La protagonista del brano, tra marce imperiali e code di paglia, ci porta in un viaggio attraverso ceretta, shopping, shampoo, piega e ristorante, dove la superficialità e i beni materiali sono l’unica cosa che conta. Con frasi provocatorie come “si sa che fai presto a montarti la testa purché non sia Ikea”, Lubian sottolinea con ironia l’assurdità di certi atteggiamenti snob e arroganti che possono appartenere a qualsiasi persona, indipendentemente dal genere.
Attraverso un contrasto tra realtà e apparenza, “A sé stante” pone la domanda: dove è il limite della libertà personale, del giudizio, della calunnia, dell’autogiustificarsi per essere “fatti così”? “A sé stante” affonda le radici nella distinzione tra l’avere, centrato sul materialismo e il narcisismo patologico, e l’essere, sottolineando l’importanza dell’autenticità e della crescita personale. Esplorando l’incessante ricerca di approvazione e di status sociale, la cantautrice invita l’ascoltatore a riflettere sul significato del successo e dei valori autentici.
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