
La voce di Francesco Guccini, scomparso questa mattina all’età di 86 anni, è la voce di chi ha attraversato generazioni, ha dato parole alla memoria, alla ribellione, alla tenerezza e alla disillusione. Una voce libera che nel tempo si è intrecciata profondamente anche con una pagina della storia recente della Chiesa italiana: l’amicizia con il Cardinale Matteo Zuppi. Rapporto raccontato nel dialogo con Massimo Orlandi pubblicato nel novembre 2025 all’interno della biografia Matteo Zuppi. Uno di noi (Edizioni San Paolo).
Guccini ricordava con vivida precisione il giorno in cui conobbe Zuppi: il 10 marzo 2016, al binario 21 della stazione di Milano, durante il “Viaggio della memoria” verso Auschwitz. «Mi è piaciuto subito. L’ho trovato spontaneo e amichevole – raccontava – Mi ha detto che conosceva molte mie canzoni, che le aveva utilizzate anche per le sue omelie». Quel viaggio, segnato anche da una caduta che gli procurò la frattura della spalla, fu l’inizio di un legame profondo, fatto di ascolto, rispetto e una sorprendente sintonia umana. «È stato lui il primo a soccorrermi», ricordava Guccini nel dialogo con Orlandi.
Nel libro, Guccini descriveva Zuppi come «una persona semplice, vicina», che non si presentava in “pompa magna”. Emblematico l’episodio di Pianaccio: un giovane prete si avvicina per baciargli l’anello, e Zuppi ritrae la mano «come se lo avesse punto un insetto». «Quel gesto mi piacque tantissimo», diceva Guccini. «È lo stile di Matteo». Del cardinale ammirava la una spiritualità concreta, non imposta, capace di dialogare con le domande profonde che attraversano la vita di ciascuno: «Matteo lo inquadrerei in mezzo a Kennedy e papa Giovanni XXIII, due figure sotto certi profili rivoluzionarie».
Per lui, l’essere agnostico, non lo esonerava dal farsi domande sul senso di vivere e anzi, una qualche forma di spiritualità, diceva, «mi è entrata di sicuro anche in alcune canzoni». Non a caso, considerava “Dio è morto” una canzone dal “respiro spirituale”: «Radio Vaticana comprese che non era una canzone blasfema – raccontava – La scrissi perché volevo dar voce a tanti giovani che frequentavo allora che volevano dire basta a un mondo falso in cui, per esempio, molti di coloro che andavano a messa lo facevano soprattutto per abitudine, per farsi vedere».











