
Tra gli insigniti alla memoria figura il Tenente Mario Ciaccio, ufficiale del 42° Reggimento Fanteria della Divisione “Modena”, catturato dalle forze tedesche a Giannina, in Grecia, il 12 settembre 1943, pochi giorni dopo l’annuncio dell’armistizio. Il riconoscimento è stato ritirato dal nipote Mario Ciaccio, che porta appunto il suo stesso nome. La sua vicenda si inserisce nella storia degli Internati Militari Italiani, gli IMI. Dopo l’8 settembre 1943 circa 650.000 militari italiani catturati dalle forze tedesche furono chiamati a una scelta drammatica: aderire alla Repubblica Sociale Italiana o continuare a combattere al fianco della Germania nazista, oppure affrontare la prigionia. La maggioranza rifiutò.
Quel rifiuto fu pagato con la deportazione nei lager, la fame, le malattie, le violenze e il lavoro coatto. Per decine di migliaia di uomini significò anche la morte. Una scelta compiuta lontano dalla propria terra, spesso senza alcuna certezza sul futuro, ma che oggi viene riconosciuta come un atto di fedeltà, dignità e libertà. La Repubblica italiana ha voluto consacrare questa memoria istituendo, con la legge 13 gennaio 2025, n. 6, la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, che si celebra il 20 settembre. La norma ricorda espressamente quanti subirono violenze fisiche e morali e furono destinati al lavoro coatto per il loro rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica Sociale Italiana.
Nel corso della cerimonia il Prefetto di Viterbo, Sergio Pomponio, ha richiamato il valore civile di questa memoria, sottolineando come ricordare le atrocità della Seconda guerra mondiale sia indispensabile affinché non abbiano a ripetersi. «Facendo memoria del passato, facciamo memoria di noi stessi», ha ricordato il Prefetto, aggiungendo che «la dignità umana è insopprimibile». È all’interno di questo contesto storico che si colloca la vicenda del Tenente Mario Ciaccio.
Nato in provincia di Palermo, era un giovane ufficiale del 42° Reggimento Fanteria della Divisione “Modena”, dislocata nell’Epiro meridionale. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il rapido crollo dei rapporti con l’ex alleato tedesco travolse anche il suo reparto. Il 12 settembre, a Giannina, le truppe italiane furono circondate e disarmate. Per Mario Ciaccio ebbe così inizio una prigionia destinata a durare 628 giorni.
Seguì un lungo e durissimo trasferimento verso la Germania. Prima sugli autocarri e poi all’interno di carri ferroviari merci, utilizzati anche per il trasporto del bestiame, affrontò un viaggio di circa cinque settimane nelle condizioni estreme che caratterizzarono la sorte di migliaia di internati italiani. Registrato presso lo Stalag IV B di Mühlberg, fu successivamente trasferito nell’area dello Stalag IV D di Torgau. Alla condizione di prigioniero si aggiunse quella di lavoratore coatto. Venne infatti impiegato dapprima presso imprese tedesche e successivamente nell’area industriale di Schkopau, uno dei principali poli chimici strategici per l’economia di guerra del Terzo Reich. Qui, come migliaia di altri Internati Militari Italiani, visse giornate segnate dal lavoro estenuante, dalla fame, dalle privazioni e dalla costante incertezza sul proprio destino. Dietro il numero di matricola e dietro la definizione amministrativa di “Internato Militare Italiano” rimaneva tuttavia la scelta che aveva determinato quella condizione: non collaborare. È questo il significato più profondo della storia degli IMI. Uomini ai quali fu offerta la possibilità di sottrarsi, almeno in parte, alla prigionia aderendo alla Repubblica Sociale Italiana o collaborando con la Germania nazista e che decisero invece di affrontarne consapevolmente le conseguenze. Per Mario Ciaccio quella scelta significò trascorrere lontano dall’Italia quasi due anni della propria giovinezza. La libertà arrivò soltanto nel 1945. Dopo oltre seicento giorni di deportazione, internamento e lavoro coatto, poté finalmente intraprendere il viaggio di ritorno verso l’Italia e la sua Sicilia. Come accadde a molti ex internati, la sofferenza vissuta durante la guerra fu seguita da decenni di silenzio. Intere esistenze tornarono a svolgersi lontano dai riflettori, custodendo ricordi spesso difficili persino da raccontare.
Per questo la Medaglia d’Onore conferita alla memoria del Tenente Mario Ciaccio assume un significato che va oltre il riconoscimento individuale. È il tributo della Repubblica a una scelta morale compiuta in uno dei momenti più drammatici della storia italiana. È il riconoscimento di quel “no” pronunciato dopo l’8 settembre 1943, quando dire no significava accettare il rischio della deportazione, della fame, del lavoro coatto e della morte. È anche il riconoscimento a un’intera generazione di militari italiani che trasformò il rifiuto della collaborazione in una forma di resistenza senza armi. A oltre ottant’anni di distanza, la storia del Tenente Mario Ciaccio continua a parlare al presente. Restituire memoria alla sua vicenda significa restituire un nome, un volto e una storia alle centinaia di migliaia di italiani che nei lager del Terzo Reich difesero la propria dignità attraverso una scelta personale tanto silenziosa quanto coraggiosa. La Medaglia d’Onore consegnata a Viterbo il 23 settembre 2026 rende oggi quella memoria parte integrante della memoria pubblica del Paese.











