“Opera Omnia Volume 1”, il libro di poesie di Valeria Masoni-Fontana

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È uscito il libro di poesie con premessa di Guido Miano e prefazione di Enzo Concardi: ecco di cosa tratta il progetto

masoni fontana valeria 2022 opera omnia vol.1 poesiePubblicato il libro “Opera Omnia Volume 1 – Poesie” di Valeria Masoni-Fontana, con premessa di Guido Miano e prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Il Pendolo d’Oro”, Guido Miano Editore, Milano 2022.

Il progetto editoriale relativo all’Opera Omnia della scrittrice ticinese Valeria Masoni-Fontana (Chiasso, 1925 – Lugano, 2020) comprende questo volume, dedicato alla poesia e una successiva pubblicazione riservata alla prosa. La famiglia – dopo la sua morte – ha recuperato e trascritto tutto il materiale cartaceo, mantenendo il più possibile l’ordine cronologico dei testi rinvenuti a seguito di attente ricerche, al fine di riunire e conferire unità artistica alle sue creazioni letterarie ed anche con lo scopo di dar corpo ad una memoria documentativa che tenga conto dell’evoluzione filologica di molte liriche, come vedremo nel corso della prefazione. Ha contribuito a motivare la famiglia nell’intraprendere tale cammino culturale e spirituale, un lusinghiero e competente giudizio critico scritto circa quarant’anni fa da Guido Miano, fondatore e titolare di questa Casa Editrice, di cui parleremo durante l’analisi critica. Per ciò che concerne tutte le edizioni e pubblicazioni poetiche dell’autrice, rimando l’attenzione del lettore alla “bio-bibliografia” presente in fondo al libro, lasciando così più spazio al merito dell’estetica e dei contenuti.

Ritengo invece utile citare qui i titoli delle undici parti in cui è suddivisa l’Opera Omnia, in quanto ripercorrono sia l’andamento cronologico, che la simbologia emblematica di alcune tematiche prevalenti: 1 – Poesie giovanili; 2 – Riverberi d’ansie lontane (1945); 3 – Poesie sciolte (dalle prime raccolte); 4 – Inquietudini; 5 – In bilico (1946); 6 – Poesie sciolte (tra il 1947 e il 1950); 7 – Fiato d’inverni trascorsi (poesie dal 1950); 8 – Un dilagare d’ombre; 9 – Amarezze e schianti; 10 – Ora so; 11 – Per quel che non muta (raccolta edita nel 1957). Per inquadrare più da vicino gli orientamenti culturali entro i quali si muove la poetica di Valeria Masoni-Fontana, sono interessanti le interpretazioni letterarie del giornalista e Docente Universitario Pio Fontana (la comunanza di cognomi è solo un’omonimia), che ipotizza – in una recensione sulla Gazzetta Ticinese del 27 giugno 1958 – alcune vicinanze ed affinità con poeti dell’otto-novecento italiano. Egli infatti scrive: «… I suoi versi si arricchiscono di sapori ancestrali partendo da una affettuosa evocatività, tra gozzaniana e pascoliana…». Siamo dunque nell’ambito di una sensibilità decadentistica e crepuscolare, della quale i due poeti sono stati tra i più fedeli interpreti a cavallo tra i due secoli, ovvero di quel modo d’intendere la poesia come originata dal “fanciullino/a” che è dentro ognuno di noi, il quale ascolta le voci dell’inconscio, del mistero, delle emozioni, dell’irrazionalità, trascurando l’ispirazione razionale ed intellettuale.

E, in effetti, queste sono cifre – ovvero le cifre della comunicazione della lirica a livello interiore – che troviamo anche nella scrittura della nostra poetessa. Ed ancora (dalla stessa recensione): «…L’amore per la terra nativa trova espressione in taluni testi di Più schietta all’incontro … di notevole intensità, essi possono ricordare certi versi papiniani o qualche accenno di Clemente Rebora…». Sono due autori della prima metà del Novecento per i quali vale l’accostamento all’autrice se limitato al post-decadentismo di Papini, una delle diverse stagioni dello scrittore toscano, alla sua inquietudine esistenziale; e alle problematiche morali e spirituali di Rebora, con le relativi fasi di crisi. Problematiche e contrasti che troviamo persino in alcuni titoli di questo volume: Riverberi d’ansie lontane, Inquietudini, In bilico, Un divagare d’ombre, Amarezze e schianti. Da Pio Fontana vengono chiamati in causa anche Montale ed Ungaretti, soprattutto per certi scenari di desolazione e di dolore ma, aggiungerei, forse di più per la lezione dell’ermetismo, negli aspetti dei contenuti e dei linguaggi criptici, numerosi nel verseggiare della poetessa.

