Reti che tengono: la lotta alla violenza sulle donne nasce dai territori

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Per contrastare davvero la violenza contro le donne non bastano le leggi. Servono relazioni, cooperazione, responsabilità condivise. È questo il messaggio che emerge con forza dalla ricerca Prevenire e combattere la violenza contro le donne: le reti territoriali – Anno 2025, pubblicata dall’ISTAT lo scorso dicembre e che rappresenta il primo tentativo sistematico di mappare a livello nazionale le reti territoriali formalmente attive nel contrasto alla violenza di genere.

L’indagine nasce dai lavori di un Tavolo interistituzionale che ha coinvolto il Dipartimento per le Pari Opportunità, le Regioni e le Province autonome e le associazioni impegnate nella protezione delle vittime. Già nella sua genesi, dunque, la ricerca riflette quell’approccio integrato che la Convenzione di Istanbul e la normativa italiana indicano come imprescindibile: la violenza maschile contro le donne non è un’emergenza episodica, ma un fenomeno strutturale che richiede risposte coordinate, continuative e multilivello.

I numeri restituiscono un quadro articolato. Sono 251 le reti territoriali censite, istituite attraverso protocolli, accordi e intese formali. La loro distribuzione geografica e la loro struttura variano sensibilmente, rivelando modelli di governance differenti: in alcuni casi prevale una regia regionale centralizzata, in altri le reti nascono dal basso, per iniziativa di soggetti locali che rispondono a bisogni concreti emersi sul territorio. Non si tratta di una contrapposizione netta, ma di una tensione costante tra indirizzo istituzionale e capacità di innovazione sociale. Un dato appare però trasversale e inequivocabile: il ruolo centrale dei Centri antiviolenza. Nell’89,6% dei protocolli censiti i CAV sono direttamente coinvolti e spesso rappresentano il perno attorno a cui si costruisce l’intero sistema di protezione. Accanto a loro operano Comuni, Prefetture, servizi sociali e sanitari, forze dell’ordine, magistratura, scuole, ordini professionali. È la dimostrazione che la tutela delle donne non può essere demandata a un solo attore, né confinata a una sola fase dell’intervento.

La ricerca dell’ISTAT consente di individuare alcune regioni che si distinguono per assetti più maturi e strutturati. La Toscana emerge come esempio di modello sistemico: una forte leadership pubblica, l’integrazione avanzata tra sanità, servizi sociali e giustizia e l’esperienza del Codice Rosa mostrano come una rete possa diventare parte stabile delle politiche regionali, non solo uno strumento emergenziale. Qui la prevenzione e la protezione procedono insieme, sostenute da procedure codificate e da un coordinamento continuo. La Lombardia si caratterizza invece per l’ampiezza e la densità delle reti: è la regione con il maggior numero di soggetti promotori coinvolti. Il suo modello multilivello, che intreccia ambito comunale, settore giudiziario, sanitario ed educativo, mostra una forte capacità di mobilitazione territoriale, pur richiedendo uno sforzo elevato di governance per mantenere coerenza e continuità. Nella regione Lazio viene rappresentato emblematicamente il modello “dal basso”: con il numero più alto di reti censite, i Centri antiviolenza si presentano come i principali promotori e garanti della tenuta del sistema. Potremmo definirla una best practice fondata sull’attivismo dei servizi specializzati, capaci di costruire alleanze attorno ai bisogni delle donne e di colmare, in alcuni casi, le fragilità della regia istituzionale. Anche l’Emilia-Romagna e il Veneto si distinguono per reti ampie, diversificate e relativamente stabili, con un forte coinvolgimento del settore sanitario e giudiziario e una copertura territoriale che va oltre il singolo Comune. Qui il punto di forza risiede nella capacità di coordinare attori diversi su scala metropolitana o provinciale, riducendo il rischio di frammentazione.

