Il titolo, già di per sé programmatico, indica la direzione dell’intero lavoro: l’astrazione come slancio verso una dimensione riflessiva e filosofica; il “sociale” come richiamo alla concretezza dell’esperienza umana e collettiva: attorno a questa dialettica si muove l’intera silloge, la cui struttura accompagna il lettore in un percorso progressivo.
I primi componimenti davanti a cui ci si trova, sono fortemente ancorati al paesaggio naturale: ulivi secolari, scogli, albe, rondini, stagioni che mutano. Non si tratta di descrizioni contemplative fini a sé stesse, ma di scenari che riflettono uno stato interiore. Nella poesia d’apertura Natura morta, per esempio, un ulivo ridotto a rudere e un silenzio “reboante” diventano immagini di un vuoto esistenziale che si traduce in domanda, dove l’interrogativo, tuttavia, non cerca soluzioni immediate, ma apre uno spazio di riflessione: la natura è specchio e misura dell’inquietudine. Proprio a partire dalla natura, la ciclicità è uno degli assi portanti della raccolta. Alba e notte, luce e ombra, inverno e primavera si alternano in una tensione continua che non approda mai a una definitiva pacificazione. In Scalpita la prima luce dell’alba l’aurora appare come promessa di rinnovamento, ma la notte torna a riaffiorare, ricordando la precarietà di ogni slancio. In L’Attesa il futuro è definito come “azzardo”, parola che restituisce bene il clima emotivo della silloge: il passo avanti non è certezza, ma rischio, così come l’alba che arriva ogni nuovo giorno, promettente, ma in qualche modo illusoria.
Accanto alla dimensione lirica si sviluppa progressivamente una riflessione più esplicita sul contemporaneo. Procedendo con la lettura dei componimenti di Pellegrino, via via l’attenzione si sposta sull’uomo di oggi, sulla perdita di riferimenti e sull’omologazione. Un senso di artificio diffuso, di trasformazione che svuota anziché arricchire: il linguaggio si fa più diretto, talvolta aforistico, segnando un cambio di ritmo rispetto ai componimenti iniziali. Non casualmente, uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio la varietà formale: Pellegrino alterna testi ampi, costruiti su immagini dense e articolate, a brevi composizioni che condensano in pochi versi un’idea o un’intuizione. Alcuni componimenti sfiorano la forma epigrammatica, altri adottano una struttura più tradizionale, dove la rima contribuisce a sottolineare il legame con la memoria e con il territorio. Eppure, la pluralità dei versi di Pellegrino non appare dispersiva: al contrario, riflette la molteplicità dei temi e sostiene la tensione tra astrazione e concretezza evocata dal titolo.
Il rapporto con il luogo e con la natura addensa i componimenti del poeta: la presenza della città, del mare, delle terre arse dal sole richiama un orizzonte meridionale che non è mai folklorico, ma entra nella scrittura come elementi identitari. Il paesaggio diventa così una lente attraverso cui osservare trasformazioni sociali e personali. L’appartenenza è sentita, ma non idealizzata: anche il territorio è attraversato da crepe, da segni di logoramento. Poi, in chiusura alla silloge, con Broken Dreams il tono cambia sensibilmente: la natura arretra e lascia spazio a un contesto più urbano, fatto di plastica, polvere, cartone; mentre il lessico, riga dopo riga, diviene concreto, quasi ruvido. Il verbo “resistere”, ripetuto, scandisce il ritmo di una sopravvivenza quotidiana: così, l’Io lirico non è più soltanto osservatore, ma corpo esposto, figura marginale che incarna una fragilità condivisa. È qui che il “sociale” del titolo emerge con maggiore forza: la dimensione individuale si sovrappone a quella collettiva, trasformando l’esperienza personale in specchio di una condizione più ampia.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura oscilla tra un registro talvolta aulico e immagini di immediata concretezza. L’uso di aggettivi ricercati convive con espressioni essenziali; le domande retoriche ricorrono come strumento di apertura, più che di chiusura del discorso. Non c’è volontà di offrire risposte definitive; piuttosto, la parola diventa spazio di vigilanza, luogo in cui il dubbio trova cittadinanza.
Sul piano biografico, Dario Pellegrino nasce a Scorrano nel 1987 e vive a Maglie, nel Salento. Diplomato in Gestione Aziendale con indirizzo turistico, lavora come Front Desk Manager in un hotel a Otranto. Parla quattro lingue e coltiva interessi che spaziano dalla lettura allo sport. L’esperienza dell’ospitalità e del contatto quotidiano con persone provenienti da contesti diversi sembra tradursi, nei testi, in una sensibilità attenta alle dinamiche relazionali e alle trasformazioni dell’identità. Il viaggio e l’osservazione del paesaggio sono matrici evidenti della sua scrittura, così come una costante riflessione sul tempo presente.
Nel complesso, Astrazioni Sociali si configura come una raccolta coerente, che mantiene saldo il filo tra dimensione interiore e scenario collettivo. La poesia non si rifugia nell’astrazione pura, ma utilizza l’immagine simbolica per interrogare la realtà.
Allo stesso tempo, evita la dichiarazione ideologica, preferendo una forma di riflessione che procede per suggestioni e contrasti. In una contemporaneità segnata da comunicazioni rapide e semplificate, la proposta di Pellegrino invita a una lettura lenta, a una sosta. Tra paesaggi naturali e scenari urbani, tra memoria e disincanto, la raccolta costruisce un attraversamento del presente che non indulge nell’enfasi, ma mantiene uno sguardo lucido.
È una poesia che non promette salvezza, ma esercita un compito più sobrio e forse più necessario: restare vigile.
SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Astrazioni Sociali
Autore: Dario Pellegrino
Editore: Edizioni Albatros
Genere: Poesia Contemporanea
Pagine: 60
ISBN: 979-12-236-0975-0
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