Guido Miano – nella recensione redatta nel 1982 – pennella un ritratto complessivo della poetessa, mettendo in risalto certe virtù peculiari dello stile e dei motivi ispiratori, basato soprattutto sulla silloge Per quel che non muta (1957), di cui riportiamo qui il passaggio più significativo: «… Dotata di sapiente lucentezza formale e di padronanza linguistica inconsueta Masoni-Fontana modula il verso a una cadenza interiorizzata, ancorché evocativa. Il taglio, netto incisivo, approda ai limiti del surreale, ma se ne discosta vuoi per un suo frasario temperato nel segno della migliore tradizione lirica… vuoi per una schietta ispirazione che, strettamente legata ai precordi della sua terra-madre, origine e fine dell’umano peregrinare, ne dilata la tematica al di là del consueto parfum nostalgico» (in Scrittori Italiani del II Dopoguerra. La poesia contemporanea, prefazione di Bruno Maier, Guido Miano Editore, Milano 1982).

Nella vastità di quest’Opera Omnia si possono comunque riscontrare alcune linee guida su cui ruotano le poesie riflessive e meditative, con contributi esistenziali e filosofici, ma soprattutto autobiografici, memoriali, introspettivi, centrati sulla trasposizione lirica dei dettagli psicologici dei personali stati d’animo, talvolta minuziosa, quasi ad assomigliare ad una tecnica psicanalitica che ci ricorda – per taluni aspetti – la prosa di Svevo ne La coscienza di Zeno (1923), altro autore inserito nel grande alveo del Decadentismo e pioniere del romanzo psicologico in Italia. Inoltre l’autrice ama il gioco dei contrasti e dei chiaroscuri, anche all’interno di una singola composizione, dinamiche che rispecchiano i moti segreti dell’anima, le proiezioni delle proprie ansie ed inquietudini insieme alla fotografia di una realtà spesso insoddisfacente e deludente, i dualismi tipici della natura umana, tra pessimismo ed ottimismo, speranza ed angoscia, terra e cielo, scetticismo ed impegno.

Alcune incursioni emblematiche nei testi chiariranno meglio al lettore un poetare talvolta ai confini della poesia-prosa, genere che in epoca contemporanea ha acquisito a pieno titolo diritto di cittadinanza, a partire da Cesare Pavese. L’attenzione cade sulla lirica Ho varcato alla foce (da Ora so) che parla da sé nella sua atmosfera cupa, piena di travagli, di tunnel senza uscita, di eredità mortali pesanti sulle spalle, acqua e cielo aridi: «Ho varcato alla foce il torrente / della mia terra: il Breggia / aveva acque inquiete e ciottoli lisci. / Ho risalito la sponda a sentire mio / il travaglio dell’acqua ad aprirsi un varco. / Non ci furono più ponti. / Io portavo millenni e millenni / nei miei passi di terra e dietro a me / i morti dei miei morti senza più ossa. / Un cielo senza tenerezze / sull’acqua che era poca». Il tema del torrente Breggia – che scorre nella sua terra, il Mendrisiotto – tanto caro all’autrice, sarà ripreso nella raccolta Per quel che non muta. Di tale poesia esistono tre versioni qui pubblicate – come specifica la nota in calce – con aggiunte di versi e perfezionamenti linguistici, come da «Ho varcato» a «Ho guadato» e da «ciottoli lisci» a «ciottoli levigati»: ciò testimonia contemporaneamente il “labor limae” oraziano, cioè l’accuratezza nel ricercare il miglior linguaggio e l’insoddisfazione dell’artista verso le sue opere (il famoso “risciacquare i panni in Arno” di manzoniana memoria).

