I mondi magici di Nicola Cici, a metà tra sogno e ricordo di emozioni del passato

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sogni nicola cici

Nel vivere contemporaneo si è spesso perduto quell’approccio contemplativo su ciò che circonda l’individuo, come se il rumore riuscisse a sovrastare le sensazioni profonde o distogliesse da quel contatto con un’interiorità che malgrado tutto ha bisogno di far sentire la sua voce; alcuni artisti compiono la più o meno consapevole scelta di allontanarsi da quella realtà troppo rapida creando un universo parallelo dove ogni cosa sembra assumere un significato diverso in virtù dell’atmosfera rarefatta che lo avvolge e della suggestione che il visibile esercita quando è calato in una dimensione diversa. Il protagonista di oggi ha questo tipo di approccio, forse inconsapevolmente sognante, attraverso il quale racconta le emozioni ricevute da uno scorcio familiare, da un ricordo, dalle note musicali, permettendo all’osservatore di sentirsi subito coinvolto dalle immagini.

Superata la fase più rivoluzionaria dei primi del Novecento, alcuni artisti cominciarono ad avvertire l’esigenza di recuperare quel contatto con la realtà visibile precedentemente negato, letteralmente rifiutato da tutte le avanguardie che avevano dominato la scena artistica internazionale; l’espressività non doveva più necessariamente attenersi all’astrazione totale, e neanche distaccarsi dalla soggettività dell’autore di un’opera anzi, intorno agli anni Trenta e Quaranta del Ventesimo secolo si era compreso che la purezza del gesto plastico non doveva escludere l’interiorità per valorizzare l’arte come mondo a se stante, né tanto meno la descrizione di ciò che veniva colto con lo sguardo poteva distogliere da un coinvolgimento più profondo e intenso rispetto alla semplice osservazione. Già con l’Espressionismo la realtà era stata assecondata alle emozioni dell’artista ma anche gli eccessi di quel movimento cominciarono a essere superati per stabilire la necessità di un ritorno all’ordine che si concretizzò a Milano con il gruppo Novecento di cui Mario Sironi, con le sue atmosfere panoramiche di scorci di città dove spesso non vi era traccia di figura umana, fu uno dei maggiori esponenti, e a Roma con la Scuola Romana, di cui Antonietta Raphaël e Mario Mafai furono interpreti in cui, in modo diverso, emergeva la personalizzazione e la libertà con cui gli esponenti della corrente potevano esprimere la loro interiorità, attraverso la propria personale inclinazione. Descrittiva delle emozioni sfaccettate della figura umana collocata in un universo irreale e sospeso la prima, orientato invece a raccontare il vuoto delle città quando le vie sono prive della vita umana il secondo, eppure entrambi sono stati capaci di dare un volto nuovo all’arte, una sorta di incontro tra Espressionismo e Realismo da cui si è generato uno stile morbido, evocativo, contemplativo che si è ampliato generando altri stili, uno tra tutti il Realismo Magico. Lo sguardo indagatorio degli artisti di questi due importanti movimenti del secolo scorso si soffermava sulle energie sottili, quelle avvertibili solo attraverso la percezione e che riuscivano a essere impresse sulla tela grazie a quel senso di ordine, di tranquillità, che le immagini rimandavano. L’artista trentino Nicola Cici, di formazione autodidatta più per quasi obbligate scelte di vita che non per mancanza di desiderio di intraprendere studi adeguati, si pone come erede di entrambi i movimenti pittorici, il gruppo Novecento e la Scuola romana, a cui mescola anche una tendenza all’Espressionismo spogliato però dalle emozioni cupe e irrequiete degli artisti nordici avvicinandosi invece alle atmosfere più sognanti e fiabesche di Marc Chagall.

vivaldi al castello nicola cici
1 Vivaldi al castello

Il racconto pittorico sembra essere un percorso all’interno dei cassetti della memoria che l’artista sente il bisogno di manifestare, filtrando tutto con il suo mondo interiore, con le sensazioni suscitate da determinati luoghi, paesaggi od occasioni che hanno colpito la sua attenzione, conquistato la sua sensibilità, o lo hanno trasportato in una dimensione magica, come nell’incontro con la musica.

