Insegnante di Lettere e scrittrice, Notaristefano conosce da vicino il mondo dei giovani e quello degli adulti chiamati ad accompagnarli nel loro percorso di crescita. Nel romanzo queste due dimensioni si incontrano e talvolta si scontrano, dando vita a una narrazione che affronta temi delicati senza mai rinunciare alla complessità dei personaggi e delle situazioni raccontate. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ripercorrendo le origini del libro, le scelte narrative che ne hanno guidato la costruzione e il rapporto tra letteratura, realtà e responsabilità del racconto.
Lei insegna da molti anni e ha quindi la possibilità di osservare quotidianamente il mondo degli adolescenti. Quando ha iniziato a scrivere La città dalle finestre chiuse, sentiva di voler raccontare una storia specifica oppure di affrontare alcune domande più generali legate all’adolescenza contemporanea e al rapporto tra giovani e adulti?
Più che raccontare una storia specifica intendevo raccontarne una che potesse mettere in evidenza l’incomunicabilità tra giovani e adulti.
Gabriella è una ragazza che colpisce per intelligenza, sensibilità e capacità di osservazione, ma nel romanzo non viene mai idealizzata. Quanto è stato importante, per lei, evitare la costruzione di un personaggio esemplare e restituire invece tutte le contraddizioni che appartengono a quell’età?
Non volevo delineare un personaggio stereotipato. Romanzi sull’adolescenza pullulano ma molti di essi sono costruiti come prodotti in serie con l’obiettivo di intrattenere e rassicurare chi legge. Volevo scrivere un romanzo sul lato oscuro dell’adolescenza, quella che sfugge a qualsiasi definizione, a qualsiasi etichetta, a qualsiasi risposta facile e che perciò viene evitata, in primis proprio dal mondo editoriale, dove l’interesse a scuotere le coscienze sta perdendo sempre più spazio. Credo che tutto ciò dipenda non soltanto dalla necessità di rendere “commerciale” un libro ma anche dalla complessità del disagio adolescenziale, una questione complessa e sfuggente che spaventa noi adulti, incapaci di accettare di non poter conoscere totalmente i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri studenti.
Nel romanzo sono gli adulti a cercare continuamente risposte, a interrogarsi su ciò che è accaduto e a rileggere il passato alla ricerca di segnali sfuggiti. Scrivendo questa storia, ha avuto la sensazione di raccontare soprattutto l’adolescenza oppure, in fondo, il modo in cui gli adulti fanno i conti con i propri limiti?
Volevo scandagliare l’abisso dell’incomunicabilità tra adulti e adolescenti. Anche se i temi del suicidio e del disagio giovanile sono centrali, il romanzo è focalizzato sulle diverse reazioni degli adulti di fronte alla perdita, di fronte al mistero della morte, di fronte al fallimento. Sono interrogativi che, come mamma e insegnante, riguardano in primis proprio me.
E a proposito della difficoltà degli adulti nel comprendere ciò che accade davvero ai ragazzi che hanno accanto, secondo lei si tratta soprattutto di un problema di ascolto, di linguaggio o di prospettiva? E quanto questa distanza è cambiata rispetto alle generazioni precedenti?
Penso che tra adulti e giovani ci siano problemi di comunicazione: non abbiamo valori da condividere. Oggigiorno, a mio parere, stiamo vivendo una fase di transizione: stiamo ridefinendo i nostri ruoli in una società in rapida trasformazione. Al momento, penso che noi adulti siamo confusi e perciò incoerenti: non sappiamo più porci come autorevoli punti di riferimento e poi rimproveriamo i ragazzi di essere disorientati; costruiamo attorno ai ragazzi un mondo violento ma gridiamo allo scandalo di fronte alla loro aggressività; parcheggiamo figli e nipoti davanti a uno smartphone ancor prima dello svezzamento e poi ci sorprendiamo che diventino dipendenti dai social; li mettiamo al mondo ma troviamo faticoso educarli o trascorrere del tempo con loro.
Che tipo di comunicazione potrebbe esserci a queste condizioni? Credo che la distanza tra giovani e adulti ci sia sempre stata ma, rispetto al passato, presenta una differenza negativa e una positiva. Quella negativa è che la nostra risposta semplice a questo problema complesso è fare gli amici dei nostri figli, nipoti e studenti, creando una pericolosa confusione di ruoli. Peraltro, un vero amico non deve spalleggiarti sempre ma dev’essere così leale da dirti quando sbagli. La differenza positiva consiste nella maggiore attenzione al disagio giovanile: prima se ne parlava poco e nitente; perlomeno adesso sta emergendo il problema.
Molti romanzi tendono a individuare cause precise e responsabilità riconoscibili. In La città dalle finestre chiuse, invece, nessun personaggio viene ridotto al ruolo di colpevole o di vittima assoluta. È stata una scelta maturata fin dall’inizio oppure qualcosa che si è imposto durante la scrittura?
