Sociale

Donne e minori nella violenza familiare: ferite che attraversano le generazioni. Il quadro delineato dall’Istat

Pubblicata il 16 settembre 2026, l’indagine Istat «Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta – Anno 2025» analizza le violenze fisiche, sessuali e psicologiche vissute prima dei 16 anni e il loro rapporto con le esperienze di violenza nell’età adulta. Un’attenzione particolare è dedicata alla violenza assistita, cioè all’esposizione dei minori alle aggressioni, alle umiliazioni e ai conflitti violenti tra i genitori o nei confronti di fratelli e sorelle, e alle differenze che emergono tra donne italiane e straniere.

Il quadro che ne deriva mostra un fenomeno ampio, spesso nascosto e profondamente legato all’ambiente familiare. Le violenze avvengono soprattutto per mano di persone conosciute e, nelle forme più gravi e ripetute, possono coinvolgere gli stessi genitori. L’esperienza subita o osservata durante l’infanzia non si esaurisce nel momento in cui accade: può incidere sullo sviluppo emotivo, sull’apprendimento e sul modo di costruire le relazioni, aumentando la vulnerabilità anche nella vita adulta e favorendo la trasmissione di modelli violenti da una generazione all’altra.

Uno degli elementi più drammatici riguarda il silenzio che circonda gli abusi. Quasi sei vittime di violenza sessuale su dieci non ne hanno parlato con nessuno quando è accaduto. È il silenzio di bambine e adolescenti che spesso non possiedono le parole per riconoscere ciò che stanno subendo, temono di non essere credute, hanno vergogna oppure dipendono proprio dagli adulti e dagli ambienti nei quali la violenza si consuma.

Circa tre milioni di italiane dichiarano di avere subito una violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni. Tra le cittadine straniere la percentuale complessiva è più bassa, ma cresce fortemente tra le rifugiate. Questa differenza non può essere letta come una graduatoria tra comunità più o meno violente. I dati raccontano anche la diversa possibilità di riconoscere un abuso e di riferirlo: la lingua, l’isolamento, la dipendenza economica o amministrativa, il timore di perdere i figli o il permesso di soggiorno e la mancanza di una rete di fiducia possono rendere ancora più difficile parlare.

Lo dimostra anche il fatto che, quando si considerano le forme più gravi, le distanze tra italiane e straniere si riducono. La violenza fisica presenta livelli molto simili, mentre per quella sessuale emerge una maggiore dichiarazione da parte delle italiane. Nello stesso rapporto si invita però a tenere conto anche delle difficoltà culturali e linguistiche che possono ostacolare l’emersione. Un numero più basso, dunque, non equivale automaticamente a una maggiore sicurezza, può indicare anche una violenza più nascosta.

Un segnale positivo esiste: rispetto al 2014 diminuisce la quota di donne che riferisce violenze sessuali subite prima dei 16 anni, dal 10,6 al 7,8 per cento nella fascia di età confrontabile. Sarebbe tuttavia sbagliato trasformare questa riduzione in un messaggio rassicurante. Il confronto riguarda soltanto la violenza sessuale e non l’intero fenomeno; inoltre, l’ampiezza del sommerso resta evidente. Il problema non è soltanto convincerle a denunciare, ma costruire adulti e istituzioni capaci di cogliere i segnali prima che siano loro a dover trovare da sole il modo di chiedere aiuto.

Il cuore dell’indagine è il ruolo della famiglia. Gli autori sono spesso persone conosciute e, nelle forme più gravi e ripetute, possono essere gli stessi genitori. Le umiliazioni e le svalutazioni non sono un dettaglio educativo né un conflitto domestico da minimizzare: preparano un ambiente nel quale il controllo e la sopraffazione diventano normali. Il rapporto mostra infatti che, quando una bambina viene sistematicamente denigrata, cresce in modo netto anche la probabilità che subisca violenza fisica o sessuale.

