimissioni e chiesto di andare alle urne. Lo farà solo se verrà sfiduciato alla Camera: con la maggioranza al Senato sarebbe difficilissimo per chiunque altro formare un governo e trovare una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Chiunque lo facesse, dietro mandato di Napolitano, sarebbe accusato di orchestrare un ribaltone e anche politicamente sarebbe molto difficile e pesante formare un nuovo esecutivo senza il Pdl e la Lega, le forze uscite vincitrici dalle elezioni 2008 e legittimate a governare.
IL PD TRA LA VOGLIA DI DETRONIZZARE IL PREMIER E LA PAURA DEL VOTO - La grande stranezza di questa crisi è rappresentata dal fatto che il più grande partito d'opposizione non ha chiesto e non intende chiedere le elezioni anticipate. Il Pd è in una crisi profonda: l'uscita di Rutelli, la leadership debole di Bersani, il malcontento di Veltroni che ha dalla sua 75 parlamentari, le critiche alla dirigenza dei “rottamatori” organizzati intorno al Sindaco di Firenze Renzi... Oggi il Pd non chiede le urne anticipate per mettere fine all'esperienza berlusconiana perché sa che da quelle elezioni non uscirebbe vincitore. Inoltre Bersani non avrebbe in tasca la nomina a capo della coalizione, com'era accaduto per Veltroni. Sono in molti a pensare al Partito Democratico come ad un grande corpo senza una leadership forte e alla sua sinistra cresce e si radica la figura di Vendola che in molti vedrebbero bene a capo della coalizione per le prossime elezioni.
La crisi di Berlusconi, dunque, si accompagna alla crisi del Pd e anche per questo motivo il centrodestra, pur tra tanti problemi, continua a rimanere in sella. Un chiaro sintomo di questo stato di cose nel Pd è rappresentato dall'esperienza delle primarie. Da strumento per dare forza e legittimazione al candidato di centrosinistra si è trasformato in un boomerang per Bersani. Dalle Regionali 2009 infatti, i candidati appoggiati dal Pd escono sconfitti dalle primarie. E' successo con Francesco Boccia sconfitto da Vendola nella corsa per la Puglia ed è successo a Milano dove Giuliano Pisapia, appoggiato da Sinistra Ecologia Libertà, ha sconfitto Stefano Boeri che aveva ricevuto l'imprimatur da Bersani. La necessità perciò consiglia al Pd di abbattere Berlusconi e tentare la carta del governo tecnico per riorganizzarsi e spazzare via una legge elettorale che, non scordiamolo, è stata creata per far vincere Berlusconi secondo il suo stesso autore, Calderoli.
RISCHIO SPECULAZIONE SUL DEBITO ITALIANO - Secondo tutti gli economisti, la caduta del Governo in questo frangente sarebbe un colpo molto duro per la nostra economia. Oltre ai costi delle elezioni in sé per sé (valutati intorno al mezzo miliardo di euro), vanno considerati soprattutto i risvolti internazionali sui mercati finanziari. La grande speculazione finanziaria (parliamo di cifre enormi...alcuni studi ci dicono che gli speculatori possono mettere in campo in un solo giorno forze economiche pari a 5 volte il Pil mondiale di un anno) attaccherebbe immediatamente il nostro debito pubblico, scommettendo sul fallimento dell'Italia. E' un processo già visto in Grecia e di cui stanno facendo le spese in questi giorni Irlanda e Portogallo.
La prossima vittima sarà la Spagna, l'ultimo dei PIGS (acronimo di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. I paesi dalle economie più fragili e dall'alto debito pubblico) ma dopo gli spagnoli ci saremo noi. Il credit spread (ossia il differenziale tra il tasso di rendimento di un'obbligazione caratterizzata dal rischio di default e quello di un titolo privo di rischio) dei titoli di stato spagnoli rispetto al solido bund tedesco è cresciuto enormemente. Ciò significa che la Spagna potrebbe cadere nei prossimi mesi e a quel punto l'Italia si troverebbe nel mirino. Sarebbe la fine del nostro stato sociale, della nostra economia e anche dell'euro. Nei prossimi mesi il nostro Paese dovrà rinegoziare sul mercato internazionale prestiti per 140 miliardi di euro. L'instabilità politica farebbe crescere l'incertezza e i tassi d'interesse, dissanguando ulteriormente le nostre casse. I politici, senza distinzioni, dovrebbero per una volta anteporre gli interessi nazionali a quelli di parte e capire che in questo frangente di tutto avremmo bisogno tranne che di una crisi politica.

(di Marco Di Giacomo - del 2010-12-10) articolo visto 5122 volte
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