Se la causa del suicidio di Gabriella fosse stata individuabile, che so, in abusi o in una famiglia tossica, sarebbe stato un romanzo diverso. Io volevo parlare del male oscuro, di incomunicabilità, del silenzio con cui dobbiamo restare al di qua del mistero del rifiuto della vita, forse l’atto più innaturale che un essere umano possa compiere. A ispirare questa scelta è stato proprio l’interrogativo da cui prende le mosse il romanzo e che lo accompagna fino alla catarsi finale: neanche una famiglia amorevole e ‘sana’ può proteggere un’adolescente dall’angoscia? L’amore non basta a salvare?
La scuola occupa uno spazio importante nella narrazione, ma viene rappresentata come un luogo abitato da persone diverse, con sensibilità, limiti e possibilità differenti. Quanto era importante per lei allontanarsi da certe rappresentazioni stereotipate dell’ambiente scolastico che spesso emergono nel dibattito sociale?
Odio gli stereotipi. Gli adolescenti sono rappresentati tutti nello stesso modo. Le donne anche. Così la scuola. Non sopporto neanche le serie tv, le fiction, sulla scuola. Non ce n’è neanche una lontanamente realistica, perché si vuole offrire agli spettatori ciò che si aspetta di vedere o ciò che è più comodo mostrare. Così accade nel mondo editoriale. Io ho condiviso con i lettori e le lettrici uno spaccato reale della vita scolastica, colto nella peggiore delle situazioni: il suicidio di una studentessa. La scuola è abitata da persone diverse, è una comunità che presenta i limiti e la bellezza di qualsiasi cosa che interessi ciò che è “umano”. Dipingerla in modo stereotipato è un atto strumentale e irrispettoso nei confronti del pubblico.
Durante la stesura di La città dalle finestre chiuse ci sono stati autori o opere che, direttamente o indirettamente, hanno accompagnato il suo lavoro? Non necessariamente come modelli, ma come letture con cui si è trovata a dialogare mentre costruiva il romanzo.
No, almeno non nel senso di letture specifiche. In generale, quando scrivo, dialogano con me tutte le letture fatte nel corso della mia vita, perché mi hanno arricchita come persona e formata come scrittrice. Durante la stesura di La città dalle finestre chiuse sono stata impegnata, più che altro, a osservare il rapporto genitori-figli e quello insegnanti-studenti. Mi sono concentrata moltissimo sulle ferite di Taranto, correlativo oggettivo del dolore di Gabriella, e mi sono interrogata sulle reazioni degli adulti di fronte alle tragedie. Non c’è ispirazione migliore dell’umanità.
Nel corso della scrittura c’è stato un personaggio che l’ha sorpresa più degli altri, prendendo una direzione diversa da quella che aveva immaginato inizialmente? Se sì, in che modo ha modificato il percorso del romanzo?
Sì, il personaggio di Erica, la giornalista. Ha avuto un’evoluzione inaspettata anche per me. Mi è piaciuto tantissimo scrivere di lei: inizialmente interessata solo agli scoop, a fare del sensazionalismo privo di scrupoli, si ritrova, con il suicidio di Gabriella, nipote del suo amante, a gestire un coinvolgimento diverso dal solito, che la spinge a porsi domande sull’etica del proprio lavoro. D’altronde, è una donna decisa e idealista, che lascia Enrico, il suo amante, proprio perché non ne sopporta l’accidia.
Mimmo Semeraro è probabilmente il personaggio che guarda la tragedia da una prospettiva più disturbante. Attraverso il suo modo di interpretare ciò che accade emergono risentimenti, pregiudizi e dinamiche sociali che vanno oltre la vicenda della famiglia Santoro. Come è nato questo personaggio e cosa desiderava raccontare attraverso il suo sguardo?
Mimmo Semeraro, ex vicino di casa della famiglia Santoro, rappresenta la tracotanza dell’ignoranza. Proviene da un contesto di svantaggio socio-economico e la sua frustrazione sociale lo porta a considerare i Santoro dei borghesi privilegiati, degli snob che hanno avuto fortuna nella vita, giungendo al punto da sentirsi socialmente “vendicato” dal suicidio di Gabriella. Mimmo riuscirà ad affermarsi, poiché viviamo in una società che premia chiunque sia privo di scrupoli.
L'Opinionista® © since 2008 Giornale Online
Testata Reg. Trib. di Pescara n.08/08 dell'11/04/08 - Iscrizione al ROC n°17982 del 17/02/2009 - p.iva 01873660680
Pubblicità e servizi - Collaborazioni - Contatti - Redazione - Network -
Notizie del giorno -
Partners - App - RSS - Privacy - Cookie Policy
SOCIAL: Facebook - X - Instagram - LinkedIN - Youtube