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IL PAESE DEGLI SPRECHI

La politica italiana tra sperpero e crisi economica

L'economia italiana è in crisi, tutti i comparti industriali arrancano, i consumi interni segnano il passo se non addirittura arretrano, l'inflazione ha rialzato la testa dopo anni ma di fronte a questo quadro a tinte fosche vi è un fattore che cresce ogni anno e per la quale in una speciale classifica saremmo sicuramente i primi in Europa, gli sprechi della politica. Naturalmente su un tema del genere non si può fare demagogia quindi ad onor del vero bisogna precisare che la politica ha un costo e questo impegno economico è indispensabile per assicurare il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche e dei partiti. Ma, fatta questa doverosa precisazione, come altro si può definire se non “spreco” i 600 mila euro spesi ogni anni dal Comune di Napoli per le le bollette delle novecento linee di telefonia mobile senza limitazioni assegnate a consiglieri, assessori, dirigenti e dipendenti di vario livello? Ma questo non è che uno soltanto dei mille e mille rivoli in cui il denaro pubblico si perde andando ad alimentare l'oceano dello sperpero.
ENTI INUTILI MA NON PER I POLITICI - durante la campagna elettorale per le politiche del 13 e 14 aprile 2008 (complice il successo straordinario de “La casta”, il libro di Stella e Rizzo), ogni coalizione non ha lesinato promesse per porre un freno alle spese folli della politica, ad esempio sopprimendo gli enti inutili, i cui costi non trovano riscontro nel mondo. Ma le promesse tali sono rimaste, almeno finora. Infatti i nostri politici e i nostri governi (di tutti i colori) si dicono sempre con la spugna in mano per cancellare gli enti inutili, ma poi, forse perché in altre faccende affaccendati, lasciano il lavoro incompiuto o non lo avviano per niente. Così siamo fermi al palo e continuano a esistere sulla carta centinaia di enti (molti dei quali pur volendo non è possibile sopprimere per via dei contenziosi aperti) che hanno come unico scopo quello di ingrassare consiglieri di amministrazione, presidenti, vice presidenti, amministratori delegati, consiglieri speciali, consulenti, consulenti speciali: un esercito di super pagati e molto spesso per non fare niente.
L'ESERCITO DEI CONSULENTI - la lista degli sprechi è così lunga da far rabbrividire. Ecco perché spesso si dice che se il nostro Paese fosse un'azienda avremmo dovuto portare da un pezzo i libri in tribunale. I politici, senza distinzioni di latitudine, mettono a disposizione di amici e compari una torta gigantesca da centinaia di milioni di euro. Nel 2006 le amministrazioni pubbliche hanno pagato la bellezza di 251.921 incarichi di consulenza per il gigantesco importo di 1,3 miliardi, quasi una manovra finanziaria. A conti fatti due anni fa è stato assegnato un incarico esterno per ogni 12,8 dipendenti pubblici a tempo indeterminato mentre ancora peggio hanno fatto gli enti locali che hanno pagato un consulente ogni 5,8 dipendenti fissi. In base a questi dati ci si chiede a cosa servano i tre milioni e passa di occupati del nostro comparto pubblico. Spesso le consulenze sono inevitabili (come quella affidata dal Ministero dell'Economia ad uno studio legale per la privatizzazione dell'Alitalia, 450 mila euro) e va detto che nella lista c'è di tutto, perfino gli sportellisti retribuiti con pochi euro. Tuttavia risulta quantomeno strano che una macchina elefantiaca come il nostro comparto pubblico abbia bisogno ogni anno, per svolgere il proprio lavoro, di altri centinaia di migliaia di consulenti. E' inevitabile che sorga quindi il dubbio che questo delle consulenze non sia altro che un modo di foraggiare gli amici degli amici o persone vicine politicamente.
PORTABORSE A VITA - altre volte invece amici e collaboratori sono assunti in pianta stabile dalla regione e con l'unica referenza della tessera di partito. E' quanto ormai avviene da anni in quasi tutte le regioni d'Italia, dalla Sicilia al Veneto per i collaboratori precari dei politici regionali. Così avviene che l'elettore che t'ha promesso il voto o il militante di partito vengono assunti “provvisoriamente” senza concorso: perché mai farne uno, se si tratta solo di un «contrattino» di due mesi? Poi il «contrattino» viene rinnovato una, due, tre, quattro volte. E intanto passano i mesi, le stagioni, gli anni. Finché arriva il momento fatidico: i precari vanno stabilizzati con una “leggina” regionale ad hoc. Insomma: l'argine alla periodica assunzione degli «staffisti» sembra puro buonsenso. Pena il rischio che a ogni svolta elettorale entrino senza concorso ondate di portaborse piazzati dai vincitori sulla sola base della conoscenza giusta. Ciò che sembra più triste è che questa procedura perversa è applicata anche ai ministeri e agli enti locali: persino al Quirinale non si fa più un concorso pubblico dal 1963!
IL RECORD ITALIANO DELLE AUTO BLU - in definitiva, cosa occorre per abbassare davvero i costi della politica? Serve soprattutto quella volontà politica che però sembra mancare. Milioni di famiglie stentano ad arrivare a fine mese, larga parte di quello che una volta era ceto medio rischia di finire sotto la soglia di povertà e, solo per fare un esempio, abbiamo la bellezza (si fa per dire) di 562 mila auto blu rispetto alle 75 mila degli Stati Uniti d'America (si, proprio gli Usa) e alle 50 mila della Germania. Se si mettessero all'asta 500 mila auto a 10 mila euro avremmo un tesoretto da almeno 5 miliardi di euro! Altro che taglio alla sanità e alle pensioni...
(di Marco Di Giacomo - del 2008-07-14) articolo visto 4514 volte
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