
Molti si sono ritrovati letteralmente prigionieri in Italia o in altri Paesi europei. Com’è accaduto alle oltre 12mila donne vittime di tratta negli ultimi 7 anni, arrivate con l’inganno di un lavoro e di una vita dignitosa e costrette poi a prostituirsi prima di trovare il coraggio di ribellarsi, fuggire e chiedere aiuto. O com’è accaduto agli oltre 2500 presunti “scafisti”, finiti in carcere con l’accusa di traffico di migranti perché costretti a mettersi al timone di una barca di disperati, minacciati dai veri trafficanti, che muovono le fila della tratta incassando i soldi e restando in Libia.
La voce narrante è quella di Abdulrazak Gurnah, Premio Nobel per la Letteratura nel 2021, conferitogli, si legge nelle motivazioni, “per la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti”.
Gurnah è fuggito da Zanzibar negli anni ’60 prima di arrivare in Inghilterra dove ha insegnato letteratura inglese e postcoloniale e ha scritto numerosi romanzi che affrontano i temi della migrazione. Al centro della sua poetica il potere fortemente evocativo del riadattarsi a nuove vite e identità da parte dei migranti, che dall’Africa all’Europa e non solo, sono i veri protagonisti del multiculturalismo.