A questa esperienza si aggiunge la violenza assistita, che interessa circa una donna su dieci nel ricordo della propria infanzia. Vedere, sentire o percepire un genitore che aggredisce o umilia l’altro, oppure assistere alla violenza contro fratelli e sorelle, non significa essere spettatori esterni. Significa vivere in uno stato di allarme continuo, imparare che l’affetto può convivere con la paura e che la forza può sostituire la parola. La violenza assistita è quindi una forma di violenza in sé, non un danno collaterale di quella esercitata sulla madre.

Gli effetti attraversano lo sviluppo: ansia, disturbi del sonno e dell’alimentazione, irrequietezza, aggressività, difficoltà di concentrazione e calo del rendimento scolastico sono le manifestazioni più visibili. Ma esistono conseguenze meno immediate: la fragilità dell’autostima, la difficoltà a stabilire confini, il timore dell’abbandono e la tendenza a riconoscere come familiari relazioni fondate sul controllo. Non tutti i minori esposti alla violenza ripeteranno ciò che hanno vissuto, ma senza una protezione tempestiva aumenta la vulnerabilità nelle relazioni future.

Il legame con l’età adulta è uno degli aspetti più netti del rapporto. Tra le donne che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, oltre la metà ha sperimentato una violenza fisica o sessuale anche nell’età adulta: una quota quasi doppia rispetto a quella rilevata complessivamente. Non è un destino scritto e non va mai trasformato in una responsabilità della vittima. È piuttosto l’effetto di traumi non curati, dipendenze economiche, isolamento e modelli relazionali appresi troppo presto. Spiegare questo meccanismo serve a individuare dove interromperlo, non a giustificare chi esercita violenza.

La trasmissione intergenerazionale riguarda anche gli uomini che agiscono violenza. L’indagine evidenzia una maggiore frequenza dei maltrattamenti quando il partner, da bambino, ha assistito alla violenza tra i genitori o l’ha subita. Anche in questo caso conoscere l’origine non attenua la responsabilità individuale. Indica però la necessità di affiancare alla risposta penale programmi seri e valutabili rivolti agli autori, senza sottrarre risorse né priorità alla protezione delle donne e dei minori.

Il presente conferma quanto il problema sia ancora radicato: circa sei figli su dieci delle donne maltrattate dal marito o dal compagno hanno assistito agli episodi e alcuni sono stati coinvolti direttamente. La presa in carico non può quindi fermarsi alla madre, né considerare i figli una sua appendice. Ogni minore deve ricevere una valutazione autonoma del rischio, sostegno psicologico specializzato e continuità educativa. Anche i momenti di separazione, affidamento e consegna dei figli devono essere valutati con particolare attenzione, perché possono diventare occasioni di controllo, minaccia o nuova aggressione.

Per contrastare davvero il fenomeno occorre agire prima, durante e dopo l’emersione della violenza. La prima prevenzione si costruisce a scuola e nelle famiglie, educando al rispetto, al consenso, alla parità e alla gestione non violenta del conflitto. Non bastano incontri occasionali: servono percorsi continuativi che coinvolgano studenti, genitori, docenti e personale non docente. Insegnanti e operatori devono imparare a riconoscere cambiamenti improvvisi, assenze, ritiro, aggressività e altri segnali di disagio, sapendo come attivare la rete senza sottoporre il minore a interrogatori improvvisati o ripetuti.

Accanto all’educazione occorrono presìdi di ascolto facilmente accessibili nelle scuole, nei consultori e nei servizi di prossimità, con psicologi e professionisti formati sulla violenza assistita. Bambini e adolescenti devono poter chiedere aiuto in uno spazio protetto, senza sentirsi responsabili di ciò che accade in famiglia. Anche i genitori in difficoltà devono poter accedere precocemente a sostegno psicologico, educativo e sociale: intervenire sui conflitti, sulle dipendenze e sul disagio prima che degenerino è prevenzione, purché il supporto alla famiglia non diventi mai una giustificazione o una minimizzazione della violenza.

