Avere una pensione, un conto corrente o un patrimonio personale non significa necessariamente essere economicamente indipendenti. Una donna può percepire regolarmente un reddito senza essere libera di utilizzarlo, dover giustificare ogni spesa o essere esclusa dalle decisioni che riguardano il denaro familiare.
È la violenza economica, una forma di abuso poco visibile che può svilupparsi lentamente all’interno delle relazioni familiari, compromettendo l’autonomia e la libertà personale. Un fenomeno particolarmente significativo tra le donne anziane, quando la dipendenza finanziaria può essersi consolidata nel corso di decenni.
Le più recenti rilevazioni dell’ISTAT richiamano l’attenzione su questa realtà. Secondo l’indagine La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, riferita al 2025, il 6,6% delle donne che hanno o hanno avuto un partner dichiara di aver subito violenza economica.
Un quadro più critico emerge dall’indagine sui centri antiviolenza, riferita al 2024 e pubblicata nel marzo 2026: quattro donne su dieci hanno dichiarato di aver subito anche abusi economici. Tra le ultrasessantenni la quota raggiunge il 47%, quasi una donna su due.
Le rilevazioni riguardano popolazioni differenti e non sono direttamente confrontabili. Quest’ultimo dato si riferisce infatti alle donne che hanno intrapreso un percorso presso i centri antiviolenza, non all’intera popolazione femminile anziana. Rimane comunque un’indicazione significativa di quanto il controllo delle risorse economiche possa rappresentare un ostacolo alla possibilità di uscire da una relazione violenta.
Quando avere un reddito non significa essere autonome
La violenza economica non coincide necessariamente con la povertà. Può riguardare donne prive di occupazione, ma anche lavoratrici e pensionate che dispongono formalmente di entrate personali.
L’ISTAT evidenzia che quasi la metà delle donne seguite dai centri antiviolenza non è economicamente autonoma. Una condizione che può aggravare la dipendenza da chi esercita comportamenti abusivi.
Il controllo sistematico delle spese, la sottrazione delle carte bancarie, l’imposizione di debiti, l’impedimento a lavorare o l’esclusione dalle decisioni patrimoniali sono alcune delle manifestazioni di questa forma di violenza.
Per molte donne anziane, appartenenti a generazioni nelle quali il lavoro domestico e di cura era prevalentemente femminile, la gestione del denaro è stata spesso affidata al marito. Ma delegare liberamente le decisioni economiche è diverso dall’essere private della possibilità di parteciparvi.
La questione diventa particolarmente delicata quando una donna percepisce una pensione, ma non può utilizzare autonomamente le somme accreditate o decidere delle proprie necessità quotidiane. La titolarità formale di un reddito non garantisce, da sola, la libertà economica.
Il riconoscimento della violenza economica nel diritto
La violenza economica trova un esplicito riconoscimento nelle convenzioni internazionali. La Convenzione di Istanbul del 2011, ratificata dall’Italia nel 2013, include nella definizione di violenza contro le donne anche i comportamenti che provocano danni e sofferenze di natura economica. Analogo riconoscimento è contenuto nella Convenzione n. 190 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, ratificata dall’Italia nel 2021, che comprende il danno economico tra le possibili conseguenze della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro.
Anche la legislazione italiana riconosce la violenza economica nell’ambito della violenza domestica. La legge n. 168 del 2023 ha rafforzato gli strumenti di prevenzione e contrasto, mentre la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1268 del gennaio 2025, ha chiarito che impedire l’indipendenza economica della persona offesa può integrare il reato di maltrattamenti familiari, quando il controllo si realizza attraverso comportamenti vessatori e prevaricazioni.
Rimane tuttavia una difficoltà concreta: come dimostrare una violenza che spesso non lascia segni visibili? Estratti conto, documenti bancari, comunicazioni e testimonianze possono contribuire a ricostruire i comportamenti abusivi, ma non esiste un’unica certificazione valida per ogni situazione. Occorre distinguere il riconoscimento della violenza nell’ambito di un percorso di protezione dall’accertamento richiesto in sede giudiziaria.
Per le donne anziane, soprattutto quando non hanno mai gestito personalmente i rapporti bancari, raccogliere la documentazione può risultare particolarmente difficile. Diventa quindi fondamentale il ruolo dei centri antiviolenza e dei servizi sociali nell’individuazione delle situazioni di abuso e nell’accompagnamento verso l’autonomia.
Educazione finanziaria: un divario ancora da colmare
Il tema assume particolare attualità in vista di novembre, mese dell’Educazione Finanziaria, dedicato alla diffusione delle competenze necessarie per gestire consapevolmente le proprie risorse.
L’educazione finanziaria rappresenta una competenza di cittadinanza, ma su questo terreno persistono significative disuguaglianze di genere.
Secondo l’Edufin Index 2025, il dato più aggiornato disponibile dell’osservatorio promosso da Alleanza Assicurazioni e Fondazione Mario Gasbarri, con il contributo scientifico di SDA Bocconi, il livello medio di alfabetizzazione finanziaria degli italiani continua a non raggiungere la sufficienza. Le donne registrano un punteggio inferiore rispetto agli uomini. Il divario riguarda anche l’Europa. Secondo la Banca centrale europea, soltanto il 15% delle donne possiede un elevato livello di alfabetizzazione finanziaria, contro il 27% degli uomini.