Una particolarità dell’Opera Omnia è proprio questa: riportare in calce a quasi tutti i testi, brevi note che spiegano l’evoluzione nel tempo dei medesimi, dovuta ai ripensamenti dell’autrice. Un altro esempio riguarda la ricorrenza di taluni versi in più poesie: le liriche Senza farti male, Ora che i muri sono crollati…, La tua è terra di schianti (dalla raccolta Amarezze e schianti) presentano in comune il verso «Io giaccio qui»; le prime due anche la terzina: «Incontro ti viene il mio dolore. / Ha il passo che geme / e gli occhi: tristezza senz’occhi». Per il resto si rimanda ovviamente il lettore alle note stesse.

Tipiche liriche di poesia-prosa o poesia descrittiva dal verso lungo sono invece Cenere e Febbre (da In bilico), E quasi mi fa pena (da Poesie giovanili). Esse sono nel contempo anche paradigmatiche rispetto ai contenuti introspettivi ed auto-analitici sui quali spesso indugia la poetessa nell’indagare i suoi vissuti. Nella prima ricostruisce un siparietto della paura che ella nutre di veder cadere per terra la cenere di una sigaretta che tiene racchiusa tra le labbra, con la sua mano che si distacca senza accompagnarla con sé: «…Allora mi accorsi che avrei potuto anche abbassare quella / mano e posarla sul bracciale della sedia. E la posai. /…/ La sigaretta mi stava, spenta, tra le labbra. / Ma in realtà non era accaduto nulla…». La staticità della situazione è messa in risalto da diverse anafore, che solitamente invece servono per conferire dinamicità alla metrica. Nella seconda – molto più estesa – racconta con lo stesso stile di una prosa, un suo stato febbrile e le sensazioni di estraneità provate verso parti del corpo, le mani e le dita, come se fossero staccate dalla percezione dell’io, e della sua debole volontà fino all’abulia, di riprendere la normale vita quotidiana: «…Non desideravo neppure sollevare le mani per posarle sulla / fronte che non bruciava. /…/ Certo avrei potuto farlo, ma non lo feci. / Così spesso, anima mia. / Superata la crisi potresti riprendere quello che / non ti fu dato / di fare. / Potresti, ma non vuoi più». L’attenzione ai particolari è un’altra tipica forma della sensibilità decadentistica che si protrae ancora nel nostro tempo.

La lirica E quasi mi fa pena è ancor più chiara sulla tematica dello sdoppiamento della personalità, che può essere ascritta alle crisi d’identità dell’individuo moderno e non appartenere solo alla visione clinica psicanalitica, ma all’interessamento della poesia per la condizione esistenziale e psicologica del soggetto in una società alienante: gli indubbi rapporti e legami tra letteratura e psicanalisi sono stati più volte dimostrati. Oltre a Svevo, il nostro Pirandello è stato maestro in questo campo con il suo tema delle maschere in personaggi dai più volti (Uno, nessuno e centomila). Inequivocabili sono questi versi della parte finale di E quasi mi fa pena: «…Mi guardo vivere / e quasi mi fa pena / l’altro che vive / della mia grigia vita. / Il pianto e il riso suo / mi giungono / così lontani, / estranei sono a me che pur / solo pure in lui rivivo». In Valeria Masoni-Fontana l’ego e i suoi dintorni sono problematiche trattate diffusamente, per cui vediamone altri aspetti interessanti emergenti in ogni parte del libro.

C’è in lei un grande desiderio di luce dopo un incubo infantile (Perché), ma anche un’amarezza di eterni rimpianti (Ebbrezza sottile). Del domani non vi è certezza, per cui grande gioia ci dev’essere nel presente (Ma oggi è giorno). Albergano nel suo animo speranze deluse eppure ancora vive (Luci fuggenti) e nel contempo convive con un pessimismo da una muta fatica ai confini di case grigie, porte chiuse (Fatica). Il tema delle “mani” – già visto – ritorna altre volte, come in Mani: «E mani, mani non mie, / non voglion ch’io viva…», Dubbio («…le mani non più mie»), I colchici si son fatti cupi («Ridammi le mie mani»). Isolamento dal mondo (Solitudine) e pena di vivere (Colchico) sono qui marchio indelebile, tanto da far pensare al verso ungarettiano: «La morte si sconta vivendo». Ma ecco la legge degli opposti che fa scoppiare improvvisi picchi di gioia (Felicità). E tanto altro il lettore potrà scoprire nella lettura dei testi.

