Intervista ad AN15, un’artista a tuttotondo

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Per realizzare un progetto occorrono basi concrete e supportate. Serve prepararsi, e pretendere quel che è dovuto.

underdog an15AN15, questo è il nome con il quale ha scelto si presentarsi al grande pubblico. È una donna carismatica e affascinante. una vera artista che ama profondamente la musica e la scrittura. Oggi ci fa riflettere con Underdog, il suo più recente romanzo, che è un autentico pugno allo stomaco. Di questo e di molto altro ancora ci ha parlato in questa lunga intervista a cuore aperto…

Ti presenti ai lettori con uno pseudonimo, perché questa scelta?

An15 è uno street name che nasce molto tempo prima che mi proponessi come autore. Forse c’entra l’estetica minimalista (perché usare 2 “N” e 2 “A” quando ne puoi usare la metà?), o forse il fatto di non essermi mai identificata col mio nome, uno stato adolescenziale d’intolleranza patologica verso tutto ciò che è imposto.

Chi si nasconde davvero dietro AN15?

Forse sono io che mi eclisso dietro le mie azioni, i miei libri, i miei progetti. Non mi sento utile come personaggio aggiunto.

Tuttavia, tu non sei solo una brava scrittrice, ma un’artista a tutto tondo… Che ricordi hai dei tempi della fondazione del collettivo artistico Box Position?

Fondare il collettivo artistico è stato semplicemente riunirsi in quattro nella stanza di una casa diroccata e attivarsi per attuare una strategia di condivisione delle nostre passioni, con la speranza che prendesse vita anche un percorso lavorativo. Praticamente un piano turbo utopico. Cercavamo una comunità alternativa, luoghi dove proporre le nostre idee. Alla fine abbiamo occupato degli spazi, organizzato dei concerti, ospitato contesti musicali e culturali. Ognuno di noi poi si dedicava a progetti individuali, cercando sempre una connessione con l’esterno, spesso all’estero. All’inizio avevamo vent’anni, e sentivamo la necessità di passare dall’altra parte, dalla parte di quelli che costruiscono più di fruire, quelli che, lo capimmo presto, non si divertono quasi mai.

Ami profondamente la musica, ma come è cambiato il tuo rapporto con essa nel corso del tempo?

Se parliamo di “uso personale”, la musica è l’unica droga che funziona, per me. Musica “per spaccio” invece è tutto più faticoso e complesso, organizzare live, seguire booking, i djset, trovare spazi per esibirsi o per creare un ambiente proprio, sono una sporca e cruenta guerra di quartiere. Inoltre “lavorare nella musica” o nell’arte in generale, è considerato un paradosso, per una mentalità diffusa che vede queste forme culturali come divertimento, intrattenimento, un optional non essenziale anziché un bene primario, che dovrebbe essere riconosciuto e tutelato.

Se dovessi scegliere una canzone che rappresenti al massimo grado “la te” adolescente quale sceglieresti e perché? E per quella odierna?

“La me”adolescente ascoltava Ben.E.king , R’n’B e i Clash, HC punk e Adam and the Ants, Jerry Lee Lewis e Janis Joplin, lo ska, il rap americano, Depeche Mode e The Doors e U2, Marilyn Manson e Marvin Gale, La techno, i Metallica… In questo poli consumo anarchico è difficile individuare la canzone che più mi potesse rappresentare, forse una di quelle che urli attaccato alla transenna nei festival punk della zona. E che poi si ascolta nel walkman prima di addormentarsi. La canzone che potrebbe rappresentarmi ora, forse è “Fragile” dei NIN, che alla me che sono stata dice “I was like you/I won’t let you fall apart”.

Quando effettivamente c’è di te come donna e artista in Underdog?

Underdog è un romanzo che si propone di raccontare la vita di un gruppo di ragazzi nel cercare di sovvertirla nelle regole. Pone delle questioni: bisogna accettare l’impossibilità di realizzarsi nel proprio talento se abitanti del sottosuolo sociale? Si può scegliere la propria strada quando l’atto di”scegliere” è di per sè un privilegio di classe? Di me, in Underdog, c’è la visione della realtà, un certo background, quello che mi ha insegnato chi amo, ciò che mi ha danneggiato, la descrizione di un pensiero dominante che voglio contrastare.

Se dovessi descrivere singolarmente i suoi protagonisti, come li presenteresti a chi ancora non li conosce?

Il personaggio che tiene le fila del racconto è il misterioso Principe dei Reietti. Ci accompagna con la sua visione iconoclasta della realtà come farebbe un santone laico, un dittatore benevolo. C’è Hansel che deve acquisire tecniche di sopravvivenza fin dalla sua difficoltosa infanzia, in seguito sarà una persona anticonformista e incline all’irrequietezza. Gina è una pianista che si destreggia tra drammi esistenziali, relazioni tossiche, il lavoro di cameriera e la sua carriera musicale. Antonio è l’artista squattrinato, parte con la sua chitarra per NYC alla ricerca di successo. C’è Felice detto Felix, un dj dall’attitudine rissosa, Strange Boy che fa l’operaio della musica ed è un essere contemplativo e silenzioso. Poi c’è Arturo, che per sopravvivere si spacca le mani e lo spirito in catena di montaggio e infine Benedetta, un’impiegata sottopagata che cerca di proteggere e consolare questa strana compagnia di diseredati, proponendosi come artefice di un clima di pace, ed è come camminare su un terreno minato.

A proposito di Underdog, come è avvenuta la sua stesura?

La stesura di Underdog è stata molto lunga e impegnativa. In realtà ci sono voluti parecchi anni, nel frattempo ho pubblicato “Gatti nei sacchi di plastica” e qualche racconto breve. Underdog parla di un’ampia fase temporale, dagli ottanta fino al primo duemila, e parte della scrittura è avvenuta nell’anno che è descritto. Sono stata aiutata dal filosofo Davide Miccione, grazie alla sua supervisione questa sorta di vademecum ha trovato una sua dimensione.

Di solito scrivi di pancia o ti consideri più riflessiva?

Non credo nel valore indiscusso della spontaneità, nella scrittura poi sarebbe (nel mio caso) un flusso di coscienza indecifrabile. Se non potessi controllare questa modalità di espressione, in maniera draconiana, non potrei scrivere nulla di comprensibile.

Che augurio ti sentiresti di fare a te stessa e ai giovani di oggi?

Non credo di essere in grado di dare un messaggio appropriato a me stessa o ad un insieme così eterogeneo di persone che vive una condizione tanto difficile. Però mi sentirei di augurare ai” giovani d’oggi” di sottrarsi alle false logiche, con le quali sono bombardati, del “se ci credi ce la fai”, del ” non smettere mai di sognare e vedrai che i tuoi progetti si realizzeranno” e “pensa positivo che tutto andrà bene”. E così, quando non proprio tutto va per il verso sperato, la responsabilità del fallimento cade solo sull’individuo che non ci ha creduto e provato abbastanza. Per realizzare un progetto occorrono basi concrete e supportate. Serve prepararsi, e pretendere quel che è dovuto. Perché senza l’attuazione dei diritti economici e sociali, nell’attuale struttura capitalista, non c’è sogno che si possa materializzare.