Montalbano, l’eterno ritorno dell’identico

Luca Zingaretti Commissario MontalbanoIl commissario Montalbano è una certezza. Ogni volta che lo vediamo tornare in libreria o in TV, ritroviamo lo stesso piccolo mondo, antico e contemporaneo insieme, che oscilla con ipnotica regolarità tra due poli opposti: realtà e finzione, passato e presente, modernità e tradizione.

Nate dalla prolifica penna di Andrea Camilleri, sempre presente in video a introdurle, le storie seguono lo stesso ritmo cadenzato, ogni volta nuove e originali eppure ogni volta prevedibili e rassicuranti. Noi spettatori stiamo tranquilli perché sappiamo che alla fine il commissario saprà trovare il bandolo della matassa e risolverà l’ennesimo crimine compiuto nella piccola Vigata, simbolo di una Sicilia immaginaria. Non ci stupiamo se quel paesino minuscolo e apparentemente senza tempo è teatro di un numero incredibile di atti criminali: omicidi, stupri crimini di mafia, rapimenti.

Del paese e della sua vita vediamo poco, ma non importa: la casa di Montalbano, il commissario e pochi altri luoghi ricorrenti costruiscono la cornice entro la quale adoriamo vedere all’opera l’intuito brillante di aiutanti e amici: il suo vice Mimì Augello, l’agente-macchietta Catarella, l’ispettore Fazio.

Non ci sono antieroi, qui. Il protagonista non soffre tormenti interiori, non ha una moralità discutibile né imperfezioni psicologiche: Montalbano è un eroe a tutto tondo, positivo, virtuoso, sempre dalla parte giusta. Rimette le cose a posto, a Vigata, con il suo fare un po’ teatrale e un po’ guitto, tra un romanticismo d’alt e malcostume politico.

Con gli ultimi episodi del 2018, “La giostra degli scambi” e “Amore”, la corazzata Montalbano è giunta alla dodicesima stagione. Esempio quasi unico nel panorama della fiction nazionale, propone una formula seriale singolare: sugli schermi prima di Raidue e poi, visti gli ascolti stellari, di Raiuno, in 19 anni si sono succeduti solo 32 episodi. Due all’anno, a volte quattro, con pause anche di tre anni da una stagione all’altra. Non solo non esistono antieroi: per descrivere la struttura di Montalbano non serve neppure il lessico ormai consolidato della serialità contemporanea. Le parole “stagione” o “episodio” non hanno lo stesso significato che si applica anche ad altre recenti produzioni di Raiuno oltre che ai titoli statunitensi. Si tratta di veri e propri film autonomi, senza connessioni e continuità tra l’uno e l’altro.

Non c’è evoluzione, nei personaggi e nel mondo di Montalbano. La Sicilia è sempre la stessa, il commissario non invecchia, guida sempre la stessa Punto che era già fuori moda nel 1999 all’inizio della serie. Anche la sua relazione sentimentale con Livia oscilla senza evolvere: ogni tanto uno screzio, una tensione, una lite. Ma tutto resta, gattopardescamente, com’è. L’attesissima nuova “stagione” è stata pubblicizzata a colpi di trailer che mettevano in scena il matrimonio tra i due eterni fidanzati. Ma nell’episodio il matrimonio non è avvenuto e i due protagonisti sono tornarti tranquillamente al punto di partenza. La volontà di non intaccare gli ipnotici equilibri dell’universo di Montalbano si manifesta persino nel tentativo di non far entrare la realtà nella dimensione sospesa di Vigata: in quest’ultima stagione è assente uno dei caratteristi più amati, il patologo Pasquano. L’attore Marcello Perracchio è mancato nell’estate 2017. La sua assenza nella fiction è stata appena accennata, come se fosse andato in vacanza: la scomparsa non è stata dichiarata.

La potenza narrativa di Camilleri ha incontrato un modello seriale classico e senza sorprese, creando un universo in cui è facilissimo entrare in qualunque momento, senza dover sapere cosa è successo prima. Non c’è nulla di complicato, in Montalbano: lo spettatore non deve faticare, deve solo abbandonarsi alla ritmica, potente bracciata del commissario-nuotatore che lo accompagna sicuro verso la soluzione di ogni enigma, attraverso una galleria di tipi umani e con quel linguaggio che ormai è entrato nel cuore e nella quotidianità dei quasi dieci milioni di spettatori che seguono ogni puntata: dal “Montalbano sono” al siciliano-italiano di tante parole ormai parte del lessico comune,, dai “cabbssisi” al “nirbuso” alle “farfantarie”.

É la ripetizione la chiave di volta del modello seriale di Montalbano, quella ripetizione che fin da bambini ci rassicura perché sa creare un universo famigliare, in cui possiamo accomodarci senza sorprese per farci raccontare, ancora e ancora, la stessa favola prima di dormire.