Jasmina von Büren: il cambiamento gentile di “Crollare bene, illuminarsi meglio”

Un’intervista a Jasmina von Büren sul libro “Crollare bene, illuminarsi meglio”: un percorso gentile e graduale di trasformazione

Negli ultimi anni, la crescita personale è diventata uno dei generi editoriali più frequentati, spesso dominato da ricette veloci, slogan motivazionali e promesse di trasformazioni immediate. In questo panorama, Crollare bene, illuminarsi meglio (senza meditare alle 4) sceglie una strada diversa. Il libro di Jasmina von Büren non invita il lettore a diventare una versione migliore di sé, né suggerisce formule da applicare meccanicamente. Propone piuttosto un cambiamento più silenzioso, che parte dal linguaggio con cui ciascuno si rivolge a sé stesso e procede senza forzature, rispettando i tempi della persona.

L’opera d’esordio di von Büren colleziona oltre cento affermazioni e ventitré riflessioni esperienziali, organizzate in quattro sezioni inedite che seguono un’evoluzione precisa: Sopravvivenza e paceRicostruzione e autostimaFioritura e fiducia ed Espansione e sovranità.

Tuttavia, non si tratta di una mera suddivisione tematica: anche l’impianto grafico accompagna questo movimento: le illustrazioni si trasformano progressivamente, lasciando che, pagina dopo pagina, anche lo sguardo segua la stessa apertura suggerita dalle parole. Nulla sembra essere stato collocato casualmente; testo, immagini e ritmo della lettura concorrono a costruire un’unica esperienza.

Tra le pagine di von Büren si incontrano massime come «Oggi scelgo di abbracciare l’incertezza con coraggio e gentilezza»«Ciò che un tempo era impossibile, oggi è il mio presente più ovvio» oppure «Sono vita. Sono coscienza. Sono parte del tutto, e il tutto vive in me». Più che messaggi da memorizzare, sono parole che chiedono di essere frequentate nel tempo, lasciando che il loro significato cambi insieme a chi le legge.

Abbiamo incontrato Jasmina von Büren per parlare non soltanto della nascita del libro, ma anche del lavoro di costruzione che ne sostiene ogni pagina: la scelta delle parole, il significato delle immagini, il valore della gradualità, il rapporto con la sensibilità e quella sottile differenza che, secondo l’autrice, separa una semplice frase motivazionale da una capace di accompagnare un autentico percorso di trasformazione.

  1. Sfogliando il libro si ha la sensazione che nulla sia stato lasciato al caso. Non soltanto le affermazioni seguono un ordine preciso, ma anche le illustrazioni sembrano raccontare una trasformazione, passando dai boccioli a una progressiva fioritura. Quanto è stato importante costruire un dialogo tra parola e immagine e quale significato attribuisce a questa evoluzione grafica?

Per me la comunicazione visiva ha lo stesso valore delle parole. Ho studiato design e desideravo che il lettore non vivesse solo un testo, ma un’esperienza. Per questo le illustrazioni non sono semplici elementi decorativi: raccontano, insieme alle parole, lo stesso percorso di trasformazione.

Il libro segue quattro fasi di trasformazione e anche le immagini evolvono, dai boccioli fino alla fioritura. È una metafora che ritorna spesso anche nei testi, perché nessun fiore sboccia per obbligo: fiorisce quando trova le condizioni giuste. Lo stesso vale per le persone. La crescita più profonda nasce dalla sicurezza, dal tempo e dalla cura, non dalla pressione.

Anche l’impaginazione è stata pensata con questa idea. Ho lasciato molte pause e molti spazi bianchi perché volevo che il libro rispettasse il ritmo del lettore. Oggi siamo abituati a consumare contenuti in fretta; io desideravo creare uno spazio in cui fosse possibile respirare. Anche il silenzio comunica.

In questo libro, parole, immagini e ritmo raccontano la stessa cosa: il cambiamento non si forza. Si prepara.

  1. Se un lettore le chiedesse di descrivere “Crollare bene. Illuminarsi meglio (senza meditare alle 4)” utilizzando soltanto tre aggettivi, quali sceglierebbe? E perché ritiene che proprio queste tre parole riescano a raccontare l’identità del suo libro meglio di qualsiasi definizione?

Sceglierei gentilegraduale e incarnato.

