Hermann Hubner e Il Falso Profeta: il potere, la tentazione e le scelte dell’uomo

hermann hubnerCon Il Falso Profeta, Hermann Hubner entra in una dimensione narrativa più oscura rispetto alle sue opere precedenti. Al centro del romanzo c’è Jose, un uomo dotato di un carisma straordinario che diventa il Maestro di un movimento spirituale seguito in tutto il mondo. Ma dietro la figura pubblica rimane un uomo attraversato da fragilità, desideri e contraddizioni, mentre intorno a lui prendono forma il Leone Verde Oro, la luce indaco, il potere della persuasione e una serie di rapporti personali destinati a mettere alla prova le sue scelte.

Il romanzo affronta così temi come il potere, la fama, la spiritualità, la tentazione, l’ego, la manipolazione e il rapporto tra ciò che siamo e ciò che gli altri vedono in noi. Ma è anche una storia costruita attraverso personaggi e relazioni: Jose non esiste soltanto come Maestro, ma anche attraverso le persone che gli sono accanto e attraverso le diverse forme di influenza che agiscono sulla sua vita.

Abbiamo quindi chiesto a Hermann Hubner di raccontarci come è nato questo universo narrativo, quali sono state le difficoltà del percorso e che cosa significa, per un autore, confrontarsi con una storia così ampia e con un protagonista tanto contraddittorio.

1. Partiamo da Jose. Prima ancora di diventare il Maestro, che cosa aveva in mente quando ha cominciato a costruire questo personaggio? Qual era la sua caratteristica che sentiva di dover mettere al centro della storia, e in che modo Jose è cambiato durante il percorso di scrittura?

Quando ho pensato al personaggio di José, mi è venuta in mente una persona carismatica, capace, dotata e animata inizialmente da buoni propositi. Un uomo in grado di coinvolgere gli altri, non soltanto le persone a lui vicine, ma un numero sempre maggiore di individui. Piano piano, grazie alla sua influenza, al suo carisma e al suo modo di essere e di agire, José diventa per molti una colonna portante, un punto di riferimento, quasi una risposta ai loro interrogativi. Un uomo nel quale le persone cercano soluzioni e spiegazioni a ciò che portano dentro di sé. Questa sua caratteristica viene progressivamente amplificata dalla storia che avevo in mente.Ed è proprio mentre scrivevo che è nata una domanda: che cosa accadrebbe se una persona del genere, invece di utilizzare le proprie capacità per aiutare gli altri, cominciasse a servirsene per raggiungere i propri scopi personali?Un uomo consapevole del proprio dono, consapevole di poter fare del bene, che tuttavia sceglie di utilizzare quello stesso dono per qualcosa di diverso. Da questa domanda è nata la volontà di esplorare una delle parti più complesse dell’essere umano: la libertà di scegliere. Quel libero arbitrio che tutti possediamo e che ci permette, talvolta, persino di utilizzare ciò che abbiamo di più prezioso per corrompere noi stessi.

2. Nel romanzo Jose possiede un dono reale e, contemporaneamente, porta dentro di sé debolezze molto forti. Questa ambivalenza sembra essere essenziale per comprendere il suo percorso. Quanto è stato importante per Lei non trasformarlo semplicemente nel “cattivo” della storia, ma lasciare che il lettore vedesse anche l’uomo dietro il Maestro?

Definire José il cattivo della storia sarebbe troppo riduttivo. Nel corso del romanzo compie azioni veramente orribili, questo è indubbio. A volte utilizza il proprio magnetismo personale, amplificato da ciò che lo corrompe profondamente dentro: quello che potremmo definire il nostro demone interiore, quella parte di noi che dobbiamo imparare a combattere per riuscire a vedere la luce. Ma José rimane un essere umano, con i suoi difetti, i suoi pregi e i suoi dubbi esistenziali. Non è semplicemente una persona che, poco alla volta, diventa malvagia e desidera il male assoluto. È qualcuno che finisce per perdersi completamente nel proprio ego, assecondandolo fino al punto di compiere azioni deplorevoli e moralmente inaccettabili.

