Quando ormai si vola non si può cadere più

Ieri notte, in un tragico incidente aereo nei pressi di Medellin, si è spezzato il sogno della squadra brasiliana Chapecoense

Quando ormai si vola non si può cadere più

C’è un tempo per tutto, un tempo in cui gli anni passano cosi lenti da sembrare secoli e un tempo in cui gli anni passano cosi in fretta da sembrare dei secondi che scorrono all’interno dell’orologio impazzito della nostra vita.

Questa non è una storia comune, è una storia che vive di rette parallele che però alla fine, per un tragico e macabro destino, si incontrano.

É una storia di date, di sconvolgimenti, possibili fallimenti e momenti cosi idilliaci da raccontare magari ai figli o ai nipoti. Non è, però, una storia alla Walt Disney perchè il lieto fine qui non è contemplato. É la storia di una larva che diventa farfalla ma che all’improvviso perde le sue ali nel momento di spiccare il volo e torna a terra. A terra con il corpo, ma con l’anima ha già spiccato il volo.

Questa è la storia della Chapecoense.

Per raccontare l’ascesa clamorosa di questa società bisogna partire dall’avvenimento recente più bello ossia il 23 novembre 2016: è la semifinale di Copa Sudamericana (l’equivalente della nostra Europa League) e il Chapa deve affrontare il ritorno in casa contro il San Lorenzo, all’andata è finita 1-1. I brasiliani hanno un gran feeling con le Argentine di questa competizione perchè hanno già eliminato l’Independiente ai rigori grazie a un miracoloso Danilo Rangel e, nell’anno precedente, il Verdao Catarinese aveva quasi estromesso il River Plate salvo poi arrendersi in una partita alquanto discutibile dal punto di vista arbitrale.

Torniamo alla partita, l’Arena Conda è pronta: sono in 22mila ossia il massimo che lo stadio può contenere anche se i sogni non si possono mai contenere in qualcosa di materiale. Tutto bene, tutto festoso fino all’ultimo minuto quando il San Lorenzo, alla ricerca disperata del gol-qualificazione, butta una palla in mezzo con annesse preghiere: Angeleri stacca in maniera perfetta, sembra fatta, ma Bruno Rangel (si, ancora lui), mette un piede sulla linea spedendo in finale il Verdao.

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Qui, nel momento del triplice fischio, ogni persona della città di Chapeco, città industriale di 250mila abitanti, fa un enorme passo indietro scavando nel tempo, nella memoria e nei ricordi esattamente di 43 anni: è il 10 Maggio 1973 quando, dall’unione di Atletico Chapecoense e Independiente, nasce l’Associacao Chapecoense de Futbol.

La vita dei Chapecoensi non è facile nel dal punto di vista umano e sportivo perchè Chapeco è stretta fra i colossi di San Paolo e Rio Grande do Sul e il calcio fatica a decollare visto che la squadra si trova perennemente nelle categorie inferiori. Poi la svolta, si crea una nuova idea di calcio e in soli 6 anni il Verdao passa dalla Serie D (Serie D!) al Brasilerao, un sogno che però doveva ancora essere coltivato. Ci voleva la ciliegina sulla torta.

La festa negli spogliatoi, i video e le preghiere perchè il 23 novembre si è fatta la storia in quel di Chapeco con la squadra in finale di Copa Sudamericana contro l’Atletico Nacional, ora però bisogna andarci a giocare. Ecco che il viaggio dei sogni per Medellin si trasforma nel viaggio da incubo che li porterà più giù con il corpo e più su con l’anima. Il cielo è buio e in lontananza si sente un boato.

Se qualcuno dovesse chiedersi qual’è il suono della morte potrebbe immaginarsi lo schianto del velivolo e darsi una risposta più o meno scontata. Buio, finisce tutto in una tranquilla serata nei pressi di Medellin dove era custodito il sogno, il riscatto dopo tanti anni bui. Le grida, i soccorsi e il bilancio drammatico che parla di 71 morti e 6 sopravvissuti.

Non c’è più nulla. Non c’è più Bruno Rangel, il massimo cannoniere nella storia del club, arrivato nel 2013 quando non c’era nemmeno un campo di allenamento o una palestra dove allenarsi, è arrivato con 81 gol a portare la squadra alla finale. Non c’è più Danilo Rangel, il portiere miracoloso: era seduto vicino al suo secondo Follman e al terzino Alan Ruschel, due che si sono salvati. Lui no.

Non ci sono più nemmeno Thiego e Dener, colossi della difesa che avevano già in tasca nuovi contratti con Santos e San Paolo. Non c’è più Cleber Santana, il capitano, l’unico già famoso del gruppo per aver giocato col Flamengo e con l’Atletico Madrid, che appena prima di partire aveva postato una sua foto sull’aereo, scrivendo “In tutte le vite che vivrò, ti amerò sempre”.

Messaggio sottoscritto anche dall’ala sinistra Thiaguinho, al quale i compagni pochi giorni fa avevano fatto lo scherzo con il finale più bello del mondo: gli avevano preparato una busta in hotel, dentro c’era scritto che sarebbe diventato presto papà. Non c’è più nemmeno il tecnico Caio Junior: per la trasferta che avrebbe potuto dargli la gloria definitiva aveva deciso di portarsi anche il figlio, che però si è scordato a casa il passaporto. Lui è rimasto giù, papa Caio è partito e non tornerà.

Forse tutti noi non conoscevano questa squadra, anzi questa famiglia perchè che era tale lo abbiamo capito in modo straziante dal presidente del consiglio direttivo della Chapecoense Plinio Davis de Nes Filho, il primo a gridare: “Dove sono i miei familiari? Dove sono i miei amici?”. Non ci sono più.

Sono volati via inseguendo un sogno, quello che gli avrebbe regalato la gloria eterna su questo pianeta e invece hanno trovato la morte in una bastarda serata Colombiana. In un macabro scherzo del destino. Attestati di stima, soldi e qualsiasi altro tipo di iniziativa si sta adottando per far ripartire il calcio a Chapeco perchè deve ripartire tutto. In onore di tutti quelli che hanno perso le vita per giocare, guardare o raccontare la partita della loro vita.

In onore dell’eterna Chapecoense.