Gentile, perché questo libro non cerca di correggere o convincere nessuno. Incontra il lettore nel punto in cui si trova e lo accompagna senza giudizio. Per me la gentilezza non è una forma di dolcezza superficiale, ma un modo rispettoso di favorire il cambiamento.

Graduale, perché le trasformazioni durature non possono essere accelerate. Il libro segue un processo preciso, dalla sopravvivenza alla ricostruzione, dalla fioritura all’espansione, rispettando i tempi con cui ciascuno riesce ad aprirsi.

Infine incarnato, perché non parla di una spiritualità che ci allontana dalla vita quotidiana, ma di una che ci riporta dentro di essa: nel corpo, nel respiro, nei piccoli gesti e nelle relazioni.

Se dovessi riassumerlo in una sola frase, direi che è un libro che insegna a trattarsi con più rispetto, restando profondamente umani.

  1. Uno degli elementi più lampanti, non appena si comincia a viaggiare tra le pagine di “Crollare bene. Illuminarsi meglio” è che nessuno viene escluso: ogni volta che si rivolge direttamente a qualcuno, include uomini e donne e questo è un grande segnale. Pensa che il percorso ideato da lei possa essere utile per entrambi?

Assolutamente sì. Questo libro è nato pensando alle persone sensibili, non a un genere specifico. Si rivolge a donne e uomini e, più in profondità, a tutto ciò che rende umano ciascuno di noi.

Ecco perché ho scelto di alternare il maschile e il femminile. Non l’ho fatto per una scelta ideologica, ma perché sentivo che alcune frasi parlavano alla parte di noi che accoglie, altre a quella che sostiene, protegge e agisce. Volevo che entrambe si sentissero chiamate in causa. La nostra interiorità è molto più ricca delle etichette con cui ci definiamo e mi piaceva l’idea che ciascuno potesse riconoscersi liberamente, qualunque fosse la propria identità.

È una caratteristica a cui tengo molto e che, purtroppo, andrà in parte perduta quando tradurrò il libro in inglese. L’inglese, per sua natura, non permette questo continuo alternarsi tra maschile e femminile. Mi dispiace, perché sento che questo dettaglio comunica l’idea che dentro ognuno di noi convivano energie diverse e che tutte meritino di essere ascoltate.

È vero che la crescita personale viene letta soprattutto dalle donne e, all’inizio, mi chiedevo se gli uomini si sarebbero sentiti rappresentati. In realtà è successo il contrario: molti mi hanno raccontato di aver trovato finalmente un linguaggio che permette anche a loro di fermarsi, sentire e prendersi cura di sé senza dover interpretare un ruolo.

In fondo, anche la copertina racconta questa idea. Ho scelto il fucsia non perché lo consideri un colore femminile, ma perché, dal punto di vista della sua vibrazione, per me è uno dei colori più vitali e rigeneranti. Ha energia, ma non è aggressivo come può esserlo il rosso. Mi sembrava il colore giusto per un libro che parla di ritrovare vitalità dopo un periodo di stanchezza, di burnout o di smarrimento.

Confesso che temevo potesse allontanare alcuni uomini. Invece è successo l’opposto: molti mi hanno detto di esserne stati attratti proprio perché trasmetteva qualcosa di vivo, originale e libero dagli stereotipi. È stata una bellissima conferma che, quando un messaggio è sincero, riesce ad andare oltre le convenzioni.

  1. Le affermazioni presenti nel volume sono tutte scritte in prima persona e al tempo presente. È una scelta che sembra andare oltre lo stile e coinvolgere direttamente il modo in cui il lettore entra in relazione con il testo. Perché era importante che quelle parole potessero diventare, almeno per qualche istante, la voce interiore di chi le legge?

Le affermazioni fanno parte della mia vita da molti anni. Le ho studiate, sperimentate e, nei momenti più difficili, sono state uno strumento valido che mi ha aiutata a cambiare il modo in cui parlavo a me stessa.

Per questo sono tutte scritte in prima persona. Non parlano al lettore: fanno parlare il lettore. Quando leggiamo una frase come “Mi concedo di rallentare” o “Merito di sentirmi al sicuro”, il cervello la vive più facilmente come un dialogo interiore che come un consiglio ricevuto dall’esterno.