Con questo romanzo ho voluto esplorare proprio questo percorso psicologico: quello di un uomo che si rende conto di ciò che sta facendo, che è consapevole delle proprie azioni e delle loro conseguenze, eppure non riesce a fermarsi.Ed è proprio questa consapevolezza che, ai miei occhi, lo rende ancora più colpevole delle proprie scelte.

3. Uno degli elementi più affascinanti del libro è il Leone Verde Oro. La sua presenza appartiene pienamente alla dimensione fantastica del romanzo, ma è anche legata a passioni molto concrete dell’essere umano. Come è nata questa figura? Prima ha immaginato il personaggio del Leone oppure il conflitto interiore di Jose, e come ha trovato il modo di far dialogare queste due dimensioni?

Il Leone Verde Oro rappresenta, fin dall’inizio, il demone personale che ognuno di noi porta dentro di sé. È una sorta di guardiano della soglia, che si frappone tra la luce e l’oscurità. È quella parte di noi che, se non riusciamo ad affrontare e controllare, può renderci schiavi di noi stessi, fino a farci toccare il fondo. Quando ho immaginato questa storia, ho pensato di dare a questo demone, a questo mostro interiore, una forma concreta: un oggetto, un essere, un’entità che incarnasse due dei vizi più grandi dell’essere umano, la lussuria e la superbia. Entrambi si concentrano nel simbolo del Leone Verde Oro. Il leone rappresenta la forza, la potenza, il re della savana. Il verde rappresenta la volontà: quella di continuare, di non arrendersi mai, di andare avanti a ogni costo. L’oro, invece, rappresenta la regalità, il prestigio e il riconoscimento della propria superiorità agli occhi degli altri. Ma tutto questo, in realtà, è soltanto fumo negli occhi. Dietro l’apparenza della forza, della volontà e del prestigio si nasconde qualcosa che può trascinarci sempre più in basso, se scegliamo di assecondare ciecamente i nostri istinti e le nostre pulsioni. Ed è proprio questo che il Leone Verde Oro rappresenta: la capacità dei nostri desideri più oscuri di renderci ciechi, fino a farci perdere anche l’ultima luce che portiamo dentro di noi.

4. Nel libro ritorna il confronto tra la luce indaco e la luce verde oro, che accompagnano due direzioni molto diverse del percorso di Jose. Che significato hanno per Lei questi due colori e queste due forme di luce? E quanto è stato importante costruire attraverso immagini e simboli una parte del significato del romanzo?

La luce indaco e la luce verde oro rappresentano due forze antitetiche, due possibilità che la vita ci mette continuamente davanti. Ogni giorno siamo chiamati a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La luce indaco, come ho cercato di raccontare nel mio romanzo precedente, Indaco, rappresenta la massima espressione dei doni che l’universo può offrire a un essere umano. È la capacità di seguire la propria luce interiore, illuminando non soltanto sé stessi, ma anche le persone che ci circondano. Significa affrontare consapevolmente le difficoltà della vita, conservando la speranza che l’amore, la fratellanza e i valori più nobili possano sempre prevalere. La luce verde oro rappresenta invece l’opposto. È ciò che accade quando scegliamo di entrare in una dimensione nella quale contiamo soltanto noi stessi: i nostri bisogni, i nostri desideri e i nostri obiettivi, anche a discapito degli altri. È quella visione della vita secondo cui il fine giustifica i mezzi, senza riconoscere quanto le nostre scelte possano danneggiare le persone che ci circondano.

Queste due luci rappresentano quindi due modi opposti di utilizzare ciò che abbiamo dentro: da una parte la capacità di amare, condividere e illuminare; dall’altra la tentazione di mettere il nostro ego al centro di ogni cosa. Sono proprio queste due energie che ho voluto esplorare attraverso i miei romanzi: prima in Indaco, attraverso la luce, e ora ne Il Falso Profeta, attraverso la sua antitesi.

5. Jose vive una trasformazione che riguarda non soltanto la sua dimensione spirituale, ma anche il rapporto con la fama, il denaro, il desiderio e il potere. Durante la scrittura, quale di questi aspetti Le è sembrato più difficile da raccontare senza rendere il personaggio prevedibile? E c’è stato un momento in cui ha capito che la storia stava prendendo una direzione diversa da quella che aveva immaginato all’inizio?

