Cna: “La bassa crescita in 30 anni è costata 400 miliardi”

Logo CnaROMA – Se negli ultimi trent’anni l’Italia fosse cresciuta semplicemente al ritmo medio europeo, oggi il nostro PIL sarebbe superiore di circa 400 miliardi di euro. Se avesse seguito il passo delle principali economie continentali, la ricchezza prodotta sarebbe maggiore di quasi 700 miliardi. Non sono le piccole imprese ad aver frenato la crescita del Paese. A pesare sono stati il deficit di investimenti, l’eccesso di burocrazia, il costo dell’energia, la crisi demografica e la minore efficienza del contesto in cui le imprese operano. È quanto ha evidenziato CNA nel corso dell’audizione davanti alla Commissione attività produttive della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla competitività dell’Italia.

Negli ultimi trent’anni l’economia italiana ha viaggiato con il freno tirato. Dal 1995 al 2025 il PIL del nostro Paese è aumentato appena del 22,4%, contro il 41% della Germania, il 57,5% della Francia e addirittura l’82,9% della Spagna. Un divario che non può essere spiegato chiamando in causa la presenza diffusa di micro e piccole imprese. In tutta Europa le aziende con meno di 50 addetti rappresentano circa il 99% del totale. La vera differenza rispetto ai nostri principali concorrenti riguarda piuttosto la capacità del sistema Paese di favorire investimenti, innovazione, occupazione e crescita dimensionale delle imprese.

I numeri raccontano con chiarezza dove si annidano le criticità. Tra il 2009 e il 2018 gli investimenti pubblici sono crollati dal 3,7% al 2,1% del PIL, con una riduzione superiore al 40%. Nel 2020 gli investimenti pubblici si fermavano a circa 44 miliardi di euro, contro oltre 60 miliardi prima della crisi finanziaria. A essere sacrificati sono stati soprattutto infrastrutture locali, manutenzione del territorio, edilizia scolastica, opere comunali e reti di trasporto, cioè gli investimenti che accrescono la produttività dell’intero sistema economico. Con il Pnrr la spesa per investimenti è tornata intorno al 3,5% colmando solo in parte il gap accumulato.

Anche la dinamica demografica ha giocato un ruolo decisivo. Dal 1995 al 2025 l’Italia ha perso oltre 7 milioni di giovani under 30, passando da 22,8 a 15,5 milioni, con una contrazione del 32%, la peggiore tra le principali economie europee. Nello stesso periodo la Spagna ha aumentato del 30% la popolazione in età lavorativa, la Francia del 13%, mentre l’Italia si è fermata a un modesto +8%.

A frenare lo sviluppo contribuisce inoltre un mercato del lavoro che continua a registrare uno dei più bassi tassi di occupazione d’Europa, soprattutto tra giovani e donne. Pesano poi la scarsa efficienza della Pubblica amministrazione, la complessità burocratica e l’instabilità normativa. Nonostante i progressi nella digitalizzazione, troppe banche dati continuano a non dialogare tra loro e molte procedure restano inutilmente complesse.

Un ulteriore fattore di svantaggio competitivo è rappresentato dal costo dell’energia. Le imprese italiane continuano a sostenere bollette elettriche mediamente superiori di circa il 25% rispetto alla media europea. A tutto ciò si aggiungono il costo del debito pubblico, che assorbe ogni anno quasi 90 miliardi di euro di interessi sottraendo risorse a investimenti produttivi, e una bassa capacità di attrarre investimenti esteri. Negli ultimi 5 anni gli investimenti esteri ammontano a circa 86 miliardi, meno della metà di Spagna e Francia e un terzo della Germania.

Il nodo centrale resta la produttività che da oltre vent’anni registra una crescita inferiore a quella dei principali partner europei. Non per una minore capacità delle imprese, ma per ritardi infrastrutturali, lentezza della giustizia civile, insufficiente trasferimento tecnologico, carenza di competenze e inefficienze amministrative. Per rilanciare la crescita non servono quindi politiche orientate a ridurre il peso delle piccole imprese. Occorre invece una strategia che favorisca la loro crescita attraverso semplificazione amministrativa, riduzione degli oneri burocratici, accesso al credito, sostegno agli investimenti, contenimento dei costi energetici, rafforzamento delle competenze e maggiore efficienza della macchina pubblica.