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IL CINEMA ITALIANO IN CRISI: QUALI VIE D'USCITA?

LE CAUSE DELLA CRISI - Non è necessario certo svelare l’arcano per scoprire le cause della crisi, ormai cronica, del cinema italiano. Iniziamo col dire che il declino del cinema è dovuto a quello delle sale cinematografiche.
Il film, un tempo, aveva il suo tempio, il suo spazio ben delimitato dove si spegnevano le luci, il pubblico era tenuto a fare silenzio, e si seguiva attentamente dall’inizio alla fine tutto lo svolgimento dell’opera.
L’avvento della televisione ha cambiato molto la situazione: prima è nata la prima rete Rai nel 1954, poi Rai 2 (1975), Rai 3 (1979), e alla fine le tv private (dal 1980 in poi). Le stazioni televisive hanno iniziato a trasmettere films a tutte le ore direttamente nelle case degli italiani, togliendo di conseguenza, spettatori alle sale cinematografiche. Internet ha poi proseguito la distruzione dell’invenzione dei fratelli Lumière.
L’INVOLUZIONE DELLO SPETTATORE - Nel 1959 si staccavano quasi un miliardo di biglietti al botteghino. Questo vuol dire che un italiano andava in media 25 volte all’anno al cinema. Negli anni ’60 venivano prodotti circa mille films per il grande pubblico.
Oggi tante sale chiudono perché non riescono ad andare avanti, e sopravvivono i multisala dei grandi colossi industriali.
Il pubblico è sempre più disattento: guarda il film in tv o in dvd/videocassetta, nel frattempo sgranocchia qualcosa, va in bagno, parla al telefono. Abituato ad un flusso ininterrotto di immagini televisive montate sempre più velocemente, fa sempre più fatica a stare 15 minuti fermo davanti allo schermo, figuriamoci quindi se la sua concentrazione può durare due ore.
Anche i rumori moderni della radio, della città, della tv in sottofondo, contribuiscono ad estraniarlo da un atteggiamento più critico o impegnato nei confronti di ciò che guarda.
Lo stile di vita che ci circonda mortifica l’estetica, il silenzio, la riflessione. Ecco che la dimensione poetica dei nostri tempi svanisce, e con essa il cibo per la mente dell’artista. ADDIO VECCHI ATTORI? - I giovani registi risentono di questo, così come i nuovi attori, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Riuscite a vedere oggi un nuovo Gassman, un nuovo Totò, un nuovo Alberto Sordi?
Negli anni ’60 registi come Fellini, Sergio Leone, Vittorio De Sica, Pasolini, tanto per citarne qualcuno, facevano grande l’Italia, e attingevano da un patrimonio narrativo ancora molto vivace.
Cosa bisogna fare per cambiare il cinema? Bisogna cercare nuovi cineasti, o perlomeno un nuovo modo di fare cinema.
Non ci possiamo certo aspettare che i produttori, che badano al guadagno, invertano la tendenza, producendo pellicole dall’incerto successo, sebbene di alto valore.
ALLA RICERCA DI NUOVE STRADE - L’artista che vuole trovare la sua strada dovrà prendere le distanza, almeno in parte, da internet, dalla tv, e dalla modernità in generale, da tutto quello che, insomma, mozza la sua fantasia e la sua capacità di elaborare contenuti.
La qualità richiede calma, studio, e un lavoro in progresso; i risultati si ottengono “costruendo la casa mattoncino su mattoncino”, senza ammiccare al pubblico, senza ubriacarsi del suono di facili sirene dello spettacolo.
Ritengo che l’artista crei le sue opere più felici quando espande la propria personalità, senza compromessi, senza cercare di compiacere nessuno, ma facendo ciò che realmente sente e imponendolo agli altri.
E’ l’esatto contrario di ciò che si fa oggi: si fa qualcosa perché si presume che possa piacere, accontentando servilmente la platea.
NECESSITA’ DI IMPORSI - Ma c’è anche la strada più nobile: imporre se stessi, le proprie scelte: se sono valide, il pubblico le seguirà con rinnovato interesse, piacevolmente scosso nella mente dalle nuove percezioni che riceve.
Siamo nell’epoca della tecnologia a basso costo: ci sono telecamere, microfoni, computer accessibili un po’ a tutti che consentono montaggi professionali ed effetti speciali di tutto rispetto. Ovviamente, il vero cinema rimane quello che richiede milioni di euro, ma le competenze, il duro lavoro, la professionalità possono sopperire a tutto ciò.
Già dagli anni ’70 Nanni Moretti, con una telecamera di uso domestico, dimostrò che si poteva fare del cinema di tutto rispetto con pochi soldi.
E’ su questo, a mio avviso, che si deve puntare: trasformare il cinema da arte elitaria ad arte popolare, come lo è la scrittura, che richiede solo un pezzo di carta e una penna.
TORNARE AL PASSATO - Si impara il cinema nelle scuole di cinema, o a recitare in quelle di teatro, ma è anche vero che tanti grandi attori e artisti vengono dalla strada. Il grande schermo, in Italia, è sempre stato alquanto artigianale, e in passato scaturiva dall’iniziativa di autori di ingegno, che si riunivano in un cenacolo e scrivevano sceneggiature in tre, quattro o più persone.
La vitalità dei film seguono da sempre quella del Paese in cui esse sono prodotte e al momento questa vitalità è nulla come quella di un albero invecchiato che produce cattivi frutti. Il nostro paese, però è fatto di uomini e donne che decidono delle loro azioni: basta un po’ di buona volontà, tutto sommato, per risollevare la settima arte.
(di Andrea Russo - del 2008-05-26) articolo visto 2236 volte
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