Quanto c’è di vero dentro questo romanzo? Il viaggio diviene dunque simbolico oppure sono tracce esistenti e accadute?
Per scrivere questo romanzo ho seguito la preziosa indicazione di Roland Barthes, secondo il quale la finzione deve essere costellata da “momenti di verità”, che la rendono appunto verosimile. Del resto anche Hitchcock diceva che il pubblico è più disposto a credere all’impossibile che all’inverosimile. Per cui ho attinto a piene mani a un serbatoio di momenti di verità molto personali che ho piegato e adattato “senza pietà” a una trama inventata, che mi è servita solo come alibi per parlare dei temi che si trovano nel romanzo: amicizia, tradimento, amori spezzati, karma…
Che poi osservare la realtà significa anche poterla riscrivere secondo te? Si incorre in questo tipo di rifugio, qualcuno direbbe errore o comodità?
Osservare la realtà è il mio hobby preferito! Onestamente, fino al 2020 non avrei mai creduto di essere in grado di trasformare il frutto delle mie osservazioni in un romanzo, in una storia con una sua vita autonoma, con dei personaggi autonomi… Penso che la sofferenza per quel periodo così difficile abbia agito come stimolo per fuggire da una realtà così stridente, e sì, forse è stato un rifugio, ma posso garantire che non è stato comodo. La psicologia dei personaggi mi ha messo a dura prova.
E se ti chiedessi della morale? Che ognuno tragga la sua o hai voglia che arrivi un messaggio preciso?
Che ognuno tragga la sua, ma un messaggio l’ho comunque veicolato, nel rispetto della libertà altrui.
Il tempo distopico della pandemia e la nascita di questo romanzo: quanto e cosa ci ritroviamo dentro?
Non c’è una diretta connessione tra il tempo distopico vissuto tra il 2020 e il 2022 e il tempo della narrazione. Casomai ci può essere un’analogia tra l’isolamento sociale a cui siamo stati costretti e l’isolamento in cui si trova a vivere ed agire il protagonista, sebbene siano di natura diversa. Il protagonista in fondo ha scelto quel tipo di vita schiva: pochi amici, nessuna compagna ufficiale o stabile. Per volontà, ma forse anche per il suo opposto, chiamala accidia o indolenza. Ma questo lo possiamo solo supporre, dato che lui non ce ne ha parlato esplicitamente. All’inizio del romanzo ci dice solo che gli va bene così. Poi, però, lo svolgimento dei fatti…
Per restare sul tema io ti direi silenzio: non so cosa ne pensi ma trovo che dentro il romanzo ci sia molto “silenzio”… cosa ne pensi?
Beh, sia Laura che Caterina sono donne silenziose, sebbene in modi diversi. Laura è una donna che detesta il superfluo, mentre Caterina è naturalmente riservata. Il protagonista, invece, che dovrebbe essere bravo con le parole dato che fa l’avvocato, spesso, sia in gioventù che nel presente, non trova quelle adatte. Poi c’è l’ambientazione, che ho scelto proprio per i silenzi che può offrire. In particolare la valle che conduce al rifugio Pederù, quella nella quale va a correre il protagonista la mattina successiva al suo arrivo, nel cui silenzio incantato ha poi le sue esperienze o visioni.
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