La seconda priorità è una rete territoriale che funzioni realmente. Scuola, consultori, pediatri, servizi sociali, neuropsichiatria infantile, pronto soccorso, forze dell’ordine, magistratura, centri antiviolenza e case rifugio devono operare attraverso protocolli chiari, tempi rapidi e responsabilità definite. Deve esistere un canale certo per attivare subito la valutazione del rischio e la protezione, senza costringere la donna o il minore a raccontare più volte la stessa esperienza a uffici diversi. La collaborazione non può dipendere dalla buona volontà dei singoli. Occorrono équipe interdisciplinari, formazione obbligatoria e strumenti condivisi, evitando vuoti di comunicazione e vittimizzazione secondaria.

La presa in carico deve essere non giudicante e costruita sulla situazione concreta della donna e dei figli. Protezione immediata, assistenza psicologica e legale, accompagnamento alla denuncia e alla raccolta delle prove sono essenziali, ma non sufficienti. Molte donne restano in una relazione violenta perché non dispongono di un reddito, di una casa o di qualcuno a cui affidare i figli. Uscire dalla violenza richiede quindi anche autonomia lavorativa, sostegno economico e abitativo, servizi per l’infanzia e percorsi che non si interrompano dopo l’emergenza.

Per le donne straniere servono mediazione linguistico-culturale qualificata, informazioni multilingue e garanzie chiare sulla riservatezza e sui diritti. Per le donne con disabilità, per le caregiver e per chi vive altre condizioni di fragilità occorrono servizi fisicamente, digitalmente e comunicativamente accessibili. Una comunicazione pubblica incomprensibile o dispersiva può diventare essa stessa una barriera: numeri utili, diritti, procedure e luoghi di aiuto devono essere spiegati con parole semplici e raggiungere le donne nei luoghi che frequentano, non aspettare che siano loro a orientarsi da sole tra uffici diversi.

Anche i centri antiviolenza e le case rifugio devono poter contare su finanziamenti stabili, personale specializzato e una presenza territoriale uniforme. A essi va riconosciuto un ruolo centrale nella rete, perché l’ascolto competente e riservato consente spesso di intercettare la violenza prima che diventi emergenza. Parallelamente, i programmi rivolti agli autori devono essere sottoposti a criteri di qualità, monitoraggio e valutazione dei risultati, mantenendo distinta e prioritaria la sicurezza delle vittime.

Infine servono dati capaci di guidare le decisioni. Non è sufficiente conoscere il numero delle denunce: occorre sapere quanti minori sono esposti alla violenza, quanti vengono presi in carico, quanto attendono per ricevere sostegno e quali interventi riducono il rischio di nuove aggressioni. I dati devono essere disaggregati per età, cittadinanza, territorio, disabilità e condizione familiare, collegando le risorse impiegate agli esiti raggiunti. Senza indicatori verificabili, la prospettiva di genere rischia di restare un principio formale e le disuguaglianze più profonde continuano a rimanere invisibili.

L’indagine Istat ci consegna dunque una responsabilità precisa. La violenza familiare non resta dietro una porta chiusa: entra nel corpo, nel sonno, nell’apprendimento e nelle relazioni future dei bambini. Interromperla significa riconoscere che assistere è già subire, credere alla parola dei minori e offrire protezione prima che il trauma diventi una ferita duratura. Proteggere i ragazzi e le ragazze di oggi significa prevenire il fenomeno anche per gli adulti di domani, offrendo loro relazioni sane e strumenti per riconoscere e rifiutare la sopraffazione. Senza un intervento precoce, infatti, alcuni potrebbero riprodurre nelle relazioni future i modelli sbagliati appresi in famiglia. La risposta non può quindi limitarsi alla repressione dell’ultimo episodio: deve spezzare la trasmissione della violenza tra le generazioni e impedire che essa diventi il linguaggio con cui si interpretano l’amore, l’autorità e i rapporti tra donne e uomini.

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Franca Terra

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