Secondo la dottoressa Caponetti, il punto critico è proprio la difficoltà di identificare queste forme “silenziose” di violenza, che tendono a normalizzarsi all’interno dei gruppi dei pari. “Molti adolescenti riconoscono il bullismo quando è evidente, ma non quando si manifesta attraverso esclusione, controllo emotivo o dinamiche di gruppo che logorano lentamente l’identità della vittima. È qui che si crea il danno più profondo”, afferma la dottoressa Caponetti.
La diffusione dei social network amplifica ulteriormente il fenomeno, rendendo la violenza continua e difficile da interrompere. “La vittima non percepisce più un confine tra scuola e vita privata: la pressione diventa costante, senza spazi di protezione”, sottolinea la dottoressa Caponetti. Il tema si inserisce in un quadro più ampio di disagio giovanile e fragilità emotiva, che coinvolge sempre più spesso il contesto scolastico e le relazioni tra pari. Per la dottoressa Caponetti, la prevenzione passa attraverso un lavoro sul contesto relazionale e sull’educazione emotiva, oltre che sul riconoscimento precoce dei segnali di disagio. “Non si tratta solo di fermare l’episodio, ma di comprendere e modificare il clima emotivo in cui questi comportamenti nascono e si consolidano”, conclude.
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