Ambientato nella valle della Bekaa, al confine tra Libano e Siria, il film ci conduce all’interno di una comunità beduina sospesa tra tradizioni, legami famigliari e antichi codici tribali. Quando un camion viene dato alle fiamme, un equilibrio già fragile rischia di spezzarsi. Gamra è scomparsa – forse si nasconde, forse è fuggita – e suo cugino Yasser si mette sulle sue tracce. Ma la ricerca lo trascina dentro vecchi rancori, mentre una logica di vendetta minaccia di innescare una spirale di violenza tra clan rivali.
A pagare il prezzo del conflitto sono soprattutto le donne. Le sorelle di Yasser, Jawaher e Rim, vengono scelte come merce di scambio per ristabilire la pace: non interpellate, ma offerte. Una sembra accettare silenziosamente il proprio destino, l’altra tenta di opporvisi, mentre entrambe si trovano a fare i conti con un sistema nel quale il corpo e il futuro delle donne possono diventare strumenti per ricomporre i conflitti degli uomini. Il cineasta Mayasi costruisce un racconto fatto di attese, silenzi e tensioni sotterranee, nel quale il dramma familiare si intreccia a una riflessione più ampia sulla condizione femminile, sul peso della tradizione, sulla violenza e sulla possibilità di sottrarsi a un destino già scritto.
Girato interamente nella valle della Bekaa con attori non professionisti, “Ieri notte non ho dormito” nasce da un processo creativo fuori dagli schemi. Mayasi ha realizzato il film senza una sceneggiatura tradizionale sul set, lavorando sulla presenza e sulla realtà dei suoi interpreti e costruendo un cinema fortemente visivo, nel quale spazio, tempo e memoria diventano parte integrante del racconto.
Alla radice della storia c’è anche una vicenda profondamente personale. Mayasi ha infatti raccontato di essersi ispirato alla storia di sua nonna, costretta a sposarsi all’età di quattordici anni. Un ricordo familiare ascoltato più volte durante la sua infanzia e successivamente rielaborato attraverso il cinema, fino a diventare il punto di partenza per una storia che interroga il rapporto fra tradizione, violenza e libertà individuale.
«La storia della mia defunta nonna, costretta a sposarsi a quattordici anni, mi è rimasta impressa fin dall’infanzia» – ha dichiarato il cineasta Rakan Mayasi – «Ha plasmato, in modo silenzioso ma costante, il mio senso di ingiustizia e la mia sensibilità verso vite modellate da forze che sfuggono al controllo individuale. Sono tornato nella Valle della Bekaa, dove queste tradizioni erano ancora vive, non per metterle in discussione, ma per osservarle dall’interno. Essendo cresciuta sentendomi distante dalle strutture patriarcali che mi circondavano, ho affrontato questo film con il desiderio di comprendere piuttosto che di oppormi. Ciò che mi interessava era lo spazio tra appartenenza ed estraneità, e il modo in cui gli individui si muovono all’interno di sistemi che li precedono».
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