Naturalmente non basta ripetere una frase perché la vita cambi. Le parole hanno effetto quando sono autentiche, sentite e sostenute da esperienze concrete. Le neuroscienze mostrano che il cervello mantiene la capacità di creare nuove connessioni nel tempo: il modo in cui ci parliamo può contribuire a trasformare, poco alla volta, il nostro modo di pensare, sentire e agire.

In fondo, il dialogo interiore è la conversazione che ascoltiamo più spesso nella vita. Questo libro nasce dal desiderio di renderla un po’ più gentile.

  1. Oggi siamo circondati da frasi motivazionali che scorrono continuamente sui social, spesso destinate a essere dimenticate nel giro di pochi minuti. Lei, invece, preferisce parlare di “affermazioni trasformazionali”. Che cosa distingue, secondo lei, una frase che produce entusiasmo da una che riesce davvero a lasciare un segno nel tempo?

Una buona affermazione non ti chiede di essere diverso. Ti aiuta a fare pace con il punto da cui stai partendo.

Le affermazioni motivazionali possono dare energia e avere la loro utilità. Il problema nasce quando ci chiedono di credere a qualcosa che, in quel momento, sentiamo troppo lontano. Se una persona sta attraversando un periodo difficile, ripetersi “Sono felice” o “Va tutto bene” rischia di creare ancora più distanza. Una parte di noi sa che non è vero e, invece di sentirsi sostenuta, può sentirsi frustrata.

Le affermazioni trasformazionali seguono una strada diversa. Non cercano di convincere, ma di aprire uno spazio in cui qualcosa possa cambiare. Sono formulate in modo da poter essere accolte come vere, o almeno come un passo possibile, anche da chi sta vivendo fatica o ansia.

Preferisco scrivere “Mi concedo di trovare un momento di pace” oppure “Posso imparare a fidarmi un po’ di più di me.” Non chiedono di essere diversi da un giorno all’altro, ma aprono uno spazio in cui la ricostruzione può nascere naturalmente.

In fondo, il mio obiettivo non è che il lettore ripeta delle frasi. È che, con il tempo, quelle frasi diventino la sua nuova voce interiore.

  1. Nel libro il cambiamento non viene mai presentato come una corsa verso una versione ideale di sé. Al contrario, insiste molto sull’importanza della gradualità. Quanto è stato determinante, nella sua esperienza personale, comprendere che alcuni percorsi non possono essere accelerati e che anche un passo apparentemente piccolo può produrre trasformazioni profonde?

È stata una delle lezioni più importanti della mia vita. Per anni ho pensato che cambiare significasse fare più sforzi e avere più forza di volontà. Poi ho scoperto che, almeno per me, funzionava esattamente il contrario.

Per molto tempo ho continuato a chiedere al mio sistema nervoso di fare gli straordinari. A un certo punto ha deciso di mettersi in sciopero. 

Ho capito allora che, quando attraversiamo un periodo difficile, non abbiamo bisogno di spingerci oltre, ma di creare le condizioni per sentirci al sicuro. Da lì la crescita può iniziare naturalmente.

Viviamo in una cultura che ci invita ad accelerare tutto, ma ci sono processi che hanno un loro tempo. Possiamo accompagnarli, non forzarli. È come tirare un fiore perché cresca più in fretta: non lo aiutiamo a sbocciare, rischiamo solo di spezzarlo.

Per questo il libro è costruito in quattro fasi. Non sono una gara da vincere, ma un cammino da vivere. Ho imparato che le trasformazioni più profonde non nascono da gesti straordinari, ma da piccoli passi ripetuti con costanza.

È questo che desidero trasmettere: il cambiamento più solido non ci trasforma in qualcun altro, ma ci riporta, poco alla volta, a essere sempre più noi stessi.

  1. Da oltre vent’anni osserva il rapporto tra linguaggio, scrittura e crescita personale. Guardando a questo lungo percorso, ha la sensazione che siano cambiate soprattutto le parole che utilizza oppure il modo in cui ha imparato ad ascoltarle prima ancora di scriverle?

Credo siano cambiate soprattutto le mie orecchie, più che il mio vocabolario.

