Il podere dei miracoli

preghieraI due fratelli abitavano in un casone isolato prima dei dirupi che precipitavano nella fessura del torrente Messa. Erano fratello e sorella e avevano una sessantina d’anni. Lavoravano e pregavano. Non scambiavano parole gentili o d’amore verso gli altri. Spesso si muovevano nei campi con la coroncina di madreperla tra le mani. Ogni sera dopo cena pregavano un poco e continuavano a recitare il rosario ad alta voce stando in due camere da letto lontane.

A primavera il piccolo crocifisso antico che avevano in casa lo portavano in giro per il podere per mostrare il lavoro fatto. Poi quando rientravano, la sorella lavava i piedi a Gesù. Purtroppo dopo anni ed anni, le mani bagnate avevano cancellato la parte bassa della pittura e ormai la figura di Cristo era senza piedi, ma loro dicevano che durante la passeggiata di primavera i piedi ricomparivano fino a quando rientravano a casa.

Mi sarebbe piaciuto vederli quando si mettevano in ginocchio in cucina. Spiarli da una finestrella per ammirare il loro godimento nel sentirsi uniti a qualcosa di soprannaturale. Vivere nella regola della sottomissione.

Una specie di felice punizione per meritarsi qualcosa di bello oltre la vita. La luce era lassù, là erano giorni di fatica e di mortificazione del corpo per fortuna gonfio di spiritualità. Poter vedere i loro occhi pieni di viaggio per accompagnare le parole sante di una fede elementare con l’innocenza animale e cioè senza completa e senza dubbi. Totale. E fuori dalla casa poteva nevicare, ci poteva essere il fragore dei fulmini nei giorni di temporale, ma loro erano lì, in ginocchio, accanto ai tegami della cucina con tutta l’anima che si scioglieva nelle parole.

Un’altra volta fui preso da uno stupore che somigliava a quello descritto. Io e il mio amico fotografo Antonello eravamo nel Tagikistan in una specie di deserto sporco, con cespugli radi e secchi. Un deserto abbastanza giovane di pochi anni che era appena arrivato a soffocare con la sabbia un terreno ancora fertile. Volevano scoprire dove i tagiki appendevano frammenti di stoffa per chiedere grazie e aiuti vari a qualche entità superiore. Abbiamo visto un contadino che stava arando in una conca con uno strumento di legno indurito. All’improvviso si fermò e srotolò sul terreno un qualcosa che teneva sottobraccio. D’improvviso si inginocchiò.

Si inginocchiò su quel minimo tappeto e si piegò fino ad affondare gli occhi nei ricami della vecchia stoffa. Noi lo abbiamo guardato a lungo perché ci meravigliò quel suo gesto così “schiavo” di una sua profonda convinzione. Fummo presi come da una vergogna, quasi tormentati per il grande mistero che da sempre ci tiene prigionieri.