la mia infanzia nicola cici
2 La mia infanzia

Il colore è sempre acrilico, le tonalità sono tendenzialmente terrose e aranciate quando si spinge ad aprire i cassetti dei ricordi più lontani, quelli legati alla sua infanzia o a luoghi che sono costantemente davanti ai suoi occhi, come se volesse perdersi in essi per enfatizzare le sensazioni ricevute all’interno di quei panorami noti eppure da scoprire perché è solo in virtù dell’approccio alla tela che è possibile ripercorrerne i dettagli precedentemente trascurati. Ma la caratteristica più evidente delle opere di Nicola Cici è la superficie che appare ruvida, materica, in rilievo quasi l’artista volesse trattenere le sensazioni che divengono pertanto più intense, più solide, meno sfuggenti; il passaggio tra realtà presente ed evocazione del passato di fatto non esiste e così le sue atmosfere, i suoi scorci sono sospesi nel tempo, non hanno né passato né futuro, bensì solo il presente del momento in cui gli occhi vi si posano o la mente vi ritorna.

el canton nicola cici
3 El canton

La tela El canton rappresenta esattamente questo, la capacità di un luogo di essere lo specchio dell’interiorità dell’artista, non importa a quale città appartenga, quante persone si affollino ogni giorno nelle sue vie, ciò che riesce a emergere grazie all’approccio di Cici è la sospensione del tempo generata dall’assenza dell’uomo, elemento spesso distraente che distoglie l’attenzione dell’osservatore da quelle energie sottili le quali emergono solo nel momento del silenzio, della suggestione. Le tonalità terrose e aranciate contribuiscono a enfatizzare il contrasto tra la notte e le luci dei lampioni che però non sono raffigurati, come se l’artista li avesse posti al di fuori dal campo visivo, a loro volta potenziali ostacoli al fluire dello sguardo.

santuario sotto la luna
4 Santuario sotto la luna

Nell’opera Santuario sotto la luna l’atmosfera diventa ancor più spirituale, come se l’edificio volesse vegliare su tutto ciò che si trova al di sotto della scalinata, come se la luna fosse luce guida per chi sente il bisogno di avvicinarsi a quel posto; anche in questo caso però manca la presenza umana e questo forse in qualche modo rappresenta un punto di vista di Nicola Cici, quello secondo cui il contatto con l’io più profondo, con l’essenza, o con la religione, debba essere lasciato a un livello più alto, di maggiore solitudine perché spesso è proprio dal trovarsi soli con se stessi che si riescono a comprendere le sensazioni più nascoste, le più profonde e dunque necessitanti protezione dall’esterno. Il silenzio che avvolge l’immagine è in questo caso forse ancora più immobile, mentre le marcate linee che tracciano i profili delle scale e dei palazzi sottolineano la solennità del santuario.

trento in jazz
5 Trento in jazz

Nelle opere più legate alla musica invece la gamma cromatica cambia e tende verso i blu, gli azzurri, mentre l’ordine perfetto delle tele precedenti è completamente sovvertito da un disordine prospettico che sembra assecondare le note musicali, quelle del coinvolgente ed emozionante jazz o quelle più tradizionali di Vivaldi ma in ogni caso sempre in grado di dare un valore maggiore a tutto ciò che da quelle melodie viene avvolto.

summertime
6 Summertime

In Summertime il trombettista sembra essere poggiato su un mobile tappeto volante sul quale potersi elevare al di sopra della realtà contingente e sognare un mondo migliore, più indefinito, meno schematico eppure incredibilmente più affascinante e in grado di lasciar intravedere quella felicità che scaturisce spesso quando si ha il coraggio di rompere un equilibrio precedente. E forse è questo compito che Nicola Cici attribuisce agli artisti, che siano musicisti, pittori o scultori non importa, quell’essere messaggeri di possibilità differenti, di mostrare opzioni che gli altri non riescono a percepire senza il loro aiuto. Dunque l’essere umano, completamente assente nelle tele più panoramiche, appare solo se è funzionale al sogno, all’incanto di un’evasione spesso cercata ma poi lasciata indietro tra le cose da fare prima o poi.

cosa mi sta accandendo
7 Cosa mi sta accadendo?