Vi sono poi incursioni nella memoria, mai isolate, ma sempre legate ai temi della terra, dell’infanzia, degli affetti familiari, dell’amore. Ecco dunque – in ordine sparso – poesie dedicate alla Mamma (il suo sorriso), ad un primo amore che se n’è andato (Come un singhiozzo), a cicatrici esistenziali che ricompaiono col tempo (Male antico), ad un’amica anima trasparente e sguardo luminoso (A Maria Pia), al sorriso di un bimbo (Sorriso tenue), al nostro habitat terrestre tra Paganesimo e Cristianesimo (E tu, Terra…), ad un Ritorno a casa guardando dal treno paesaggio e ricordi, all’oblio di un amore perché ogni intensità di sentimenti è spenta (Neve), al solo amore di una vita, ovvero noi (Ora so…), allo sguardo penetrante di lui (A ogni giorno vorrei togliere un’ora), alle radici disseccate per troppe partenze accompagnate dal dolore (Esilio, Emigranti)… Anche le osservazioni naturalistiche risentono dei substrati memoriali e rispecchiano spesso gli stati d’animo della poetessa, come le divagazioni sul tema della pioggia (Un non senso, Inconciliabili, Pioggia).

E infine vorrei richiamare l’attenzione del lettore sull’unica raccolta edita dall’autrice nel 1957 – Per quel che non muta – anche per la sua struttura formale: consta di quattro quasi-poemetti suddivisi in varie parti con numeri romani, di cui riporto i versi finali: «…Mia terra per quel che non muta / per il vomere, il seme e la morte / tu ti schiudi benigna: / per il vomere, il seme e la morte: / per quel che non muta».
Parole di un testamento spirituale.
A cura di Enzo Concardi

Valeria Masoni-Fontana (Chiasso, 1925 – Lugano, 2020) è stata avvocatessa, scrittrice e poetessa. I suoi genitori erano Cornelio Fontana e Paola Felix; il padre, da molti anni, Vicesindaco liberale-radicale di Chiasso, quando la forte colonia italiana pareva in procinto di superare, per numero, i cittadini svizzeri e indulgere al fascismo e a qualche suo atteggiamento prepotente, aveva tenuto un discorso fortemente antifascista a sostegno della nostra democrazia. Ha frequentato il Ginnasio Cantonale a Mendrisio, il Liceo Cantonale a Lugano e ha studiato legge a Zurigo e a Losanna. Ha esercitato l’avvocatura dal 1956 e dal 1969 (prima donna ammessavi nel Canton Ticino) il notariato. Ha condotto con il marito Franco Masoni uno studio legale e notarile a Lugano, cui si sono unite poi le figlie Marina, Giovanna, Paola. Da giovane ha pubblicato prose e poesie in giornali e riviste studentesche del ginnasio e della Federazione Goliardica Ticinese, tra cui “In bilico” e “Mosaico” (rivista del Circolo Studentesco di Lugano). Nel 1957 ha pubblicato la raccolta di poesie Per quel che non muta nella Collana di Lugano diretta da Pino Bernasconi (per i tipi della SA Successori a Natale Mazzuconi); tre poesie di questa raccolta sono poi apparse nel volume Scrittori Italiani del II Dopoguerra, La poesia contemporanea, con prefazione di Bruno Maier (Guido Miano Editore, Milano 1982); qualche suo verso è richiamato nella raccolta di Franca Cleis, Ermiza e le altre (Roosenberg & Sellier, Torino 1993). Dal 1978 al 1981 ha pubblicato prose letterarie (ricordi d’infanzia e familiari) a ritmo quasi settimanale nella “Gazzetta Ticinese”, a firma vmf, con il titolo Nebbie sul Breggia. Le stesse prose sono state poi raccolte nel volume La mantide nell’ambra (Dadò Editore, Locarno 1995) insieme ad una nuova sezione di testi (ricordi precedenti e recenti) chiamata Du côté de chez… rien (il titolo è d’ispirazione proustiana perché Marcel Proust era per Lei l’Autore preferito).

Valeria Masoni-Fontana, Opera Omnia Volume 1 – Poesie, premessa di Guido Miano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 208, isbn 978-88-31497-78-7, mianoposta@gmail.com.