All’inizio ero concentrata nel trovare la frase giusta, quella capace di produrre una trasformazione. Oggi mi interessa prima di tutto ascoltare come una frase viene vissuta. Quando scrivo un’affermazione mi chiedo: accoglie o mette pressione? Fa respirare oppure chiede uno sforzo in più? Se una frase è perfetta sulla carta, ma non suona autentica, continuo a cercare.

C’è un’altra cosa che è cambiata: non scrivo perché penso di essere arrivata. Scrivo perché sono ancora in cammino. Molte delle cose che oggi so a livello teorico stanno ancora cercando di diventare il mio modo naturale di parlarmi. Le affermazioni, prima ancora che ai lettori, continuano a servire a me. Non le uso per convincermi di essere diversa da quella che sono, ma per accompagnarmi, ogni giorno, a diventare un po’ più coerente con ciò che sento vero.

Anche il mio modo di scrivere è cambiato. Una volta volevo spiegare; oggi voglio creare un’esperienza. Mi basta che il lettore chiuda il libro ricordando poche parole, purché siano quelle di cui avrà bisogno nei momenti difficili.

Forse è questa la differenza più grande rispetto a tempo fa: non cerco più parole che colpiscano. Cerco parole che si prendano cura.

  1. Nel corso della sua vita racconta di aver vissuto un episodio che le ha fatto comprendere quanto un cambiamento graduale possa essere più efficace di uno imposto: il superamento di una forte fobia per i ragni. È un’esperienza molto particolare, ma anche ricca di significato. Che cosa le ha insegnato sul modo in cui affrontiamo le nostre paure?

Quell’esperienza ha cambiato molto più del mio rapporto con i ragni. Ha cambiato il mio modo di vedere il cambiamento.

Per anni ho sofferto di una forte aracnofobia. Poi ho incontrato una professionista specializzata nel trattamento delle fobie e, nel giro di poche ore, quella paura è scomparsa. Ma la cosa che mi ha colpita di più non è stata la velocità del risultato: è stato il metodo.

Non mi ha mai chiesto di affrontare qualcosa per cui non ero pronta. Ogni passo era calibrato su ciò che il mio sistema nervoso poteva sostenere. Solo quando un passaggio diventava davvero sicuro, arrivava quello successivo.

Quel giorno ho capito una cosa che non ho più dimenticato: spesso non è la paura a bloccarci. È la dimensione del passo che ci chiediamo di fare.

La conferma è arrivata anni dopo, nel modo più inaspettato. Oggi io e mio marito viviamo con una tarantola messicana, arrivata per caso dopo un viaggio intercontinentale e adottata per salvarla. Se qualcuno me l’avesse detto quando ero terrorizzata anche solo dall’immagine di un ragno, non gli avrei mai creduto. Eppure oggi, quando la osservo, non vedo più un mostro. Vedo un animale straordinario, delicato, perfettamente fedele alla sua natura. Mi sento persino privilegiata di poter condividere la mia casa con una creatura così affascinante. Per me questa è la prova più concreta che un cambiamento costruito senza forzature può diventare davvero stabile.

È proprio quel metodo, così rispettoso dei tempi del sistema nervoso, ad aver cambiato anche il mio modo di scrivere. L’estate scorsa, per la prima volta, invece di limitarmi a scrivere affermazioni singole, ho costruito un percorso in cui ogni affermazione prepara la successiva, senza chiedere al lettore di credere a qualcosa che non percepisce ancora come possibile e senza mai fare un passo più lungo di quello che il suo sistema nervoso è pronto a sostenere. Per me, rispettare la sensibilità significa proprio questo.

Credo che questa sia la lezione più importante che mi ha lasciato quell’esperienza: non abbiamo sempre bisogno di più forza di volontà. Molto più spesso abbiamo bisogno di un metodo che rispetti i nostri tempi.

  1. Tra i temi che attraversano il libro c’è anche un invito a guardare la sensibilità con occhi diversi. In una società che continua a premiare soprattutto efficienza, velocità e controllo, pensa che ci sia ancora bisogno di restituire dignità culturale alla fragilità e al diritto di fermarsi?

Sì, credo che ce ne sia ancora molto bisogno. Ma farei una distinzione importante: non conosco persone profondamente sensibili che siano deboli. Conosco persone sensibili che sono stanche.

