Economia

8 marzo: lavoro, sfida aperta. Donne più istruite ma meno pagate

Occupazione più bassa, carriere più fragili e salari inferiori: i numeri della parità ancora lontana nel lavoro

Quest’anno l’8 marzo non rappresenta soltanto la Giornata internazionale della donna, ma anche un momento di bilancio del cammino compiuto dalle donne italiane negli ultimi ottant’anni. Un passaggio decisivo si ebbe tra il 1945 e il 1946, quando due decreti legislativi luogotenenziali riconobbero alle donne prima il diritto di voto e poi quello di essere elette, aprendo per la prima volta la strada alla loro piena partecipazione alla vita democratica del Paese.

Si tratta di una conquista fondamentale e, allo stesso tempo, sorprendentemente recente. Solo nel secondo dopoguerra si avviò infatti un reale processo di inclusione delle donne nella cittadinanza politica, segnando una svolta destinata a trasformare in profondità la società italiana.

Ma la cittadinanza politica, da sola, non garantisce la piena parità: il banco di prova più concreto resta ancora oggi l’autonomia economica, a partire dall’accesso al lavoro e dalla qualità dell’occupazione.

Il Rendiconto di Genere 2025 del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’INPS, presentato lo scorso febbraio 2026, offre uno spaccato particolarmente significativo della condizione femminile nel nostro Paese. Ne emerge l’immagine di un’Italia in cui le donne sono numericamente maggioritarie e mediamente più istruite, ma continuano a incontrare ostacoli rilevanti nei percorsi lavorativi, retributivi e di autonomia economica.

Il dato più emblematico riguarda l’occupazione. Nel 2024 il tasso di occupazione femminile si ferma al 53,3%, contro il 71,1% degli uomini, con un divario che sfiora i diciotto punti percentuali.

Ma dietro questo dato medio si nasconde una geografia delle opportunità molto diseguale. In alcune regioni del Nord i livelli di partecipazione al lavoro femminile si avvicinano alla media europea: in Emilia-Romagna il tasso di occupazione delle donne raggiunge il 63,2%, in Lombardia il 62,3% e in Toscana il 63,7%. La situazione cambia drasticamente nel Mezzogiorno, dove i valori restano molto più bassi: in Calabria lavora il 33,1% delle donne, in Campania il 32,3% e in Sicilia il 34,9%, dati che fotografano un divario territoriale profondo e persistente nel mercato del lavoro italiano.

Anche la qualità dell’occupazione evidenzia forti squilibri. Le donne risultano meno presenti nei contratti a tempo indeterminato, mentre restano sovrarappresentate nel part-time – spesso involontario – e nelle forme di lavoro più precarie. Nel settore privato, la presenza femminile nei contratti stabili si attesta poco sopra il 40%, mentre gli uomini superano il 59%, segno di una persistente asimmetria nelle opportunità occupazionali.

Sul piano salariale il divario di genere continua a essere significativo. Le retribuzioni femminili restano mediamente inferiori di oltre venti punti percentuali rispetto a quelle maschili, con differenze ancora più accentuate in alcuni comparti economici – come quello finanziario, immobiliare e professionale – dove il gap supera talvolta il 30%.

Le disuguaglianze diventano ancora più evidenti nelle posizioni apicali. La presenza femminile nei ruoli dirigenziali rimane limitata e il mercato del lavoro continua a mostrare forme di segregazione settoriale molto marcate: scuola e sanità risultano fortemente femminilizzate, mentre ambiti come le forze armate e i corpi di polizia restano prevalentemente maschili.

Il paradosso italiano è che tutto ciò avviene in un Paese in cui le donne, sul piano dell’istruzione, registrano risultati migliori degli uomini. Le diplomate e le laureate sono ormai la maggioranza, arrivando a rappresentare quasi il 70% dei titoli nelle lauree magistrali a ciclo unico. Nonostante ciò, l’Italia resta tra gli ultimi Paesi europei per numero complessivo di laureati, un ritardo strutturale che incide negativamente sulla qualità del mercato del lavoro e sulle opportunità di crescita.

Nel contesto europeo l’Italia migliora tuttavia la propria posizione nel Gender Equality Index 2025, collocandosi al 12° posto e guadagnando quasi dieci punti rispetto al 2015, con progressi nelle aree della salute, dell’istruzione, della rappresentanza politica e del lavoro. Un miglioramento significativo che segnala una dinamica positiva nel lungo periodo, pur in un Paese che continua a essere attraversato da forti contrasti territoriali, economici e culturali.

A pesare sulla partecipazione femminile al lavoro è anche la carenza di servizi per l’infanzia e per la conciliazione tra vita familiare e professionale. L’offerta di posti negli asili nido rimane ancora lontana dagli obiettivi europei e il lavoro di cura continua a gravare in larga misura sulle donne. Questa distribuzione squilibrata delle responsabilità familiari produce effetti che si accumulano nel corso della vita lavorativa e si riflettono, inevitabilmente, anche nel sistema previdenziale.

Le pensioni rappresentano infatti l’ultima tappa di un percorso segnato da disuguaglianze. Gli assegni previdenziali percepiti dalle donne risultano sistematicamente inferiori rispetto a quelli degli uomini. In alcune gestioni la differenza può superare il 46%, soprattutto nelle pensioni di vecchiaia del settore privato, dove le carriere femminili più discontinue si traducono in trattamenti economici sensibilmente più bassi.

Il quadro complessivo restituito dal Rendiconto di Genere 2025 del CIV dell’INPS, conferma dunque che la parità di genere in Italia rimane una sfida aperta. I progressi compiuti negli ultimi decenni sono indiscutibili, ma le disuguaglianze strutturali continuano a manifestarsi in molte dimensioni della vita sociale ed economica.

Per questo l’8 marzo non può limitarsi a essere una ricorrenza simbolica. Deve rappresentare un’occasione di riflessione e di impegno collettivo per costruire politiche capaci di sostenere l’occupazione femminile, valorizzare il lavoro di cura, ridurre il divario retributivo e garantire pari opportunità nei percorsi professionali.

Ricordare le conquiste del passato – a partire dal diritto di voto – significa anche riconoscere che la parità non è un traguardo definitivamente acquisito, ma un processo in continua evoluzione. Trasformare diritti, giustizia e azione in politiche concrete resta la condizione necessaria per costruire una società più equa, inclusiva e capace di valorizzare pienamente il contributo delle donne.

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Franca Terra

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