Queste differenze possono incidere sulla capacità di pianificare il risparmio, comprendere gli strumenti di credito, valutare gli investimenti e prepararsi economicamente alla pensione. La conoscenza finanziaria non riguarda soltanto la gestione del denaro, ma anche la possibilità di partecipare consapevolmente alle decisioni economiche personali e familiari.
Occorre tuttavia evitare un equivoco: la scarsa educazione finanziaria non è la causa della violenza economica, né può essere attribuita alcuna responsabilità alle vittime. Anche una donna pienamente consapevole dei propri diritti può subire comportamenti coercitivi. Le competenze economiche rappresentano uno strumento di prevenzione e rafforzamento dell’autonomia, ma non sostituiscono la protezione delle vittime.
L’empowerment economico come strumento di prevenzione
Promuovere l’educazione finanziaria femminile significa offrire alle donne maggiori strumenti per conoscere i propri diritti e partecipare alle decisioni economiche.
In questa prospettiva si inseriscono le iniziative della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (FEduF), promossa dall’Associazione Bancaria Italiana, che ha realizzato con ABI, in raccordo con il Dipartimento per le Pari Opportunità, una guida per riconoscere e prevenire la violenza economica.
Anche la Banca d’Italia, attraverso il programma gratuito Le donne contano, promuove la formazione finanziaria femminile, dalla gestione del bilancio personale alla conoscenza degli strumenti di credito e investimento. Resta però una questione: come raggiungere le donne più anziane, soprattutto quelle che non lavorano, vivono situazioni di isolamento o hanno difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali?
L’educazione finanziaria dovrebbe essere accessibile a ogni età, attraverso percorsi di informazione e formazione capaci di coinvolgere anche le fasce più vulnerabili della popolazione.
Il Reddito di Libertà e il problema del riconoscimento del bisogno
Se l’educazione finanziaria può contribuire alla prevenzione, per le donne che stanno affrontando una situazione di violenza occorrono anche strumenti concreti di sostegno.
Tra questi figura il Reddito di Libertà, il contributo economico gestito dall’INPS e destinato alle donne vittime di violenza in condizioni di bisogno. Le disposizioni aggiornate nell’aprile 2026 prevedono un contributo fino a 530 euro mensili, per un massimo di dodici mensilità, erogato in un’unica soluzione nei limiti delle risorse disponibili.
La domanda viene presentata attraverso i Comuni e richiede la presa in carico da parte di un centro antiviolenza riconosciuto e dei servizi sociali. Il primo attesta il percorso di emancipazione intrapreso, mentre il servizio sociale certifica la condizione di bisogno straordinario o urgente. Non è richiesta, come requisito generale, una denuncia penale o una sentenza di condanna dell’autore della violenza.
La misura rappresenta un importante strumento di sostegno, ma pone una questione particolarmente delicata per le donne anziane: come viene valutata la condizione di bisogno di una pensionata che dispone formalmente di un reddito, ma non può utilizzarlo liberamente?
Un altro aspetto merita attenzione. Lo Stato, per ripartire le risorse tra le Regioni, utilizza il parametro della popolazione femminile tra 18 e 67 anni, ma questa fascia non costituisce un limite anagrafico di accesso alla prestazione. Le donne più anziane non sono quindi escluse dal Reddito di libertà per ragioni di età. Sarebbe tuttavia importante conoscere quante ultrasessantenni abbiano effettivamente ottenuto il contributo e quali difficoltà abbiano incontrato nell’accesso agli aiuti, per valutare meglio la capacità della misura di raggiungere le vittime più anziane e di rispondere alle loro esigenze.
La libertà economica non ha età
La violenza economica sulle donne anziane rischia di rimanere nascosta dietro relazioni familiari consolidate, dipendenze abitative, isolamento e difficoltà di chiedere aiuto.
Una donna può non riconoscere immediatamente come violenza il controllo della propria pensione oppure essere consapevole della situazione senza riuscire a immaginare un’alternativa.
Per questo il riconoscimento giuridico deve accompagnarsi alla formazione degli operatori, al rafforzamento dei centri antiviolenza e a strumenti di sostegno accessibili anche in età avanzata.
I dati ISTAT, pur significativi, descrivono soltanto una parte del fenomeno. Restano fuori molte situazioni che non arrivano all’attenzione dei servizi e che contribuiscono alla dimensione sommersa della violenza.
L’educazione finanziaria può offrire strumenti di consapevolezza, mentre le misure pubbliche possono sostenere concretamente i percorsi di emancipazione. Ma la condizione essenziale rimane la possibilità di esercitare i propri diritti senza subire imposizioni e privazioni.
Una donna può aver lavorato per tutta la vita, percepire una pensione e non essere ancora libera di decidere del proprio futuro. È questa la contraddizione che la violenza economica rende evidente: possedere un reddito non equivale necessariamente a essere indipendenti.
L’autonomia non si misura soltanto attraverso il denaro disponibile, ma soprattutto attraverso la libertà di utilizzarlo. E questo diritto non dovrebbe avere un limite di età.
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