Di tutti i modi in cui José, il protagonista del romanzo, finisce per perdersi, quello che ho trovato più difficile da esplorare è stato il desiderio sfrenato. Era però necessario affrontarlo, proprio per rendere evidente la contraddizione tra la sua capacità di aiutare gli altri, di donare qualcosa di positivo, e il suo comportamento personale. In alcuni passaggi sono stato volutamente molto crudo. Volevo mettere in evidenza il contrasto tra un uomo che predica l’amore fraterno, la spiritualità e determinati valori morali, e quello stesso uomo che, nella propria vita, arriva a compiere azioni completamente opposte a ciò che insegna. La fama, il denaro e il potere certamente contribuiscono a corromperlo, ma è soprattutto il desiderio incontrollato a trascinarlo sempre più in basso, fino a fargli toccare il fondo.

Mentre scrivevo, mi rendevo conto di come ogni sua scelta lo portasse progressivamente a smarrire sé stesso. Volevo raccontare come le nostre debolezze, quando non riusciamo a dominarle, possano portarci a distruggere tutto ciò che di bello abbiamo costruito, ricevuto o avuto la fortuna di incontrare nella vita. È questo uno degli aspetti che volevo esplorare attraverso José: come un uomo capace di fare del bene possa, allo stesso tempo, diventare il principale responsabile della propria rovina.

6. Nel percorso di Jose hanno un peso importante anche le persone che gli stanno vicino. Giovanni, Valeria e Pietro, per esempio, occupano posizioni molto diverse nella sua vita e permettono di vedere il protagonista da prospettive differenti. Come ha costruito questi rapporti? Quando crea un personaggio secondario, parte soprattutto dalla sua funzione nella storia oppure cerca prima di capire quale rapporto umano possa instaurare con il protagonista?

Ogni personaggio che accompagna il protagonista nasce da una convinzione che avevo già cercato di esprimere nel mio romanzo precedente: nessun percorso, nessuna scelta e nessun modo di vivere possono essere separati dalle persone che incontriamo. Viviamo in un mondo fisico nel quale siamo costantemente accompagnati dagli altri. Interagiamo con loro, ci vediamo attraverso i loro occhi e, spesso, comprendiamo chi siamo proprio grazie alle relazioni che costruiamo. Sono anche gli altri, attraverso le loro azioni e il rapporto che instaurano con noi, a metterci davanti alla scelta tra il bene e il male. Ogni incontro può influenzarci positivamente oppure negativamente.

Per questo, ogni personaggio che ho costruito ne Il Falso Profeta è stato pensato per amplificare un aspetto del pensiero di José. Alcuni esercitano su di lui un’influenza positiva, altri negativa. Ognuno contribuisce, in qualche modo, a mettere in evidenza le sue contraddizioni e le sue scelte. Volevo soprattutto mostrare come, perdendosi progressivamente nell’ambizione sfrenata di possedere, di avere e di ottenere sempre di più, un uomo possa arrivare a compromettere anche le cose più belle della propria esistenza. Persino i rapporti più preziosi possono essere rovinati dal desiderio incontrollato di ottenere tutto. Nel tentativo di conquistare ogni cosa, José rischia di distruggere ciò che aveva già e che forse aveva un valore molto più grande.

7. Il romanzo mette spesso in rapporto la dimensione privata di Jose con quella pubblica del Maestro. Da una parte c’è l’uomo, con le sue fragilità; dall’altra c’è una figura capace di parlare a folle enormi e di esercitare un’influenza sempre maggiore. È stato difficile mantenere credibile questa doppia identità? E quanto ha inciso, nella costruzione del romanzo, il tema della distanza tra ciò che siamo e ciò che gli altri vedono in noi?