Oppure come nell’opera Cosa mi sta accadendo? diviene protagonista dei disagi, delle inquietudini generate dall’inconsapevolezza della propria reale essenza che l’uomo contemporaneo è costretto ad affrontare, indeciso se mostrare il proprio vero volto o la maschera a cui ormai è abituato, incerto se assecondare la transizione verso l’evoluzione oppure restare attaccato alla precedente gabbia, quella da cui vorrebbe liberarsi senza avere il coraggio di farlo. Nicola Cici, talentuoso artista fin da giovane età, ha accantonato il suo sogno, senza però mai abbandonarlo, per molti anni, fino al 2015 quando si è iscritto a un corso del Maestro Albert che ha costituito il punto di svolta verso la sua vera carriera artistica che lo sta portando all’attenzione di esperti del settore.

NICOLA CICI-CONTATTI
Email: nicolacici1975@gmail.com
Sito web: https://www.cicinicolaartist.com
Facebook: https://www.facebook.com/nicola.cici.92
Instagram: https://www.instagram.com/nicolacici_art/

The magical worlds of Nicola Cici, halfway between dream and memory of past emotions

In contemporary life, that contemplative approach to what surrounds the individual has often been lost, as if noise could overpower profound sensations or distract from that contact with an interiority that despite everything needs to make its voice heard; some artists make the more or less conscious choice to distance themselves from that too-rapid reality by creating a parallel universe where everything seems to take on a different meaning by virtue of the rarefied atmosphere that envelops it and the suggestion that the visible exerts when it is dropped into a different dimension. Today’s protagonist has this kind of approach, perhaps unconsciously dreamy, through which he narrates the emotions received from a familiar glimpse, a memory, musical notes, allowing the observer to feel immediately involved in the images.

Once the most revolutionary phase of the early 20th century had passed, some artists began to feel the need to recover that contact with visible reality previously denied, literally rejected by all the avant-gardes that had dominated the international art scene; expressivity no longer had to adhere to total abstraction, nor did it have to detach itself from the subjectivity of the author of an artwork. On the contrary, around the 1930s and 1940s, it was realised that the purity of the plastic gesture did not have to exclude interiority in order to enhance art as a world in itself, nor could the description of what was caught with the gaze distract from a deeper and more intense involvement than mere observation. Already with Expressionism, reality had been pandered to the artist’s emotions, but even the excesses of that movement began to be overcome in order to establish the need for a return to order that took shape in Milan with the Novecento group, of which Mario Sironi, with his panoramic atmospheres of city views where there was often no trace of a human figure, was one of the greatest exponents, and in Rome with the Roman School, of which were interpreters Antonietta Raphaël and Mario Mafai in which, in different ways, emerged the personalisation and freedom with which the exponents of the current could express their interiority, through their own personal inclination.

Descriptive of the multifaceted emotions of the human figure placed in an unreal and suspended universe the former, oriented instead towards recounting the emptiness of cities when the streets are devoid of human life the latter, yet both were capable of giving a new face to art, a sort of encounter between Expressionism and Realism from which a soft, evocative, contemplative style was generated that expanded to generate other styles, one of which was Magic Realism. The investigative gaze of the artists of these two important movements of the last century dwelt on subtle energies, those noticeable only through perception and that managed to be imprinted on canvas thanks to that sense of order, of tranquillity, that the images sent back. The Trentino artist Nicola Cici, self-taught more due to almost obligatory life choices than to a lack of desire to undertake adequate studies, stands as the heir of both painting movements, the Novecento group and the Roman School, to which he also mixes a tendency towards Expressionism, stripped, however, of the dark and restless emotions of the Nordic artists, approaching instead the more dreamy and fairytale-like atmospheres of Marc Chagall.

