A volte basta una decisione politica per modificare l’equilibrio economico di un intero Paese, coinvolgendo cittadini e imprese senza distinzione. Specialmente quando si tratta dell’Unione Europea, le decisioni prese impattano su più paesi che si trovano costretti ad adeguarsi o a reagire.
La nuova tassa green proposta dall’Unione Europea rischia di colpire duramente l’Italia, con effetti che potrebbero essere paragonati a uno tsunami. Non solo le industrie, ma anche le famiglie italiane potrebbero subire rincari significativi, con ripercussioni su consumi e bilanci domestici.
Il 13 novembre, all’Ecofin, i ventisette Stati membri discuteranno la riforma della tassazione energetica, tema che divide le capitali europee. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dichiarato che l’Italia si opporrà fermamente, per proteggere il tessuto industriale nazionale.
Le misure allo studio prevedono penalizzazioni per chi utilizza petrolio, carbone e gas, con regole pensate prima della crisi energetica. Ora, secondo Roma, è necessario rivedere tutto, adattando le proposte alla nuova realtà economica e geopolitica del continente.
L’obiettivo dell’UE è modificare la Energy Taxation Directive, rendendo più rigide le regole e spingendo verso una produzione energetica pulita. I carburanti non saranno più tassati in base al volume, ma in base al contenuto energetico e all’impatto ambientale generato.
L’Unione Europea classificherà i prodotti energetici in base alla loro “dannosità”, applicando aliquote più alte a quelli più inquinanti e meno sostenibili. Le istituzioni europee elimineranno gradualmente le esenzioni sul riscaldamento domestico, imponendo una tassazione minima anche sui combustibili fossili utilizzati nelle abitazioni.
Anche le esenzioni totali per il trasporto marittimo, aereo e per la pesca verranno rimosse, aumentando i costi in settori strategici. Le imprese, per compensare la spesa, potrebbero riversare i costi sui consumatori, generando rincari diffusi su beni e servizi essenziali.
La premier Giorgia Meloni ha criticato il Carbon Border Adjustment Mechanism, definendolo dannoso per l’industria siderurgica italiana. Secondo lei, questa misura incentiva le delocalizzazioni e penalizza chi ha già investito nella riduzione delle emissioni di carbonio.
Nel 2024, le acciaierie italiane hanno prodotto il novanta per cento dell’acciaio utilizzando forni elettrici alimentati da materiali ferrosi di scarto. Un dato che dimostra l’impegno del settore nella sostenibilità, ma che rischia di essere vanificato da nuove imposizioni fiscali.
Il sistema produttivo italiano dipende dal gas per la manifattura e per la produzione di elettricità, rendendolo vulnerabile agli aumenti. La nuova normativa potrebbe aggravare i costi per imprese e famiglie, riducendo gli incentivi per chi consuma fonti fossili in modo efficiente.
Il rischio è vedere diminuire gli investimenti e l’innovazione, mentre cresce la concorrenza da parte di Paesi non soggetti agli stessi oneri. In un contesto già fragile, ogni scelta fiscale deve tenere conto dell’equilibrio tra sostenibilità ambientale e sopravvivenza economica.
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