Accanto a questi modelli più consolidati, l’Abruzzo rappresenta un caso particolarmente interessante, perché restituisce l’immagine di una rete in fase di strutturazione avanzata, ma ancora fortemente ancorata al livello locale. Secondo i dati ISTAT, in Abruzzo sono 13 le reti territoriali censite, con una prevalenza dell’ambito comunale e un ruolo molto marcato dei servizi comunali, che figurano tra i principali soggetti promotori. È una configurazione che segnala una forte prossimità ai territori e ai bisogni immediati delle donne, ma che al tempo stesso evidenzia la necessità di rafforzare il coordinamento sovracomunale e l’integrazione sistemica con il settore sanitario e giudiziario. In questo senso, l’Abruzzo appare come un laboratorio significativo: una rete radicata, capace di intercettare le situazioni di violenza, ma chiamata a consolidare ulteriormente i propri meccanismi di governance per garantire uniformità e continuità degli interventi.

Se da una parte vi sono regioni caratterizzate da una forte articolazione delle reti, l’indagine mette in luce anche i contesti in cui la strutturazione appare più debole o fortemente accentrata. È il caso della Sardegna, che presenta una sola rete territoriale censita a livello regionale. Come chiarisce il report, questo dato non va interpretato come assenza di politiche o di interventi, ma come espressione di un modello fortemente centralizzato, in cui un unico atto di indirizzo regionale svolge la funzione di cornice generale per l’azione sul territorio. La Sardegna rientra infatti tra quelle regioni che hanno scelto di concentrare la governance della rete in un accordo quadro regionale, demandando poi ai livelli locali l’attuazione delle misure previste. Se da un lato questo assetto garantisce uniformità di indirizzo e coerenza normativa, dall’altro può rendere meno visibile la dimensione operativa delle reti locali e più complesso il monitoraggio puntuale delle pratiche di collaborazione effettivamente attive. In questi contesti, la sfida principale non è tanto la formalizzazione delle reti, quanto la loro traduzione concreta nei territori, affinché l’integrazione tra servizi non resti solo sulla carta ma si trasformi in procedure condivise e accessibili per le donne.

Questa lettura vale, con modalità analoghe, anche per altre realtà con una sola rete censita, come Umbria e Valle d’Aosta, dove la presenza di un unico protocollo richiama un’impostazione istituzionale accentrata. Nel complesso, l’indagine suggerisce che un numero ridotto di reti non equivale automaticamente a una minore attenzione al fenomeno, ma segnala piuttosto un diverso equilibrio tra governance centrale e articolazione territoriale, con effetti significativi sulla capacità di intercettare i bisogni e di costruire risposte prossime alle vittime.

Al di là delle differenze territoriali e dei modelli di governance adottati, l’indagine consente però di individuare alcuni elementi comuni che attraversano l’insieme delle reti attive sul territorio nazionale. Tra questi, un ruolo centrale è giocato dagli obiettivi condivisi. Le reti lavorano soprattutto per condividere procedure codificate di accoglienza e per sviluppare strategie operative integrate. È il segno di un sistema che cerca di garantire alle vittime risposte tempestive e omogenee, evitando che la qualità della protezione dipenda dal luogo in cui una donna chiede aiuto. Meno centrali, ma comunque presenti, sono le azioni di prevenzione, formazione e sensibilizzazione: una scelta che riflette l’urgenza dell’intervento, ma che interroga sulla necessità di investire di più nel cambiamento culturale.

In questo quadro, le iniziative dal basso non appaiono come un’alternativa alle politiche pubbliche, bensì come il loro banco di prova. Le reti costruite intorno ai bisogni delle vittime sono spazi in cui si sperimentano modelli di governance, si testano collaborazioni interistituzionali, si produce conoscenza operativa. Quando queste esperienze vengono riconosciute, sostenute e monitorate dalle istituzioni, il sistema di tutela si rafforza. Questo testimonia l’importanza di investire nella qualità delle reti, nella loro capacità di dialogo, nel riconoscimento del sapere accumulato da chi opera quotidianamente sul campo. Significa anche accettare che la lotta alla violenza contro le donne non si esaurisce nelle norme o nei finanziamenti, ma passa dalla costruzione di relazioni di fiducia e responsabilità condivisa.