Ciò che gli altri vedono di noi e ciò che siamo veramente rappresentano, probabilmente, uno dei più grandi dilemmi dell’essere umano. Esiste spesso una distanza tra quello che portiamo dentro e ciò che sentiamo di dover rappresentare agli occhi degli altri, soprattutto in una società nella quale la reputazione e l’immagine sembrano contare più della nostra vera essenza. José e il Maestro, pur essendo la stessa persona, incarnano proprio questa contraddizione. Il Maestro è la facciata pubblica: un uomo apparentemente invincibile, quasi un superuomo, un mito agli occhi di milioni di persone. José, invece, è l’uomo che si nasconde dietro quell’immagine, con una fragilità interiore incredibile.

Mi viene in mente il caso di alcuni grandi attori hollywoodiani che, agli occhi del pubblico, sembravano immortali, persone che avevano raggiunto ogni forma di successo, e che invece sono arrivati a togliersi la vita. Dall’esterno è difficile comprendere come possa accadere a qualcuno che apparentemente possiede tutto. Eppure, dietro quell’immagine può nascondersi un vuoto interiore profondissimo. José rappresenta questa contraddizione: un uomo desiderato, ammirato, apparentemente invincibile, che sembra avere tutto, ma che dentro di sé è fragile, commette errori e arriva a compiere azioni terribili. Non è stato particolarmente difficile costruire questa contrapposizione, perché credo che appartenga, in misura diversa, a ciascuno di noi. Tutti abbiamo una facciata esteriore e una realtà interiore, fatta di emozioni, paure, desideri e debolezze che non sempre mostriamo agli altri. L’ideale sarebbe riuscire a far coincidere queste due dimensioni, essere davvero ciò che mostriamo, senza dover indossare continuamente una maschera. Ma sappiamo quanto possa essere difficile. E, come si dice nel mondo dello spettacolo, ci sono momenti in cui, anche quando dentro di noi sembra essersi spento tutto, the show must go on. Lo spettacolo deve continuare.

8. La storia attraversa ambientazioni e situazioni molto diverse e porta progressivamente la vicenda personale di Jose verso una dimensione sempre più ampia. Quanto lavoro di progettazione ha richiesto costruire questa crescita? Aveva già definito l’intero percorso prima di iniziare a scrivere oppure la struttura del romanzo si è precisata man mano che la storia prendeva forma?

Il fatto che la storia si sviluppi in diverse parti del mondo, attraversando luoghi, ambientazioni e popolazioni differenti, nasce dalla mia visione di un’umanità sempre più interconnessa. Viviamo in un mondo nel quale le distanze si sono progressivamente ridotte e gli spazi sono diventati più facilmente percorribili. Le esperienze, le culture e le relazioni umane possono intrecciarsi al di là dei confini geografici. Naturalmente, questa possibilità non è accessibile a tutti allo stesso modo. Ma per chi ha la fortuna di poter viaggiare ed esplorare, il mondo offre occasioni straordinarie di conoscenza e confronto.

In questo contesto, una vicenda personale come quella di José può assumere una dimensione molto più ampia, fino a essere amplificata da un mondo che sembra non avere più confini. Avevo immaginato fin dall’inizio un protagonista che viaggiasse, conoscesse persone e culture differenti ed esplorasse luoghi lontani. Tuttavia, c’è un aspetto del mio modo di scrivere che considero fondamentale: ogni storia, mentre prende forma, finisce per condurmi sempre più vicino a ciò che desidero realmente raccontare. Parto sempre da un’idea di fondo, da una struttura iniziale, ma lascio che la scrittura si sviluppi con naturalezza. Così, mentre il racconto procede, mi ritrovo spesso a raggiungere conclusioni, finali e persino luoghi che non avevo pianificato. È come se la storia, a un certo punto, cominciasse a indicarmi da sola la strada da percorrere. È una delle esperienze che amo maggiormente della scrittura: sapere da dove parto, senza conoscere necessariamente ogni luogo in cui arriverò.

9. In un romanzo nel quale sono presenti spiritualità, elementi soprannaturali, relazioni sentimentali, ambizione e potere, trovare un equilibrio tra i diversi registri non deve essere semplice. Qual è stata, dal punto di vista della scrittura, la difficoltà maggiore che ha incontrato con Il Falso Profeta? E c’è un aspetto del libro sul quale ha dovuto lavorare molto più a lungo di quanto avesse previsto?

