“Gli ultimi giorni di Anita Ekberg”, intervista ad Alessandro Moscè

Il romanzo edito da Melville è uscito lo scorso novembre del 2018. Si tratta della terza produzione dell’autore che è in tour per l’Italia nel suo ricco calendario

Alessandro Moscè “Gli ultimi giorni di Anita Ekberg” è un’opera che si aggiunge alla tua già felice produzione. Si tratta del terzo romanzo, se non sbaglio.

Esattamente. Nei primi due, un vero e proprio dittico, mi soffermo sull’esperienza personale di malato di sarcoma di Ewing nell’età della prima adolescenza. Successivamente narro il proseguo di crescita, quando guarii e tornai a condurre una vita normale, come ogni altro ragazzo. Il senso degli affetti personali e del mito sportivo caratterizza un periodo buio, ospedaliero, il senso assoluto della morte e della rinascita, simbolicamente, come pegno d’amore per l’avvenuta guarigione, nonostante il pessimismo dei medici.

La domanda che sorge spontanea dal titolo dedicato ad una grande diva defunta, è perché tu abbia scelto proprio lei, Anita Ekberg e non Virna Lisi, ad esempio. Cosa ti ha portato a dedicarti all’indimenticabile attrice svedese?

Una telefonata che le feci mentre era ricoverata, in vecchiaia, nella casa di riposo di Rocca di Papa, per intervistarla. La sentii accidiosa, rancorosa per essere stata dimenticata da tutti, non solo dal mondo del cinema. Immaginava il dopo morte, ma non sapeva snaturare il corpo dall’anima. Il romanzo nacque ascoltando la sua voce gracchiante. Morì pochi mesi dopo. Ero un appassionato della Dolce vita per la celeberrima scena dentro la Fontana di Trevi, con l’attrice che sembra scesa per sempre dalla luna e un incredulo Marcello Mastroianni che la guarda ad occhi spalancati come una figura irreale.

Dobbiamo immaginarci una biografia della vita di Anita Ekberg sotto i riflettori, una descrizione che ci accompagna nei momenti topici della sua esistenza, o una narrazione che si arricchisce di una linfa diversa?

Il romanzo non è mai una biografia, proprio perché siamo nella dimensione della fiction. La narrazione si corrobora attraverso fatti e idee verosimili, come nella scena della seduta spiritica tra Anita Ekberg, un prete dedito all’alcool, una vecchia signora che fu la moglie di un partigiano che partecipò alla strage di via Rasella e un pensionato che ama suonare strani strumenti musicali. Ci sono dei dialoghi che rimandano all’intervista di Anita Ekberg con Salvatore Quasimodo avvenuta nel 1962, all’amore con Gianni Agnelli, agli sfortunati matrimoni.

anita ekberg libroNel romanzo si parla di vita e morte. In che modo la morte viene affrontata da Anita e da te nel romanzo? C’è una visione onirica e trascendente che commenta le vicende che legano la diva negli anni finali?

La morte e il senso di finitudine umana sono compensati dall’immaginifica resurrezione, quindi da un visione onirica. Anita Ekberg finirà per acquisire ancora la giovinezza, per ritornare in vita come una donna affermata con davanti la carriera cinematografica immortalata nel grande schermo. In un piroscafo che la conduce verso la morte, nel mar Baltico, salgono personaggi noti, vivi e morti, ma la morte non è altro che la rinascita in un’altra, inconoscibile dimensione. Una specie di viaggio dantesco che Federico Fellini aveva scritto per un film mai realizzato, Il viaggio di G. Mastorna.

Come sei riuscito a rendere romanzo, episodi reali della vita di Anita?

Attraverso un’operazione che dal reale trascende fino a diventare invenzione, a toccare punte di surrealismo. Altrimenti uno scrittore non sarebbe un “operatore della fantasia”.

Svelaci, Alessandro, se hai desiderato, nella stesura, che Anita potesse leggere ciò che scrivevi di lei. Anita era una figura lontana ed astratta durante la scrittura, oppure una presenza di cui ridefinendone i contorni hai percepito ancora esserci, in qualche misura?

Non credo che Anita Ekberg sarebbe stata contenta del mio romanzo. Era desolata e stava sopportando la sua esistenza giunta al capolinea, perché malata e costretta a muoversi su una sedia a rotelle. I suoi ultimi anni sono stati davvero duri. Forse le sarebbe piaciuto sapere che avrebbe riacquistato la salute, non solo l’età giovane, più bella. Per mesi sono stato ossessionato dal sapere tutto di lei, anche i dettagli di una quotidianità ordinaria.

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg sarà presentato in tour per l’Italia con un ricco calendario che ha visto la sua prima tappa il 19 gennaio a Fabriano e proseguirà a Roma, Jesi, Milano e Bologna. Qual è il messaggio che trasmetterai negli incontri?

Uno scrittore tramette un messaggio, un’esperienza, una testimonianza. E’ giusto quello che intendi dire: cosa può rimanere dalla lettura del libro? Credo la sofferenza della donna fino al termine dei suoi giorni, di cui molti non erano a conoscenza. E’ evidente che si finisce per immedesimarsi nell’altro, nello specifico con Anita Ekberg. I suoi pensieri sono diventati i miei, dopo aver recuperato libri, decine di interviste, sceneggiature, visto i suoi film, seguito la sua carriera e la sua epifania anche quando era completamente scomparsa da ogni palcoscenico.

Non ho accennato alla tua vasta produzione poetica, ma ti sei dedicato ai versi e hai pubblicato diverse raccolte. Sei presente in importanti antologie italiane e straniere. Nel tuo sito riporti proprio una finestra che si affaccia sul mondo poetico. Quanto peso ha la tua anima di poeta e quella di romanziere? Quale delle due senti predominante?

Sono nato come poeta e come poeta, nella scrittura, ho sempre proseguito. Ma non c’è dubbio che abbia una vocazione a raccontare storie, vicende. Il romanzo è una forma pianificata di letteratura rispetto alla poesia, che mi pare più viscerale e primitiva. Non emerge la prevalenza di un genere rispetto all’altro, tanto che in alcuni casi ho sperimentato perfino la “messa insieme” di brani narrativi, lacerti, a versi poetici che rappresentano il nucleo di una vasta, misterica realtà. Da questo punto di vista ho amato, del Novecento italiano, l’ambivalenza di Paolo Volponi, Giorgio Bassani e Alberto Bevilacqua, nonché, naturalmente, del grande Cesare Pavese.