The pictorial narrative seems to be a journey through the drawers of memory that the artist feels the need to manifest, filtering everything through his inner world, through the sensations aroused by certain places, landscapes or occasions that have caught his attention, conquered his sensitivity, or transported him to a magical dimension, as in the encounter with music. The colour is always acrylic, the tones tend to be earthy and orange when he pushes himself to open the drawers of his most distant memories, those linked to his childhood or to places that are constantly before his eyes, as if he wanted to lose himself in them in order to emphasise the sensations received within those landscapes that are known and yet to be discovered because it is only by virtue of his approach to the canvas that it is possible to go back over previously overlooked details. But the most evident characteristic of Nicola Cici’s works is the surface that appears rough, materic, in relief, as if the artist wanted to hold back the sensations that therefore become more intense, more solid, less elusive; the passage between present reality and evocation of the past does not in fact exist and so its atmospheres, its glimpses are suspended in time, they have neither past nor future, but only the present of the moment in which the eyes rest there or the mind returns to it. The canvas El canton represents exactly this, the capacity of a place to be the mirror of the artist’s interiority, no matter what city it belongs to, how many people crowd its streets every day, what manages to emerge thanks to Cici’s approach is the suspension of time generated by the absence of man, an often distracting element that diverts the observer’s attention from those subtle energies that only emerge in the moment of silence, of suggestion. The earthy, orange tones help emphasise the contrast between the night and the lights of the street lamps, which are not depicted, as if the artist had placed them outside the field of vision, themselves potential obstacles to the flow of the gaze. In the artwork Sanctuary under the moon the atmosphere becomes even more spiritual, as if the building wanted to watch over everything below the steps, as if the moon were a guiding light for those who feel the need to approach that place; here too, however, the human presence is missing, and this perhaps in some way represents Nicola Cici’s point of view that contact with the deeper self, with the essence, or with religion, should be left at a higher level, of greater solitude, because it is often from being alone with oneself that one is able to understand the most hidden, the deepest sensations, and therefore in need of protection from the outside.

The silence enveloping the image is in this case perhaps even more immobile, while the marked lines tracing the outlines of the stairs and buildings emphasise the solemnity of the sanctuary. In the artworks more related to music, on the other hand, the chromatic range changes and tends towards blues and light blues, while the perfect order of the previous canvases is completely subverted by a perspective disorder that seems to go along with the musical notes, those of the enthralling and exciting jazz or the more traditional ones of Vivaldi, but in any case always capable of giving a greater value to everything that is enveloped by those melodies. In Summertime, the trumpet player seems to be resting on a moving flying carpet on which he can rise above the contingent reality and dream of a better world, more indefinite, less schematic and yet incredibly more fascinating and capable of allowing a glimpse of that happiness that often arises when one has the courage to break a previous equilibrium. And perhaps it is this task that Nicola Cici attributes to artists, whether they are musicians, painters or sculptors it does not matter, that of being messengers of different possibilities, of showing options that others cannot perceive without their help. So the human being, completely absent in the more panoramic canvases, only appears if it is functional to the dream, to the enchantment of an escape often sought but then left behind among the things to be done sooner or later. Or, as in the artwork What is happening to me?, it becomes the protagonist of the discomforts, of the anxieties generated by the unawareness of one’s real essence that contemporary man is forced to face, undecided whether to show his true face or the mask he has become accustomed to, uncertain whether to go along with the transition towards evolution or to remain attached to the previous cage, the one he would like to free himself from without having the courage to do so. Nicola Cici, a talented artist from a very young age, set aside his dream, without ever abandoning it, for many years, until 2015 when he enrolled in a course by Maestro Albert, which was the turning point towards his true artistic career that is bringing him to the attention of experts in the field.