La vera difficoltà che ho incontrato scrivendo Il Falso Profeta non è stata tanto la scrittura in sé, quanto il conflitto morale che attraversa il romanzo. José è un uomo dotato di capacità straordinarie. Ha il dono di coinvolgere milioni di persone, di influenzarle positivamente e di contribuire, attraverso i suoi insegnamenti, alla costruzione di un mondo migliore. E, in effetti, alla fine riesce anche a realizzare qualcosa di importante per l’umanità. Ma contemporaneamente assistiamo alla sua progressiva corruzione personale. Lo vediamo cadere sempre più in basso, fino a compiere azioni che contraddicono qualsiasi principio morale. È stato proprio questo contrasto a mettermi maggiormente alla prova. Personalmente, tendo a credere che, alla fine, sia la luce a prevalere. Credo nella capacità dell’essere umano di riconoscere i propri errori e di fermarsi prima di oltrepassare determinati limiti. Allo stesso tempo, però, non sono un ingenuo e non voglio essere utopico. So perfettamente che nella realtà, molto spesso, le cose non vanno così.

Per questo, scrivere una storia che in alcuni momenti sembrava andare contro ciò in cui credo è stata un’esperienza particolarmente intensa. Ho dovuto accompagnare il protagonista anche nei suoi aspetti più oscuri, senza cercare di giustificarlo o di attenuare ciò che stava diventando. Posso anche anticipare che il mio prossimo romanzo, previsto tra circa un anno, sarà ancora più crudo e cupo, e affronterà aspetti della natura umana ancora più intensi. Dopo quel libro, penso che potrei scegliere di non esplorare ulteriormente determinate tematiche, almeno con la stessa intensità. Non perché non siano reali, ma proprio perché lo sono. Credo che chiudere gli occhi davanti agli aspetti più oscuri dell’essere umano non significhi farli scomparire. A volte, fingere che certe realtà non esistano equivale semplicemente a nasconderci dal mondo. Ed è anche per questo che ho scelto di raccontarle.

10. Il romanzo sembra interrogarsi soprattutto sulle conseguenze delle scelte personali: non soltanto sulle grandi decisioni, ma anche su quei piccoli passaggi attraverso i quali una persona può progressivamente allontanarsi da ciò che era. È un tema che aveva già in mente quando ha iniziato il libro? E che cosa Le interessava realmente esplorare, attraverso Jose, sul rapporto tra libertà, responsabilità e conseguenze?

È un tema che aveva già in mente quando ha iniziato il libro? E che cosa Le interessava realmente esplorare, attraverso Jose, sul rapporto tra libertà, responsabilità e conseguenze? Ogni grande risultato, ogni conseguenza significativa della nostra vita, nasce sempre da una successione di piccole azioni. È proprio questo uno degli aspetti che ho voluto esplorare attraverso Il Falso Profeta. Ogni piccolo passo, ogni decisione, ma anche ogni scelta di non agire o di non fermarsi quando sarebbe necessario, contribuisce progressivamente a determinare ciò che diventeremo. José non arriva improvvisamente alle conseguenze delle proprie scelte. Ci arriva un passo alla volta, attraverso una serie di comportamenti che, presi singolarmente, potrebbero persino sembrare poco importanti. Ma è proprio la loro successione a condurlo verso un risultato sempre più grande, fino alle conseguenze estreme della sua storia.

Credo che questo valga per ciascuno di noi. Spesso sottovalutiamo un gesto, una decisione o un particolare che ci sembra superfluo, senza renderci conto che, nel tempo, potrebbe assumere un’importanza enorme. Per questo penso che dovremmo essere sempre consapevoli non soltanto di ciò che facciamo, ma anche di ciò che scegliamo di non fare. Perché anche l’assenza di un’azione può rappresentare una scelta, e ogni scelta contribuisce a costruire il nostro futuro. Alla fine, le conseguenze possono essere positive oppure negative. Dipendono anche dalla direzione che decidiamo di prendere e dalla nostra capacità di riconoscere, lungo il percorso, dove ci stanno conducendo i nostri passi. Un passo alla volta. È così che costruiamo, o distruggiamo, ciò che siamo.

