Nel mondo di oggi, sembra che nessuno sia più in grado di esprimere il proprio punto di vista senza aggressività, rispettando il prossimo, correndo il rischio di un’individualizzazione sempre più estrema, capace di provocare un clima di paura e tensione ed inibire la creazione di relazioni sincere. Sebbene la storia umana sia costellata di prepotenza e arroganza, l’impressione è che ai nostri giorni sia venuta progressivamente meno la volontà di dialogare e di collaborare: è da queste premesse che prende spunto il libro – in questi giorni in libreria – “Contro gli estremismi. Elogio della mediazione” (Scholé, pp. 192, € 16) di Adriano Fabris, ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa, membro del comitato etico dell’Osservazione del Ministero del lavoro sull’impatto dell’IA sul mondo del lavoro, con una lunga esperienza nel campo della comunicazione e dell’etica nell’utilizzo delle nuove tecnologie.
L’autore, che per Editrice Morcelliana ha già pubblicato numerosi saggi, tra cui Etica delle nuove tecnologie (2021), La fede scomparsa. Cristianesimo e problema del credere (2023), Etica e ambiguità. Una filosofia della coerenza (2020) e, con Loredana Perla, il recente Insegnare con l’intelligenza artificiale (Scholé, 2025), sviluppa una riflessione che muove dall’etica e dalla filosofia per promuovere un’inversione di rotta nelle relazioni con gli altri. L’obiettivo è favorire una nuova consapevolezza e recuperare il valore della mediazione come condizione fondamentale per costruire relazioni positive e rapporti ben riusciti.
Partendo anche da situazioni quotidiane – dai programmi televisivi alla comunicazione politica e sui social, dai rapporti di lavoro all’impazienza di fronte agli imprevisti – Fabris illustra alcuni nodi fondamentali del pensiero occidentale, mettendo in dialogo Aristotele e i social media, Kant e l’intelligenza artificiale, Nietzsche e la «volontà di potenza». Di fronte ai conflitti propone di riscoprire una delle arti fondamentali della comunicazione interpersonale, oggi probabilmente ridimensionata: la capacità di mediare, intesa come pratica ed esercizio mentale e spirituale della ragione, in opposizione alla violenza, sempre ingiustificata, che nelle ultime ore ha scosso cittadinanza e politica, infiammando e polarizzando ulteriormente l’imminente campagna elettorale.
Praticare la mediazione significa, nelle parole di Fabris, «dischiudere un’altra prospettiva, in cui le relazioni fra noi esseri umani e quelle con il mondo possano svilupparsi a vantaggio di ciascuno». Occorre dunque orientarsi verso un approccio diverso, volto alla ricerca delle condizioni che rendono possibile il confronto. È in questa capacità di mediare, richiamata ed elogiata nel libro, che si può individuare uno degli antidoti più efficaci agli estremismi del nostro tempo, per imparare a resistere e, forse, a guarire dalla tentazione di spingere ogni cosa all’estremo, abbracciando una “filosofia del limite” capace di restituire la misura delle cose.
La tesi di questo libro è scomoda: l’estremismo non è soltanto una deviazione o un’eccezione, ma un modo sempre più comune di abitare il presente. Comunicazione, politica, lavoro: anche in ambiti così diversi troviamo l’impulso di eliminare ogni mediazione, ogni misura, ogni limite. Lo stesso esercizio del pensiero oggi si trasforma spesso nel suo opposto e al dubbio si preferiscono dogmi e opinioni che non ammettono repliche. Anche a partire da episodi legati alla vita quotidiana, l’autore risale ad alcuni nodi fondamentali del pensiero occidentale, intrecciando Aristotele e i social media, Kant e l’intelligenza artificiale, Nietzsche e quella “volontà di potenza” che esprime il bisogno di avere ragione a ogni costo. Ne nasce una filosofia del limite: non un invito alla rinuncia, ma la ricerca delle condizioni che rendono ancora possibile il confronto. Un libro per cercare un punto d’incontro tra chi la pensa diversamente, senza confondere il dialogo con la resa.
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