Essere sensibili significa percepire più sfumature, dentro e fuori di noi. È una ricchezza, a patto di avere una struttura interiore capace di sostenerla. Mi piace immaginarla come un albero: più i rami si allungano, più profonde devono essere le radici.

Nel libro non invito le persone a diventare meno sensibili. Le invito, piuttosto, a costruire quelle radici che permettono alla sensibilità di diventare una risorsa, anziché un peso.

Viviamo in una cultura che premia velocità ed efficienza, così rallentare viene spesso vissuto come un fallimento. Ora che l’ho imparato anch’io, credo il contrario: fermarsi è un gesto di ascolto e di intelligenza.

Più che restituire dignità alla fragilità, dovremmo restituirla alla nostra umanità. Avere bisogno di rallentare non è una deviazione. Fa parte del cammino.

  1. Nel corso della lettura emerge spesso una sottile ironia che alleggerisce il racconto senza sminuire il peso delle esperienze vissute. È una cifra stilistica molto riconoscibile. Quanto spazio ha l’ironia nella sua vita e perché ritiene che possa convivere con argomenti profondi come il dolore, la paura o il burnout?

L’ironia ha sempre fatto parte della mia vita. Quello che ho imparato, però, è usarla anche quando parlo delle mie fragilità.

Per molto tempo pensavo che alleggerire il tono significasse mancare di rispetto al dolore. Poi un medico mi disse una frase semplicissima: “Bisogna pur anche ridere un po’.” Mi colpì profondamente e, da lì a poco, ha cambiato il mio modo di guardare la vita e di scrivere.

Mi sono resa conto che la nostra voce interiore è già abbastanza severa. Non volevo che anche il mio libro lo fosse. Per questo c’è un’ironia gentile, che non ride del dolore, ma gli toglie un po’ del suo peso e permette di respirare.

Anche il cupcake in copertina nasce da questa idea. Molti si aspettano che un libro di crescita personale abbia in copertina un mandala, un paesaggio che richiama l’elevazione spirituale o qualcuno in meditazione. Io, invece, ho scelto un dolce. Per me rappresenta una spiritualità che non fugge dalla vita, ma la abita. Una spiritualità che riconosce il sacro anche nelle cose più semplici: una colazione senza fretta, un momento di piacere vissuto senza sensi di colpa, il diritto di godersi la propria umanità.

Lo stesso vale per il sottotitolo “…senza meditare alle 4”. È un modo per ricordare che non dobbiamo diventare perfetti, ascetici o vivere esperienze straordinarie per prenderci cura di noi stessi. Possiamo crescere restando umani, concedendoci anche leggerezza, piacere e un sorriso.

Credo che la crescita personale non ci allontani dalla vita quotidiana: ci insegni, finalmente, ad abitarla fino in fondo.

  1. Ogni libro, prima o poi, smette di appartenere a chi lo ha scritto e inizia un percorso completamente nuovo nelle mani dei lettori. Quando immagina qualcuno che, magari tra molti anni, riaprirà una pagina di Crollare bene, illuminarsi meglio, quale spera sia la prima sensazione che quelle parole riescano ancora a trasmettergli?

Prima di tutto, grazie per questa domanda. Mi ha regalato un’immagine bellissima. Se dovessi desiderare una cosa, non sarebbe quella di essere ricordata io. Mi piacerebbe che quella persona si sentisse ricordata da sé stessa. La immagino mentre riapre il libro, ritrova una frase che anni prima aveva sottolineato perché sembrava lontanissima e, quasi con sorpresa, pensa: “È incredibile… oggi non ho più bisogno di ripetermi questa frase. Mi appartiene già.” Credo che il cambiamento più autentico sia proprio questo. Quello che, a forza di piccoli passi, smette di sembrare un cambiamento e diventa il nostro modo naturale di pensare, di parlarci e di stare nel mondo.

Se questo libro riuscisse a regalare anche solo a una persona quella sensazione, sentirei di aver raggiunto il mio obiettivo. Perché le parole, a un certo punto, smettono di appartenere a chi le scrive. Ma quando diventano parte del dialogo interiore di qualcuno, diventano un nuovo modo di abitare sé stessi.

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: “Crollare bene, illuminarsi meglio (senza meditare alle 4)”

Autrice: Jasmina von Büren

Genere: Crescita personale, saggistica motivazionale

ISBN: 979-8275382808