11. Lei arriva a Il Falso Profeta dopo Il Piccolo K e Indaco, due opere molto diverse per tono e per pubblico. Se guarda oggi a questi tre libri come a un unico percorso, che cosa riconosce come elemento di continuità nella Sua scrittura? E che cosa, invece, sente di aver scoperto o affrontato per la prima volta proprio con Il Falso Profeta?

È vero, i miei tre libri, Il Piccolo K, Indaco e Il Falso Profeta, apparentemente sono molto diversi tra loro. Affrontano tematiche differenti e sembrano rivolgersi anche a pubblici diversi. Ma la vita è fatta di sogni, di amore, di scelte, e anche di errori, di momenti bui e di avvenimenti che non avremmo mai voluto vivere. E allora mi domando: come può essere davvero diverso il pubblico, se la vita che raccontiamo è una sola? È proprio questa la continuità che lega i miei romanzi. Il Piccolo K rappresenta per me l’accettazione di ciò che è apparentemente diverso. Perché, in fondo, non esiste una diversità che possa renderci meno umani degli altri. Siamo tutti esseri umani, indipendentemente dalle nostre caratteristiche e dalle nostre differenze. Indaco, invece, rappresenta quella luce interiore che ognuno di noi porta dentro di sé. Una luce che desidera vivere, crescere, svilupparsi ed evolvere, avvicinandosi sempre di più all’amore assoluto.

Il Falso Profeta racconta ancora quella stessa luce, che cerca di brillare e di dirigersi verso il bene, ma che lungo il proprio cammino viene corrotta dal fascino di ciò che è effimero, fino a compromettere la propria anima. È proprio questo l’aspetto differente che ho voluto affrontare attraverso José: la possibilità che un essere umano, pur possedendo capacità straordinarie e il desiderio di compiere qualcosa di positivo, scelga progressivamente di allontanarsi dalla propria luce. E che arrivi persino a utilizzare i propri doni, non più per aiutare gli altri, ma per dominarli e assoggettarli alla propria volontà. In fondo, credo che i miei tre romanzi raccontino aspetti diversi della stessa esperienza umana. Perché dentro ciascuno di noi convivono la capacità di accettare, quella di amare e, purtroppo, anche la possibilità di smarrirsi.

12. Dopo Il Piccolo K, Indaco e Il Falso Profeta, che cosa sta accadendo oggi nella Sua scrittura? C’è già una nuova storia alla quale sta lavorando, un tema che sente il bisogno di approfondire o magari un territorio narrativo completamente diverso da quello esplorato finora? E, guardando al futuro, che tipo di libro sente oggi di avere ancora voglia di scrivere?

Come ho anticipato, il prossimo romanzo su cui sto lavorando, e che prevedo di pubblicare tra circa un anno, rappresenterà la conclusione della mia ricerca narrativa sul lato oscuro del libero arbitrio.

Voglio esplorare fino a che punto un essere umano possa spingersi attraverso le proprie scelte, anche quando queste lo conducono verso gli aspetti più inquietanti della sua natura.

Sarà un romanzo ancora più cupo, più crudo e più intenso de Il Falso Profeta. Affronterà anche aspetti che definirei quasi mostruosi.

Credo che con quest’opera concluderò, almeno per il momento, il mio percorso di esplorazione della parte più oscura dell’essere umano.

Il motivo è semplice: ciò che racconto si contrappone profondamente a quello in cui credo e a ciò che auspico per il mondo e per l’umanità. Ma questo non significa che dobbiamo chiudere gli occhi davanti alla realtà. Anche gli aspetti più terribili dell’esistenza fanno parte del mondo in cui viviamo, e ignorarli non li rende meno veri.

Per questo sento il bisogno di affrontarli attraverso la scrittura, anche quando mi conducono in territori lontani dalla mia visione ideale della vita.

Dopo questo romanzo, però, sto già lavorando a qualcosa di completamente diverso. Una storia molto più ampia, nella quale molte delle tematiche che ho affrontato finora torneranno a intrecciarsi all’interno di un universo narrativo più grande. Potrei definirla una sorta di epopea. Ma di questo preferisco parlare a tempo debito.